Cultura New York

Il Gruppo di Scicli a New York, gli Iblei e la Grande Mela

Contemporary Artist from Southern Sicily. Il reportage di Elisa Mandarà, apparso su La Sicilia

New York - Catania – Roma, Roma – New York. Non è diretto il volo che, dalla dimensione avvolgente della nostra Scicli, ci catapulta nella misura del macro per eccellenza. Dieci ore in cielo bastano però a preparare l’occhio al mondo nuovo, dove altezze altre prendono il posto delle scalate fascinose del colle di San Matteo, con le sue stratificazioni polvere della roccia, che l’arte migliore iblea ci ha insegnato a cogliere come pittoriche. Dove, nella misura aurea della bomboniera dell’arte ‘locale’, si mischia quotidianamente il vero e l’invenzione estetica, la natura e la sua trasfigurazione poetica.

“Scicli is an idillic town”, scrive Frank Bernarducci, a pagina 7 del catalogo che accompagna la mostra dello storico Gruppo a New York. È così che devono avere percepito i New Yorkers la realtà di una provincia del Sud estremo italiano, micro per tanti versi, è vero, ma letteralmente idilliaca, se solo si consideri il bioritmo sociale di un mondo che la notte va a dormire, dove esistono artisti che salutano il nuovo giorno con una passeggiata sulla battigia del mare, prima di precipitarsi alle otto ore di lavoro nelle carceri dolci dello studio, nell’universo solitario della creatività, ove ogni pennellata è sofferta, è vissuta come la prima e l’ultima di tutti i tempi.

È evidentemente troppo intrigante il rapporto global-glocal che questa avventura americana della importante Scuola siciliana intavola. È uno spettacolo nello spettacolo, il vedere giocare, in circuiti dilatati, il distillato poetico e artigianale di otto pittori e uno scultore, noti per la raffinata consistenza culturale di ognuna delle differenti personalità che compongono il Gruppo di Scicli. Artisti perfettamente consapevoli di quanto avviene ‘fuori’, al di là dell’orizzonte edenico che si sono scelti trent’anni fa, ma anche totalmente indifferenti alle logiche del mercato, che non di rado precipitano e costringono l’opera d’arte nelle anguste limitazioni del prodotto vendibile.

A salire su quel volo sono cinque dei nove artisti del Gruppo. Carmelo Candiano, Giuseppe Colombo, Franco Polizzi, Giuseppe Puglisi, Piero Zuccaro, accompagnati dal loro entourage italiano, in prima linea Antonio Sarnari, alle cui meticolose cure è stata affidata l’esposizione newyorkese. Assenze sensibili sono quelle dei maiores Piero Guccione e Franco Sarnari, di Sonia Alvarez e Salvatore Paolino, rappresentati però da loro pezzi storici, esemplificativi di cosmi traboccanti di sensi, di gesti che trasvolano sempre dal poiein al sogno vigile dell’arte.

Valeva pure la pena di farlo senza compagnia, ahimè, quel volo, a ventiquattr’ore di distanza dalla partenza del gruppo, mille volte grazie a una preside illuminata (che ha consentito a chi scrive la testimonianza del sogno americano dei nostri maestri), per scoprire l’alchimia a primo impatto bizzarra tra le distese bionde di grano made in Sicily e la skyline di Manhattan, tra la platitude di mari turchesi e campi dorati e i grattacieli più alti del mondo, significante e segno della volontà di raggiungere il cielo. Orizzontalità contro verticalità.

Ci accoglie una specie di primavera di settembre, un’aria tiepida, a tratti calda, come nei climi continentali che hanno deciso di graziare il visitatore, ed è subito corsa, in lungo e largo per l’isola di Manhattan, cuore pulsante, economico, amministrativo e culturale di New York. È qui che per un mese, dal 13 settembre al 13 ottobre, saranno in mostra i magnifici nove, presso due splendide, inaspettate location: prima la Bernarducci. Meisel. Gallery, collocata a ridosso della Fifth Avenue, sulla Cinquantasettesima Strada. Galleria ultrachic, decisamente prestigiosa, la cui vetrata al terzo piano lascia intuire il calibro dei pezzi normalmente ospitati. È qui che, lungo ambienti ariosi, respirano le interpretazioni paesaggistiche del Gruppo, qui che, nello spazio bianco delle ampie pareti, dialogano i linguaggi complessi e differenti con cui, da decenni, portano avanti il loro racconto i nostri artisti. Colloquiando tramite materie e ispirazioni quanto mai variegate, eppure saldate dalla fede comune in un’arte che ha baricentro in una regione franca tra l’art pour l’art e l’engagement, tra la concezione idealistica, ermetica, diremmo in letteratura, di un’arte squisitamente arte, e la sensibilità sociale, attestata dalle battaglie civili ingaggiate dal Gruppo, a favore di un territorio che deve rimanere paradiso terrestre.

