Carlo Levi diceva che Chiafura era superiore ai Sassi di Matera. Ma mancano fondi
di Marisa Fumagalli
Scicli – Memorie di confine, a sud est della Sicilia. Il mare all’orizzonte, una conca, circondata da colline, racchiude il centro storico di Scicli, dove svettano le chiese tardo-barocche, splendono le facciate dei palazzi nobiliari: testimonianza dell’antica resurrezione urbanistica che seguì il devastante terremoto del 1693 e insieme città viva, contemporanea. Perla dell’Unesco da qualche anno. Ed anche attrazione nazionalpopolare, essendo uno dei cosiddetti luoghi di Montalbano. Ciak, si gira l’ennesimo episodio del commissario, protagonista dei romanzi di Camilleri. Ma il nostro viaggio a Scicli punta altrove. Un altrove vicinissimo, sul crinale della città monumento. Che si fonde con l’altra città, quella invisibile di Chiafura. Lo sguardo d’insieme, dall’alto del convento francescano della Croce, abbraccia la parete rocciosa della conca, bucata da numerose grotte. Bocche di varie dimensioni che si aprono tra ciuffi arborei, agavi, capperi e fichidindia. Questa è Chiafura. Qui, centinaia di uomini, donne, bambini, animali, hanno vissuto fino agli anni 6o, epoca della dismissione, avvenuta con il trasferimento degli abitanti nelle case popolari. «Nei miei ricordi, oggi vivo quel senso di appartenenza ad una comunità sfortunata che, paradossalmente, ci rendeva più felici e più forti», dice Pietro Sudano, classe 1926, barbiere in gioventù, poi bidello e infine scrittore/poeta. Con vanto, ci fa dono de I miei anni vissuti a Chiafura. Un altro testimone del tempo: «Mio padre era partito per la Germania a lavorare. Tornò quando avevo 5 anni. Quando la sera prese il mio posto a letto con mia madre, scappai da casa e andai a dormire nella grotta di mia nonna. E là rimasi». E Gaetano Mormina, medico eclettico, visionario. Nostalgico. Al punto da edificare («con le mie mani»), in altro luogo, una copia quasi perfetta della caverna della sua infanzia. Osserva: «Le grotte hanno la valenza culturale e antropologica del rapporto tra l’uomo e la natura, spesso sottovalutato per dare spazio ad esigenze di modernismo». D passare degli anni ha trasformato la vergogna degli emarginati in orgoglio. Con qualche ragione. Oggi il recupero della memoria di un insediamento troglodita sta diventando anche progetto culturale. D primo nucleo del museo/parco etno-antropologico di Chiafura è già costituito: una piccola struttura, adiacente all’area della grotte, dove sono in mostra documenti, fotografie, articoli di giornali, manifesti, che raccontano la storia della città invisibile e dei suoi abitanti. «Mancano i finanziamenti e per ora siamo riusciti a ripulire e ad illuminare un paio di grotte», ci avverte Giovanni Pisani, presidente dell’associazione san Bartolomeo, guidandoci verso una delle caverne recuperate. Allora, entriamo nel vivo della storia, scoprendo che, sul finire degli anni 5o, la comunità degli aggrottati di Scicli diventò un caso, al centro di una denuncia civile, di una rivolta politica (in verità, non provocata dagli interessati), che culminò, nel 1959, con la visita a Chiafura di un gruppo di intellettuali comunisti. Nomi di prestigio: Renato Guttuso, Carlo Levi, Pier Paolo Pasolini, Antonello Trombadori, Paolo Alatri, Maria Antonietta Macciocchi. La spedizione fu promossa e sollecitata dalla sezione di Scicli del Partito comunista, dall’Amministrazione comunale (rossa) e dai giovani del «Vitaliano Brancati». Lo scopo? Preparare il riscatto civile dei chiafurari. Definiti da Ermanno Rea, in un articolo pubblicato da «Vie Nuove», «i cavernicoli dell’era cosmica». D resoconto più efficace di quella visita («Piombati da Roma a Catania, da Catania a Scicli…») lo si deve alle parole di Pasolini. Che, dopo aver descritto l’accoglienza in città, i preliminari, il dibattito in piazza, va al cuore dell’argomento: «Immaginate una vallata, dentro la quale, compatta, si sparge Scicli. Un po’ fuori, un enorme cimitero, un enorme ospedale, tutto color giallo-rosa, cadaverico; al centro, la piazzetta e la strada barocca, dei baroni, dei gesuiti… Salendo per i sentieri che sono letticcioli di torrenti, sopra le ultime casupole di pietre della cittadina, si sale su una specie di montagna del purgatorio, coi gironi uno sull’altro, forati dai buchi delle porte delle caverne saracene, dove la gente ha messo un letto, delle immagini sacre o dei cartelloni di film alle pareti di sassi, e lì vive, ammassata, qualche volta col mulo». Nascere e morire a Chiafura — antica necropoli rupestre diventata nei secoli città dei vivi — segnava, certo, l’appartenenza alla comunità dei poveri. Divisi in sottospecie: i meno poveri abitavano le grotte più in basso. «Mentre i pecorai e i vaccai occupavano quelle più in alto — spiega Mormina —. All’interno