Cultura Firenze

Le foto di architettura alla facoltà di architettura

Luoghi vissuti

Firenze - Per un architetto fotografare l’architettura è sempre un serio impegno. Se poi le riprese vanno in mostra nell’archispazio della Facoltà di Architettura, i riscontri linguistici e la verifica delle norme che gestiscono l’artificio tra i più nobili: sono inevitabili. La città, l’architettura hanno una loro sintassi, relazioni grammaticali come una lingua. Solo l’architetto attento ne può sondare e declinare le articolazioni dei codici semantici, sintattici e pragmatici.

Le riprese di architettura hanno regole di presa che non sono da riferire solo alla tecnica fotografica, quella si impara - oggi quasi ostacolo irrilevante - quanto alla capacità di lettura del progetto stesso di architettura e in che modo quel genere di geometria segreta era nella mente del progettista e quanta se ne rilegge nella poetica del progetto realizzato da fotografare. E non mi riferisco solamente a realizzazioni moderne…qui di seguito si mettono in figura frammenti di un Borgo nato secoli addietro. Quella compagine edilizia storicizzata aveva modi, criteri costruttivi, relazioni urbanistiche che nella fotografia devono essere sottolineati. Se si afferrano le identità specifiche del luogo, quei valori vanno registrati e restituiti anche nella selezione dal tutto cui la fotografia è assoggettata per le leggi ottiche del cono visivo definito e parziale. La città – invenzione tra le più complesse – soggetto di plurime apparizioni, proteiforme sparisce e riappare in forme mutate e ciascuna di queste delinea città analoghe e coesistenti in cui rispettivi margini fisici non sono coincidenti ma neppure del tutto distinti dalla rappresentazione fotografica.

La mostra di “Luoghi vissuti” riproduce, con analoga datità, questo aspetto complesso ed ambiguo, frammento di letture randomizzate inseguendo l’occhio flâneur che alterna a momenti d’impegno, altre fasi di distensione; al legame diretto con la qualità, la fascinazione del dettaglio banale; al rispetto per il monumento e la storia, l’ostentato interesse per la futilità; alla ricerca di nuovi lemmi nella rivisitazione dei luoghi comuni.

Gli specifici di vari linguaggi si mantengono isolati e distanti: in alcuni momenti si intersecano per poi subito divaricarsi. I possibili conflitti, le occasioni di comprensione sono demandati a chi osserva, a chi riconosce – nella forcella generata tra immagine e immaginazione – la trasparenza di una città che è già frazionata, resa frammento, catturata in effige, è più disponibile a porsi come oggetto della percezione individuale.

Al di là del piacere legato alle immagini, questo repertorio di coni visivi, vuol dar l’occasione per riflettere sul giudizio che da ciascuno può essere espresso di apprezzamento e/o di affezione sul valore della scena urbana e sui dettagli dei manufatti che definiscono i luoghi e gli scenari di vita in quel luogo Castiglione della Pescaia.

Sulla fotografia

L’esplorazione proposta ha voluto isolare soltanto i frammenti identitari di maggiore carica evocativa, elementi di un lessico urbano che corrispondono ad usi precisi legati alla “soglia”, al passaggio, alle “transizioni”, al movimento interno/esterno, in forma diretta o allusiva. Poi, per trarne indizi probanti, si è voluto cercare gli incroci linguistici tra forme espressive diverse: immagini rare o consuete che catturano e sono catturate da un obiettivo che scorre sulle facciate delle vie cittadine come una specie di scanner deputato della pubblica percezione: testimonianza di affetti e memorie, di supporti forniti o negati dall’esterno omologante all’interno delle coscienze.

https://www.ragusanews.com//immagini_banner/1533739897-3-triumph.gif

La fotografia che, per sua natura, ci propone - quasi ci impone - un modo di “vedere”, presuppone che un racconto per immagini, anche se breve, debba trovare un punto di equilibrio: un distacco non ideologico né snobbistico, ma - anche se può sembrare contraddittorio - partecipato. La partecipazione di chi non appartiene all’ambiente che vede e che racconta e che, non per questo, ritiene di poterne fare - selezionandole e ricomponendole - un uso strumentale. La partecipazione di chi cerca di raccontare ciò che ha visto sapendo di non poter produrre alcuna verità assoluta; forse una banale e tuttavia impossibile “documentazione”, comunque ciò che per la propria cultura, sensibilità, curiosità, ha selezionato e che la fotografia - per il suo mistero - gli ha permesso di svelare.

Un tentativo, pertanto, dove le vicende che si raccontano e il come si raccontano, si rincorrono senza trovare mai un vero e definitivo equilibrio. Potendo talvolta usare il linguaggio fotografico per dare forma al caos (una sorta di progetto direttamente sull’immagine della città e del territorio, piuttosto che sulle sue forme fisiche). Oppure per esaltare la specificità ricorrendo a volte a tutto il materiale prodotto e anche al lavoro che precede la scelta dell’immagine considerata definitiva, fino a cercare quello che è misteriosamente avvenuto tra uno scatto e l’altro. Nella necessità di esaltare la frammentarietà del linguaggio fotografico come assolutamente omologo alla frammentarietà della scena urbana, in un continuo rinnovarsi tra causa ed effetto.