Il vernissage è un successo. Collezionisti, intellettuali, artisti americani e pure italiani, questi acclimatati oramai alla tempesta del contemporaneo di cui vibra New York. Lega tutti Frank Bernarducci, artefice del sogno americano del Gruppo di Scicli, avvezzo certo alle esposizioni mondiali, ma sicuramente felice di ‘resistere’, a terzo millennio inoltrato, ai colpi di un’arte controcorrente, rispetto alla propria, questa fondata sulla percezione retinica e sulla realtà tutta magica che s’inventa l’olio, che aggrega la pietra, che effigia l’icasticità della matita, che liricizza la morbidezza struggente del pastello.

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Occhi sapienti, per i quali la Grande Mela non è la Statua della Libertà, né il clamore dei riflettori che li hanno confermati oggi artisti internazionali. New York è stata la commozione dei Rembrandt al Metropolitan, la vertigine bianca del Guggenheim, i Picasso impossibili del Moma. È stata assistere alla bellezza di un sodalizio che perdura al di qua e al di là dell’oceano.

 Contemporary Artist from Southern Sicily

Continua a Soho, la mostra “Il Gruppo di Scicli. Contemporary Artist from Southern Sicily”, presso la Louis K. Meisel Gallery, posizionata in uno dei quartieri generali dell’arte mondiale.

Tra i due spazi espositivi fluttuano pezzi brucianti il corpus degli artisti, i giochi luministici della splendida pagina letteraria di Sonia Alvarez, tramature di interni, narrative di chi abita e medita il suo universo, la pietra mediterranea di Carmelo Candiano, monoliti archetipici che parlano una poetica personale, d’un’essenzialità arcaicizzante, effusa anche dall’olio delle melagrane, il pastello virtuoso di Giuseppe Colombo, che sospende in atmosfere straniate angeli, rami, notturni, nudi accarezzati da una matita sempre consapevole, quindi il maestro, Piero Guccione, presente con due poli ossimorici del suo discorso, l’olio magnificente del paesaggio e un raffinato pastello, “Maschera e mimose”. Paesaggistico è pure il contributo di Salvatore Paolino, l’orizzonte basso della campagna di Modica, a invadere dolcemente il pianeta dei vapori celesti, mentre lontana lungamente la veduta nelle “Distanze” di Franco Polizzi, adottate come locandina della mostra, col climax che ascende dalla terra alla nuvola alla cortina infinita del cielo, in una poesia del silenzio loquace di memorie, affidata alla forza strutturale della luce.

Altro esprime la Costellazione di Giuseppe Puglisi, palpitante di eleganti intermittenze luministiche, tra le sapienti modulazioni cromatiche di regioni vivide eppure fantastiche, e la superficie serica del Frammento di Franco Sarnari, o il suo Nero che non nega, che afferma, assomma universi di sensi, o l’originale interpretazione del d’après che è nella sua Cancellazione. S’aggrega intorno al profilo sommerso d’un Relitto, la pittura materica di Piero Zuccaro, additando, tramite ricorrenti ictus formali, a un regno incantato, ove l’arte non deve dire, ma chiudere le sue meraviglie con la malia del mistero.

Accostato alle campiture astratte metropolitane, il Gruppo di Scicli s’afferma in America con la mediterraneità dei gialli e dei blu che allagano l’anima, con una misura della prassi artistica fedele alla grande tradizione, in perenne auscultazione d’una classicità vicina, che detta un canone intimo d’armonia e bellezza. Valori che il progresso, simbolo New York, non fagocita. Ossequia.

La Sicilia

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