Cultura Musica

In morte di Glenn Gould

Il più grande pianista

Premessa numero uno: non capisco molto, anzi quasi nulla, di musica e meno che mai di musica “colta”. Premessa numero 2: da qualche settimana tutto il mondo celebra il cinquantesimo anniversario della pubblicazione del primo 45 giri (come lo spiego ai nostri lettori minori di quaranta anni? Lo faranno i loro genitori se ne avranno voglia) dei Beatles.

Svolgimento: un altro anniversario nel mondo della musica dovrebbe avere simile se non uguale risonanza nei mass-media. E invece, fatto salvo mio errore, ne ho letto solo sul “Domenicale” del Sole24Ore (e la cosa – conoscendo ed apprezzando il principale inserto culturale italiano – appare ovvia) e poche righe mi pare su Repubblica. Eppure nell’ottobre di trenta anni fa (esattamene il 4) moriva a Toronto (dove era nato esattamente cinquanta anni prima) il più grande pianista di tutti i tempi: Glenn Gould.

Scrivere di questo autentico genio è cosa assai ardua per chiunque, a maggiore ragione per il non-specialista. Ma paradossalmente tutto ciò agevola chi come me vuole solo condividere coi lettori di RagusaNews il ricordo di un canadese dalla vita stranissima (definirlo eccentrico è riduttivo) e dall’arte immensa. Considerato, si scriveva prima, il più grande pianista di tutti i tempi (seguito, va detto, dall’italiano Arturo Benedetti Michelangeli, dodici anni più grande di lui), Gould (ma in molti documenti della sua famiglia paterna il cognome è spesso “Gold”), ebbe vita breve e tormentata. Nel 1964 decide di non esibirsi più nei concerti, ma in compenso si trova spessissimo in sala di registrazione. Davanti al suo “Steinway”, si siede sulla sedia costruita appositamente per lui dal padre, chiude gli occhi, inizia a mormorare (le note? Parole incomprensibili? Suoni? Lui disse che non si accorgeva di cantare durante l’esecuzione, ma che in quella maniera completasse lo scritto del compositore che in quel momento stava interpretando) e con le mani precedentemente riscaldate dall’immersione in acqua tiepida da il via alla pura tecnica, alla esecuzione perfetta.

Trenta anni fa moriva, affetto da una malattia ancora oggi misteriosa, forse una degenerazione neurologica che accomuna, almeno così si legge spesso, tantissimi uomini dalla capacità portentose nei vari campi dell’arte e della scienza.

Data la prima premessa, e data anche la seconda, chiudo sostenendo che anche per i profani come me ascoltare le “variazioni Goldberg” di Bach eseguite da Gould con il suo pianoforte “Steinway CD 318” significa percepire (se non comprendere) il perché la musica rapisce gli uomini per la vita, e sovente li rende migliore.

Dimenticavo: il pianoforte e la celebre sedia del musicista morto trenta anni fa sono esposti in una speciale camera a vetro nella Biblioteca Nazionale del Canada a Ottawa. Ripeto: un pianoforte malconcio ed una sediolina pieghevole di legno distrutta dall’uso (Gould suonava dimenandosi non poco) e dal tempo che formano l’attrazione turistica di una capitale americana.

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