erano state costruite le mangiatoie per le vacche e gli ovili per le pecore, assieme agli spazi destinati all’intera famiglia. Lì, si respirava un’aria fetida, umida e fredda, che minava la salute dei residenti». Le grotte erano sprovviste di tutto, a cominciare dall’acqua. Allora, le donne scendevano in basso, nella cava di san Bartolomeo, dove c’era una sorgente naturale, e riempivano le anfore. Gli uomini, i più fortunati, lavoravano come braccianti agricoli o edili, a giornata. «Lì viveva un misto di miseria e disperazione», riassume Sudano. La visita del ’59 diede i suoi frutti. Si costruirono moderni condomini popolari e, agli inizi degli anni 6o, l’operazione sgombero si concretizzò. «Un’indubbia scelta di riscatto da una condizione sociale e abitativa subumana, tanto limitrofa quanto stridente rispetto agli sfarzi della città monumentale — nota lo storico dell’arte Paolo Nifosì —. La magnifica chiesa di San Bartolomeo è a un passo dalle caverne. Dunque, la Scicli socialcomunista dell’epoca voleva giustamente porre fine a questo vulnus. Ma non andò tutto liscio. Anzi. Per molti chiafurari, specialmente per gli anziani, il cambiamento fu brusco e traumatico». Qualcuno arrivò a chiedersi se avesse potuto usare la vasca da bagno della nuova casa come mangiatoia per il mulo. Molti tentarono di ritornare a vivere nella loro grotta, dove, nella miseria, c’era solidarietà: le donne si scambiavano favori; dal regalo di un piatto di legumi al prendersi a balia i bambini degli altri. Nelle malattie, ci si assisteva reciprocamente; e quando c’erano nascite in vista, prima dell’ostetrica, era la vicina di casa ad assistere la partoriente. Insomma, era andato in crisi un sistema, nonostante tutto. E non ci si rassegnava. Fatto sta che, prendendo a pretesto la pericolosità di un masso minaccioso, l’Amministrazione di Scicli fece erigere un muro per interdire la via d’accesso alle caverne. Registrando, poi, una sconfitta beffarda: le abitazioni moderne per i chiafurari, costruite sull’argilla, durarono poco. E quindi furono abbattute e riedificate altrove. Quel passato ritorna oggi, rielaborato, nella memoria storica della città (qualcuno ricorda che Carlo Levi riteneva il sito di Chiafura più importante dei Sassi di Matera), nelle testimonianze dei sopravvissuti. Il vecchio Sudano, che si dà la patente di chiafuraro doc («altri ora dicono di esserlo ma non è vero»), mostra l’atto di proprietà della sua grotta. Con sorpresa, veniamo a sapere che le caverne appartenevano regolarmente agli stessi cavernicoli. «E interessante scorrere i testi di taluni lasciti testamentari che comprendono anche l’elenco minuzioso delle misere suppellettili in dotazione alla grotta, tramandate all’erede — nota Nifosì —. Lo definirei il campionario della sopravvivenza». Nella rinata vita culturale di Scicli — il riconoscimento Unesco, il rilancio del movimento «Vitaliano Brancati», il gruppo dei pittori, il cui rappresentante più illustre è Piero Guccione — la visita a Chiafura rientra a pieno titolo. E il confine tra le due città si fa sempre più sottile.
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La scalinata suggestiva Chiafura luxury. Una scalinata si snoda accanto alla chiesa di San Bartolomeo, e arriva a Palazzo Hedone. Lo hanno chiamato così due designer, Axel Garrigue-Guyonnaud e Sylvain Pataut De Escarrega, che hanno recuperato un antico edificio su via Loreto, una delle stradine che conducono alle grotte di Chiafura. Diventato un piccolo hotel raffinato, si fonde con le propaggini dell’area rupestre. Axel e Sylvain stanno già pensando al brivido dei cavernicoli del Terzo Millennio.
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L’anima culturale di Scicli (Ragusa), 26.000 abitanti, è il movimento «Vitaliano Brancati», fondato negli anni Cinquanta dai giovani comunisti, il gruppo che promosse la visita degli intellettuali a Chiafura. Dopo un lungo periodo di decadenza, l’artista Piero Guccione (leader degli artisti del Gruppo di Scicli), nel 1980, lo rifondò. Gli anziani e i nuovi giovani si danno appuntamento nella sede di via Francesco Mormina Penna, nel centro storico della città. Fiancheggiata da palazzi nobiliari in stile neoclassico dell’800 e del ‘900, che si alternano alle chiese tardobarocche in pietra dorata, la via è stata dichiarata dall’Unesco, nel 2002, patrimonio dell’Umanità. L’attività del «Brancati» è molteplice: dai convegni ai dibattiti, alle mostre d’arte. Per tutti, resta indimenticabile la prima, promossa da Guccione, nel 1981, dedicata al «carrubo, l’albero che muore».
Ph. Luigi Nifosì. In apertura, Paolo Nifosì, Pietro Sudano, Peppe Savà, Giovanni Pisani, Marisa Fumagalli.
Foto in basso: Tano Mormina.
Foto in basso: Marisa Fumagalli alla Croce.


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