Cultura Madrid

Caliti junku. La Sicilia di Sciascia, e dei Borbone

L’espressione siciliana, citata da Battiato in una nuova canzone

Madrid - In epoche tanto critiche quanto le odierne, il noto proverbio siciliano “Càlati juncu chi passa la china” mi pare una massima sapienziale di un’attualità sconvolgente.

Già nella Bibbia la letteratura sapienziale aveva raggiunto l’espressione più importante e alta.

Il proverbio popolare nasce, dunque, dall’esigenza di trasmettere al popolo i sani criteri del vivere spesso parodiando i libri sacri o gli antichi autori greci e latini. I loro insegnamenti universali sono tradotti nella lingua parlata e resi con termini volutamente forzati e coloriti o con frasi lapidarie e ciniche perché tutti potessero assimilarli.

Giuseppe Pitrè (1841-1916), il più grande studioso delle tradizioni siciliane, amava ripetere che la Sicilia ha più proverbi essa sola che non tutte le altre regioni d’Italia messe insieme. E lo affermava con cognizione di causa perché una parte della sua monumentale opera è dedicata ai proverbi siciliani.

E’, infatti, proprio nel terzo volume dei Proverbi Siciliani del Pitré (Palermo, 1880) che io ho ritrovato la prima citazione autorevole del nostro antico: “Càlati juncu chi passa la china.” (curvati giunco sotto l’impeto della piena).

Il grande studioso dà anche due altre varianti poco conosciute di quest’antichissimo detto: “Càlati juncu ca lu ciumi mina” e ancora “Chicate, junciu, ca a china passa”, quest’ultima forma è forse più nota in territorio calatino.

Il Pitrè, da ricercatore serio, erudito e documentato, mette in relazione il Nostro proverbio con il celebre passo del secondo libro dell’“Artis Amatoriae” di Publio Ovidio Nasone di cui sostiene, in effetti, essere una libera applicazione:

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“Obsequio tranantur aquae, nec vincere possis

Flumina, si contra, quam rapit unda, nates.”

Non si può, perciò, non essere d’accordo con l’autorevole personaggio.

Su quest’antichissimo proverbio, tuttavia, sono stati scritti fiumi d’inchiostro.

Personalmente ritengo che nessun’altra espressione possa fotografare meglio di questo proverbio e dell’altro non meno famoso e conosciuto “Cumannàri è mègghju ri fùttiri” le due vere anime del popolo siciliano. Da una parte l’attaccamento al comando, da sempre esercitato in Sicilia dalla “casta” baronale, non importa il dominatore di turno; dall’altra la maliziosa attesa nella sventura -che non è stata, in effetti, mai rassegnazione del popolo siciliano- (càliti juncu), del momento opportuno per sollevare la testa gabbando in mille modi le consumate astuzie del potere.

Il giunco nell’isola nasce spontaneamente nelle paludi, lungo i corsi d’acqua o ai bordi delle fiumare che d’inverno s’ingrossano d’acqua per le piogge. Sotto l’impeto della piena, infatti, nonostante la natura fragile del suo lungo e flessibile stelo, il giunco si curva, resistendo anche a pressioni notevoli, per poi ritornare a ergersi un’altra volta, intatto, fiero e magnifico, a sfidare il vento. Ricordo ancora il suono melodioso quasi d’arpa di queste esili canne agitate da una brezza leggera, su dune di sabbia antica a pochi metri dal mare.

Molti nel tempo si sono voluti impossessare di questo detto. Licatesi e agrigentini, cittadine e borghi vari.

Bronte ha anche fornito la sua data di nascita, 1849, anno in cui Ferdinando II di Borbone restaura in città l’assolutismo napoletano dopo l’insurrezione del 23 aprile del 1848 che vedeva contrapposte le oneste rivendicazioni del popolo agli interessi del governatore della ducea.

Sciascia, in “Nero su nero”, con molta arguzia e a ragione, riconosce in questo proverbio il motto che più di ogni altro ricapitola la filosofia della mafia. La mafia, infatti, a volte sembra essere sconfitta ma ha solo “chinato” temporaneamente il capo per risorgere, idra dalle nove teste, più combattiva e veemente che mai, per annientare chiunque ostacoli il proprio cammino fosse anche un’altra delinquenza organizzata o l’Antimafia stessa.

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