Sanità Palermo

Spese folli per il 118, Cuffaro e altri 16 a giudizio

37 mln di risarcimento

Palermo - L'inchiesta della Procura contabile sugli sprechi del 118 è al traguardo. Davanti ai giudici della Sezione giurisdizionale, il 12 aprile del prossimo anno, dovranno presentarsi diciassette politici regionali chiamati a risarcire 37 milioni di euro. Sono ritenuti tutti ugualmente responsabili della «volontà gestionale di potenziare irragionevolmente e senza alcuna giustificazione funzionale il Sues 118 con un mero incremento di mezzi e soccorritori per finalità occupazionali ed extrafunzionali, con uno spregiudicato aumento dei costi del personale (di cui si diminuiva il monte ore settimanale per aumentarne il fabbisogno e, quindi, il numero dei soggetti da assumere - 1.200 in più tra barellieri e autisti, ndr -), e in contrasto con le linee guida che indicavano la prioritaria medicalizzazione delle 157 ambulanze già operative». 
Per il presunto danno erariale il vice procuratore regionale della Corte dei conti Gianluca Albo ha citato in giudizio i componenti della VI commissione legislativa dell'Ars che decisero di allargare il parco ambulanze siciliano, determinando un «ingiustificato» aumento dei costi del 118. Si tratta di Santi Formica, Nino Dina, Giuseppe Basile, David Costa, Giuseppe Arcidiacono, Giancarlo Confalone, Angelo Moschetto. Con loro andranno a giudizio i componenti della seconda giunta Cuffaro, che diede il via libera definitivo all'incremento dei mezzi di soccorso facendo «lievitare» il numero delle ambulanze da 158 a 256 fra il 2005 e il 2006, in piena campagna elettorale per le Regionali. 
Oltre all'ex Governatore Totò Cuffaro, sul banco degli imputati saliranno l'ex assessore alla Sanità Giovanni Pistorio e i suoi colleghi Innocenzo Leontini, Carmelo Lo Monte, Antonio D'Aquino, Francesco Scoma, Francesco Cascio, Fabio Granata, Michele Cimino, Mario Parlavecchio.
L'unica archiviazione è stata disposta nei confronti di Salvatore Cintola, deceduto il 30 luglio scorso. «In sostanza - sostiene la Procura contabile -, ricostruendo le manifestazioni di volontà degli organi deliberanti si constata un recepimento acritico e a catena di una volontà politica al potenziamento del servizio 118, ma del tutto svincolata sia dalle linee guida, sia, comunque, da una istruttoria tecnica idonea a sorreggere, con una documentata esigenza di potenziamento, la relativa volontà politica».
La vicenda risale all'autunno di cinque anni fa. La giunta, il 20 settembre del 2005, deliberò di potenziare il servizio di emergenza urgenza. Il 4 ottobre successivo l'allora assessore alla Sanità Giovanni Pistorio - basandosi anche sull'esito di una precedente conferenza di servizi - firmò un atto aggiuntivo alla vecchia convenzione fra Regione e Croce rossa che dotava il servizio di 64 nuove ambulanze. Nello stesso atto veniva portato da 10 a 12 il numero dei soccorritori da destinare a ogni ambulanza. E questo perché, nel frattempo, le ore settimanali per addetto erano state ridotte da 36 a 30. Tutto ciò poteva consentire all'assessorato di assumere il personale che aveva superato il corso Ciapi e il concorso Sise.
Ma le maglie si allargarono ancora, di lì a qualche giorno. Perché l'atto aggiuntivo firmato da Pistorio finì all'esame della commissione Sanità dell'Ars. E lì, nella seduta del 19 ottobre, nell'esprimere parere positivo al provvedimento, sette deputati votarono anche due emendamenti che incrementavano il parco mezzi con ulteriori 49 ambulanze. Bisognava pensare pure, la motivazione ufficiale, ai precari che non avevano superato il corso Ciapi e il concorso Sise, ma che erano stati impegnati come lavoratori interinali dalla stessa Sise. Il diessino Antonello Cracolici votò contro mentre l'esponente della Margherita Giovanni Manzullo si astenne.
L'iter si chiuse con una delibera che determinò costi aggiuntivi per 43 milioni di euro annui. Ma quando i magistrati contabili avviarono le indagini sul 118, l'Ars si rifiutò di fornire le generalità dei membri della commissione Sanità e i verbali della seduta finita nel mirino del Pm Gianluca Albo. Ne nacque un ricorso alla Consulta da parte dell'Assemblea, che opponeva l'insindacabilità degli atti del Parlamento regionale. L'estate scorsa, però, la Corte costituzionale ha stabilito che «l'Ars, non diversamente dai consigli regionali, soggiace in alcuni casi al potere di indagine della Corte dei conti» e la Guardia di finanza acquisì i documenti necessari sbloccando il procedimento di responsabilità amministrativa che andrà a giudizio ad aprile.

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