Cultura Scicli

Le ultime lettere di Mariano Perello

Correva l'anno 1673

Scicli - Le ultime lettere di Mariano Perello vengono alla luce dopo oltre tre secoli dalla morte dell’erudito sciclitano. A rinvenirle, qualche anno fa, lo storico Paolo Militello, presso la biblioteca comunale di Palermo.

Era il mese di giugno del 1673. Don Mariano Perello, cappellano dell’ordine Gerosolimitano dei Cavalieri di Malta, scrive una lettera, mentre si trova in una cella del Convento delle Milizie, tra Scicli e Donnalucata. Perello era devotissimo della Vergine Guerriera ed era considerato uno degli uomini di cultura più famosi dell’Isola. Destinatario della missiva è Vincenzo Aurnia, un cinquantenne esponente di una nobile famiglia palermitana, discendente dai Doria di Genova, principe del Foro di Palermo e appassionato cultore di discipline umanistiche e letterarie. Aurnia di lì a qualche anno sarebbe stato nominato archivista reale e avrebbe così potuto abbandonare la professione forense per dedicarsi alla sua grande passione per gli studi storici e letterari. Perello viveva i suoi ultimi giorni nel Santuario delle Milizie, dove le sue spoglie sono ancora oggi sepolte. Perello scrive una delle sue ultime lettere, una missiva di poche righe per rispondere a una richiesta di informazioni dell’Aurnia. Al tempo era consuetudine tra gli uomini di cultura avere scambi epistolari molto frequenti e la lettera del Perello vuole soddisfare una curiosità dell’amico palermitano. Aurnia è curioso di sapere notizie su un cenacolo culturale attivo a Scicli in quei giorni: si tratta dell’Accademia degli Inviluppati, una accademia di cui Perello era stato “principe”, fondata nei primi decenni del Seicento. Don Mariano risponde, non senza tradire una vena di nostalgia per quello che questo cenacolo di uomini di cultura aveva rappresentato: “Furono una buona ragonanza di belli spiriti, ma il tempo e la morte di tanti di sì fatta radunanza” ha ormai disperso l’Accademia “e ora non è restata memoria di essa”. Insomma, della “radunanza di spiriti” sopravvissuti alla peste del 1626 non era rimasto più nessuno, perché il tempo e la morte avevano comunque fatto il loro corso. Ma chi erano gli amici intellettuali di MarianoPerello? Sicuramente tra quanti Perello ricordava con maggiore affetto c’era don Angelo Arrabito, primo preposito della collegiata di San Bartolomeo. Quindi don Vincenzo Celestre, che già a dodici anni scriveva correntemente in latino, in versi e in prosa, rievocando addirittura il passaggio di Ercole a Scicli. Ed infine, don Vincenzo Miccichè, destinato a morire prima di tutti e, purtroppo, anche prima del padre. Quest’ultimo fondò in sua memoria il collegio del Gesuiti, il cosiddetto Palazzo Miccichè, demolito nel 1961 per fare posto al palazzo di vetro; ma questa è cronaca dei nostri giorni. Aurnia chiede di sapere dell’ultima fatica letteraria di Perello, la “Sicilia Greca”, che ai tempi non era ancora stata data alle stampe. E qui le parole di fra Mariano rivelano la tristezza di chi è consapevole di vivere gli ultimi giorni della propria esistenza: “La mia Sicilia Greca –scrive ad Aurnia- non ha avuto ventura di farsi vedere alla luce del mondo e voglio credere che rimarrà sepolta nell'oblio di questo secolo”. L’opera, che rappresentava la summa del sapere numismatico del Perello, in effetti non vide mai la luce. Un secolo dopo l’arciprete Antonino Carioti scrive scriveva che la Sicilia Greca del Perello “rimase in Palermo, ove l’illustre autore l’avea inviata per farla stampare; lo che non si verificò, perché il Perello cessò di vivere, onde l’opera anzidetta restò manoscritta in potere dell’erudito palermitano Vincenzo Aurnia”.