Sport Madrid

Italia-Spagna. Football e lacrime

Il clima rovente di Madrid

Madrid - Domani 1 luglio 2012, si sa, è il giorno più atteso dagli sportivi europei. Soprattutto dagli sportivi italiani e spagnoli.

Qui, a Madrid il clima è rovente. E non per gli oltre quaranta gradi di temperatura!  Alle 20,30, ora di Kiev, le due squadre nazionali di football si affronteranno per disputarsi il titolo di campioni d’Europa.

Vedo da due giorni su tutti gli autobus urbani sventolare una bandierina spagnola. Molti giovani e non sfoggiano la maglietta rossa con contorni gialli della “selezione” come a voler esorcizzare un appuntamento che una consapevolezza inconfessabile ritiene pericoloso e temibile.

I più saggi ammettono che la squadra italiana gioca bene, con classe, compatta come un macigno. Mentre sono molto polemici nei confronti dell’allenatore (il selezionatore) Vicente Del Bosque.

Le ultime performance della nazionale spagnola non sono state perfette, infatti. E, al di là di un tifo naturalmente partigiano, in tanti giurano che qualche giocatore sia supervalutato e qualche altro potesse anche essere tranquillamente rimpiazzato.

Su tutto e su tutti, regna, comunque, come una divinità indiscussa, l’Iker nazionale, una versione spagnola di Batman, il ragazzone di Móstoles, un municipio all’estrema periferia sud della Capitale, che nonostante il suo corpo robusto vola, parando il pallone, con l’agilità e la sveltezza di un’aquila.

Le sue performance acrobatiche, infatti, sono famose in tutta la Spagna ma anche all’estero. Fanno impazzire straniere (in special modo giapponesi) e spagnole anche se le sue vicende amorose, ampiamente documentate dall’inflessibile stampa rosa, non lasciano spazio a nessuna speranza.

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Nelle università i cattedratici si affannano a bollare la nuova esplosione di nazionalismo come “banale” ed “effimera”,

Vicente Del Bosque stesso, con la sua abituale bonomia, invitava ieri le tifoserie locali a ridimensionare il loro entusiasmo in un periodo tanto difficile come l’attuale.

La Capitale, icona universale di un’indolenza festaiola che una volta qualcuno chiamò non a torto “movida”, si abbandona in quest’attesa spasmodica ai suoi caroselli. Dimentica per qualche ora la “prima de riesgo” (spread), le quotazioni della borsa in picchiata, l’alta percentuale di disoccupazione che ha trasformato una nazione, definita fino a ieri virtuosa da parecchi luminari della politica e dell’economia, in un drammatico campo di concentramento. I giovani si dibattono senza speranza in cerca di un’occupazione che ogni giorno diventa un miraggio o una meta irraggiungibile.

Domani sera le strade di Madrid saranno silenziose e deserte. Le piazze, però, rigurgiteranno di maxi schermi con migliaia di persone davanti a soffrire e a trattenere il respiro manco se si trattasse di un’azione di guerra.

Come sempre io vedrò la partita giù, nel salone del ristorante della pianta bassa del mio palazzo. Alberto col suo sorriso pacioccone mi offrirà come il solito una sedia e un tavolino intorno al quale, presumo, si agglomereranno amici, conoscenti di quartiere, avventori e i camerieri stessi.

Sulle labbra di ognuno la domanda d’obbligo sarà una, sarà sempre la stessa. “Tu per chi fai il tifo?”

Ma io lascerò olimpicamente al silenzio ogni risposta, senza comunque mollare lo sguardo dallo schermo gigante che pende dal tetto.

L’alcadessa (sindaco) di Madrid Anna Botella ha promesso una passeggiata trionfale per la Gran Vía madrilegna alla squadra spagnola, se vince. Se perde una festa più ridimensionata in piazza della Cibéles, di fronte alla nuova sede dell’Ayuntamiento(comune).

Il principe Felipe e il Presidente del governo Mariano Rajoy hanno assicurato la loro presenza a kiev.

Tutta pubblicità ingannevole e a buon mercato.

La Spagna o l’Italia, nello stesso Titanic, brinderanno con cava o spumante alla loro vittoria mentre affondano allegramente insieme.

Se vincerà la Spagna, fino all’alba i cori “Yo soy español, español, español” e i clacson impazziti delle macchine non mi faranno chiudere occhio.

 Il lunedì, però, chi ancora un lavoro ce l’ha si affretterà, sbolliti gli entusiasmi, a balzare su un treno metropolitano che lo porterà dove ogni giorno lo ha sempre portato. Chi, invece, non lavora, si ritroverà con i problemi del giorno prima e forse qualcuno in più.

Resterà solo il ricordo di una notte folle di gloria effimera condita con l’amarezza di un futuro incerto perché la vita non può e non deve fermarsi.