Nelle riprese in mostra, dell’architettura si cerca di rimuovere la quotidianità familiare che contamina la solennità dei manufatti. Dato che nel quotidiano risulta pressoché impossibile “vedere” l’architettura, non rimane altro che rivisitarla attraverso un’immagine fotografica selezionata, sorta di déja vu cartaceo, che le restituisca quel grado di nobiltà nella scala dei valori estetici che sentiamo competerle, non senza qualche incertezza. Di questo qualunque fotografo è buon testimone: quanto tempo si aspetta in genere per ottenere il campo sgombro da inopportune automobili o da antiestetici pedoni o quanti contorcimenti nel mirino per evitare o nascondere ogni segno fastidioso della presenza umana (cassonetti, scritte sui muri, segnali stradali)? Qual è l’intenzione che si legge nella paziente attesa? La volontà di decontestualizzare l’immagine privandola di ogni possibile elemento di riconoscimento temporale. Come se immagini fotografiche e architettura rappresentata appartenessero sullo stesso livello, ad una sorta di limbo fuori dal tempo e quindi dalle vicende umane e dalla storia. Per compiere quest’operazione diventa primaria la scelta dei soggetti. Dai dettagli allineati e dalle immagini in sequenza si ricompone un percorso ottimale di lettura in cui ad ogni singolo elemento della rappresentazione si affida il duplice ruolo di parte e di sintesi dell’insieme. Ma nella parte si inserisce - quasi senza accorgersene - anche un valore, per così dire, metaforico che è implicito nel soggetto e che trova relazione con l’osservatore. È il caso della “soglia”, elemento fisico che torna in architettura sotto diverse sembianze: porta, finestre, atrii, passaggi, ma anche facciate, quinte di separazione e nello stesso tempo di unione tra un interno ed un esterno. Quel sottile e perverso fascino del particolare diaframma che funziona osmoticamente tra interno ed esterno, pubblico e privato. Così la soglia assume il ruolo di elemento di collegamento/divisione tra un mondo intimo e un mondo di pubblica teatralità, di spettacolo totale. Ovviamente è una visione estranea all'occhio umano, ma riconduce l'immagine fotografica ad un'estetica che la cultura figurativa comune - retaggio di secoli di disegno prospettico - riconosce come unica accettabile e "realistica".

Come del resto si è scelto l’uso del Nero che - pur essendo un'astrazione - viene considerato realistico in virtù della tradizione del disegno e dell'incisione. Si insiste nel rappresentare l'architettura in bianco/nero per evidenziare il senso creativo degli elementi formali. Infatti in questo modo - nell'atto della presa - il fotografo opera un'interpretazione ancora immaginifica dell'architettura, indipendentemente dall'intenzione del progettista e dalla visione naturale del soggetto, introducendo nell'immagine i propri valori simbolici, la propria personalità figurativa e il proprio linguaggio espressivo.

 Un altro elemento ricorrente, che sottolinea costantemente la ricerca puramente formale, è l'assenza della figura umana nel contesto dell'immagine, quasi ossessiva, che rende l'architettura una pura astrazione, un momento di ricerca grafica fuori dal tempo e priva di connessioni spaziali con altri elementi. L'uomo, con la sua presenza, viene sentito come elemento di disturbo - anche se indubbiamente presenza di misura - si genera così un paesaggio fuori dal tempo. Un artificioso e metafisico scenario in cui si avverte un minaccioso e incombente silenzio come un presagio di qualcosa in fieri, che vede l'architettura come muta e accondiscendente testimone al di sopra delle parti, sdegnosamente appartata dalle umane vicende.

Così questi ritratti di città, si presentano come delle pareti scenografiche che aspettano lo svolgersi di un evento, l’azione in divenire, che fa leggere la città come costituita da quinte teatrali che aspettano un gesto di vivo, in evoluzione, un segno di vita altra oltre la fissità della materia.

Informazioni fotografiche

Stabiliti i luoghi identitari della realtà urbana, sono state effettuate sempre le stesse riprese. A varie condizioni di luce, in stagioni diverse, ma sempre le stesse inquadrature. La ricerca del senso profondo degli scenari da riprendere, necessità di sensibilità e cultura nella lettura della città. Solo un architetto urbanista, mettendo in campo conoscenze e saperi diversi, riesce a stabilire le conformazioni e le resistenze che connotano la realtà da rappresentare sottolineandone il senso del luogo.  Per questo motivo, stavo del tempo con la macchina rigorosamente in bolla sul cavalletto, ad aspettare le condizioni favorevoli di luce, di “traffico”, un’ombra utile…se tutto non coincideva ad una visione già in mente determinata… andavo via senza scattare.

Ho acquistato una confezione di pellicole 120 (5 pellicole per totale 50 scatti possibili) dopo un’attenta ricognizione nei luoghi con diligente lettura diretta, ho scelto le inquadrature. Ho realizzato sempre le stesse riprese. In mostra 16 stampe delle 16 postazioni, tratte da quei 50 scatti d’origine. Oggi, in digitale, 50 scatti si realizzano sciattamente per impegni molto minori.

Informazioni tecniche: fotocamera Zenza Bronica GS1, magazzino 6x7. Obiettivo Zenzanon PG50mm f22 e Zenzanon PG110mm macro f32. Pellicola T-MAX 100. Wratten Kodak 25, 12, 8.

::::::::::::::::::::::::::

Notizie sulla mostra :

Nell’ambito dell’iniziativa della Regione Toscana

In Biblioteca… Perché c’è il futuro della tua storia

Spazio espositivo ARCHISPAZIO        Palazzo San Clemente, via Micheli 2 – Firenze

LUOGHI VISSUTI

Uno sguardo su Castiglione della Pescaia

 

Racconto fotografico di Pasquale Bellia

Inaugurazione giovedì 4 ottobre 2012 ore 17,00

Aperta dal 5 al 23 ottobre, ore 9 -18,30