Cultura Amarcord

Vita, ascesa e decadenza della famiglia Florio

Quando Villa Igiea si chiamava Florio

Ragusa - Miglior location di palazzo Di Quattro per parlare della famiglia Florio, e della sua incredibile attività commerciale fra l'800 e i primi del '900 non poteva esserci. I Florio - come ha riferito il prof. Guastella - da Bagnara Calabra, nel 1783 con il capostipite Paolo approdavano a Palermo dove iniziavano a gestire una drogheria (rilevata da Domenico Bottari) dove oltre alle spezie (caffè, zucchero, cacao, ecc.) si vendevano pure medicinali, in particolare il "cortice", cioè la corteccia si china che, polverizzata, grazie ad una macchina importata dall'Inghilterra, veniva impiegata per combattere la malaria. Paolo veniva affiancato dapprima dal cognato Paolo Barbaro e quindi dal fratello Ignazio. A tale attività seguì l'apertura di una fabbrica di ceramica che produceva mattonelle, vetri e maioliche, nell'ottica di estendere il raggio di azione in ogni settore che appariva redditizio, emulando la mentalità degli inprenditori inglesi. alla morte dei due fratelli Florio, Paolo e Ignazio, il titolare della Casa divenne, nel 1828, il giovane Vincenzo, figlio di Paolo, non ancora trentenne che - riferisce l'oratore - "riuscì ad espandere l'attività familiare con particolare riguardo al settore della navigazione".
Così l'11 luglio del 1840 veniva fondata la «Società dei battelli a vapore siciliani», con capitale fornito da Beniamino Ingham, dal barone Bordonaro e da Vincenzo Florio. E otto anni dopo, nel 1848, la società si trasformava "Ignazio e Vincenzo Florio" che, grazie a due convenzioni con il governo napoletano, si assicurava i collegamenti fra la Sicilia e le isole minori, nonche i viaggi mensili nella rotta Palermo-Napoli-Marsiglia. I Florio, ormai lanciatissimi, si rivolgevano anche al mercato dei vini, specie del Marsala, fino a quel momento di esclusiva commercializzazione degli iglesi. È in breve Vincenzo Florio e il figlio Ignazio, modernizzando sempre più la loro azienda vinicola, superavano i maestri britannici. Subito dopo l'Unità d'Italia la fortuna della famiglia crebbe notevolmente sul piano dell'esportazione e della celerità delle comunicazioni, tanto che nel 1861 Vincenzo Florio riuscì a firmare la Convenzione, con il governo nazionale, del servizio postale dalla Sicilia verso Genova, Napoli e Malta. E parimenti si aveva una crescita sociale con Ignazio senior eletto senatore. «Nella Palermo di fine Ottocento - ha detto l'oratore - i Florio erano la famiglia più importante per ricchezza e per relazioni politiche». Status poi accresciuto dal matrimonio fra Ignazio, figlio del senatore, e donna Franca Iacona della Motta, dei baroni di San Giuliano. Fu un matrimonio d'amore: lui giovane intelligente e rampante, lei (come fu descitta da Gabriele D'Annunzio) "alta, snella, ondeggiante, bruna, dorata, aquilina e indolente; svogliata e ardente, con uno sguardo che promette e delude". I Florio fondano i Cantieri Navali e il giornale "L'Ora"; e nel 1905 danno vita alla Targa Florio, la mitica gara automobilistica rimasta in vita fino al 1977. Ma dopo qualche anno, anche per le "disattenzioni" del governo centrale, inizia la crisi finaziaria dei Florio. "Anche alcune erronee valutazioni commerciali - ha concluso il prof. Guastella - pare abbiano inciso negativamente sul tramonto della dinastia. Dopo alterne vicende, nell'estate del 1934, tutto il portafoglio industriale dei Florio passava sotto il controllo dell'Iri. Finiva così una complessa esperienza durata 150, considerata come uno dei punti di riferimento progressista del capitalismo nazionale che seppe utilizzare, con profondo spirito umanitario dimostrato in più circostanze, le risorse dell'Isola, tra cui in primo luogo, la grande capacità artigianale e manuale dei suoi abitanti".