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Luciano Moggi e il 1957

Quando Leo Longanesi pubblicava "Ci salveranno le vecchie zie"

Ieri sera Luciano Moggi, ex Direttore Generale della Juventus, è stato condannato in primo grado a 5 anni e 4 mesi. Sentenza molto dura che punisce il Direttore Generale della Juventus per gli scandali di Calciopoli.  Questa la notizia.

Facciamo un passo indietro. E’ il 1957 quando la Juventus, quella del trio magico Boniperti, Sivori e Charles, miete successi e vince perché è la più forte in campo. A dirigere la dirigenza bianconera in quegli anni è Umberto Agnelli. Umberto, cui il fratello Gianni, l’Avvocato, cede lo scettro e la presidenza della società agli inizi degli anni 50, e che a 22 anni è il più giovane presidente di una squadra di calcio.

Oggi, nel 2011, a dirigere la dirigenza del club bianconero è Andrea Agnelli. Figlio di Umberto, anch’egli giovanissimo come lo fu il padre, è presidente della Juventus, subentrato dopo i guai di Calciopoli. La Juventus, all’indomani della condanna di Luciano Moggi, ha rilasciato un comunicato in cui si dice estranea ai fatti di Calciopoli perché la Juve vinceva perché era la più forte in campo. Ecco.

Torniamo indietro, al 1957. In quello stesso anno Leo Longanesi pubblicava Ci salveranno le vecchie zie. Con il suo stile lucido e sferzante,  il funambolico scrittore romagnolo ritraeva i vizi dell’Italia di quegli anni che, ahinoi, sono rimasti pressoché intatti, nei nomi e nei fatti a quella di oggi. Tanto è vero che Longanesi diceva dei grandi borghesi italiani (del Nord) di personaggi che, pur disponendo di capitali e risorse, rimanevano fermi assertori del primato dell’autarchia sul mercato. Di personaggi che, pur scopiazzando l’americano “mercato”, preferivano coltivare le relazioni con la Politica e lo Stato affinché da questo arrivassero le commesse, gli aiuti e le garanzie. A coltivare le relazioni con la Politica e lo Stato  ci volevano degli intermediari. Uomini che arrivavano, tipicamente, dal Sud. Che sapevano far ridere. Che sapevano interloquire con la politica, che sapevano e conoscevano l’arte del compromesso. Che comprometteva, per l’appunto.

Grazie a questi intermediari, che facevano quello che i grandi borghesi faticavano a fare, i secondi e i primi traevano lauti vantaggi benché a compromettersi fossero i secondi in guisa dei primi.

Tanto è vero che ad essere puniti dalla storia o dal destino sono sempre stati gli intermediari. Un tempo travet o bru bru, oggi faccendieri, sono loro gli eterni fool, le eterne maschere della tragicomica commedia della vita cui spetta il compito di muovere il plot narrativo.

Quello che è triste non è scoprire come i grandi borghesi scarichino, di volta in volta, i propri emissari, ma  assistere all’inesorabile scadimento dei costumi cui partecipano i grandi borghesi ancor peggio dei piccoli proletari che dei primi sono subalterni.

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Quello che infatti è cambiata, col primo novecento, è la distanza che intercorre  tra i gusti e lo stile tra i nobili ricchi che popolavano l’Italia, penso ai Florio a Palermo, e i contadini e i loro servitori dell’epoca con quella che c’è tra i grandi borghesi e i piccoli proletari di oggi.

Mentre era appannaggio dei nobili ricchi di allora il senso delle arti, dell’estetica, dell’urbanistica e, se vogliamo, qualche germoglio di pensiero liberale che veniva dal frequentare i salotti europei, oggi i grandi borghesi, pur mantenendo, o in alcuni casi avendo accentuato la differenza di censo rispetto ai propri subalterni, ne condividono i gusti, le inclinazioni e gli istinti.

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