Cultura Scicli

Quella volta che Lucio Dalla venne all’ospedale Busacca

La dedica sul braccio ingessato di Elisa

Scicli - Era agosto, l’agosto del 1991, ed Elisa percorreva in bici il tratto di viale della Repubblica, a Donnalucata, che separa il molo da Playa Grande.
Un’auto la travolse e Provvidenza volle che si sia rotta solo un braccio e una gamba.
Allo stadio Ciccio Scapellato quella sera c’era il concerto di Lucio Dalla, ed Elisa aveva già comprato il biglietto. Con suo rammarico e delusione rimase in osservazione, in ortopedia, al Busacca di Scicli, con una prognosi di una trentina di giorni.

Lucio cantò Attenti al Lupo, a fine serata il lupo colse alle spalle uno degli operai che smontavano il palco. Frattura di un paio di costole, tournee finita per lui: Destinazione: ortopedia. Dove? Al Busacca, of course.
L’indomani mattina, tra lo stupore di medici e infermieri, un uomo basso, buffo, sembrava avesse bisogno di almeno due docce, si fece largo col suo inconfondibile modo di camminare tra i corridoi dell’ospedale di Scicli. Lucio Dalla era andato a trovare l’operaio caduto dall’impalcatura, e in reparto trovò anche Elisa.
Sul gesso del suo braccio scrisse una dedica, con firma: Lucio Dalla.

Nel 1995, io ed Eugenio lo incrociammo alla Messa Arcaica diretta da Franco Battiato, nella prima estate catanese di Enzo Bianco. Faceva impressione vederlo con lo zaino in spalla, come uno studente universitario, cercare posto in chiesa, a San Nicolò l'Arena. Lui, che a Milo, di fianco a casa di Franco, aveva comprato casa.
Capodanno 1997, in piazza Università a Catania. Canta Lucio, ci andiamo.

A fine serata, ancora io ed Eugenio decidiamo di passare la notte in discoteca a Taormina. Peniamo tre ore per trovare parcheggio, alle quattro del mattino decidiamo di fare un pisolino di dieci minuti per poi passare all’assalto del Tout Va.
Ci svegliammo alle dieci del mattino del primo gennaio. Capodanno in discoteca fallito miseramente.

Destinazione? Milo. Una vecchia Golf coi finestrini aperti irradiava nella piazzetta Ma come fanno i marinai, ed Eugenio esclamò: “Lucio Dalla!”.-
E io: “Si, ho sentito, è la radio”.
E lui: “No, è qui, davanti a noi”.
Ci stava sfilando davanti con una improbabile guantiera di dolcini domenicali, comprati in un bar sdozzinato del paese, per salire sulla sua Audi A 8, auto che avrebbe condizionato il mio immaginario nel decennio seguente.

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Gli anziani del paese lo salutavano, come uno di loro. Del resto, a Milo, Lucio partecipava a tutte le processioni religiose, come un paesano.
Sette mesi dopo al Castagno dei Cento Cavalli, a Sant’Alfio, ancora sull’Etna, una sera, fianco a fianco, al tavolo. Lui a cena con giovani ragazzi stranieri non ha proferito parola per tutta la sera, giocando con una telecamerina auto rotante con cui inquadrava se stesso e si guardava nel monitor.
Ho avuto la sensazione di una persona depressa, sola, circondata dall’amore degli altri, ma capace di tirare il meglio di se quando si esibiva o creava, per poi ricadere in uno stato di prostrazione.
Era un giorno di festa per la famiglia Savà, e posò con noi a fine serata, festeggiando il battesimo del piccolo Giorgio.
L’ultima volta ci siamo visti a Noto, nel 2006. Aveva recitato in piazza brani di poeti e scrittori siciliani.
“Ciao, fratello”.

Salutava così, tutti.
Oggi che non c’è più penso a quanto abbia intersecato, non solo con la sua musica, ma con il suo essere tra il popolo, fisicamente tra la gente, l’immaginario dell’Italia dell’ultimo cinquantennio, mai risparmiandosi, o assumendo la posa del divo.

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Se non fosse stato il padre della canzone popolare italiana lo avresti potuto scambiare per uno di quelli che dormono nelle stazioni, con i guanti tagliati a metà sulle dita, e quelle due docce mancate, che acuivano il senso di una tristezza, di un disagio: le dita delle mani piccole e arcuate tipiche di chi è molto basso, un bisogno di visionarietà che lo portava a scivolare fra la gente senza paure, raccogliendo la polvere, il fango della strada che percorreva.

Chiudo questo confuso ricordo di cose che mi hanno legato a Dalla, con una cosa, che destò il mio stupore mentre in auto, da Catania, a bordo della Y 10 di Eugenio (anzi, di sua madre), tornavamo a Modica di notte.

La radio mandava in onda Futura. Canzone bellissima.
Eugenio mi chiese: “Ma tu l’hai capito di che parla qua?”
“No”.
“Sta descrivendo l’amplesso fra due, è il racconto di come stanno facendo l’amore: Di più, muoviti più in fretta, di più, benedetta più su…”
Capii che avevo ascoltato quella canzone senza averla mai capita.
Capii che solo Lucio Dalla poteva raccontare l’indicibile con la poesia e la sublimazione che appartiene agli angeli. 

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Nelle foto, Lucio Dalla e Peppe Savà, e famiglia Savà con Lucio Dalla. 


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