Cultura Scicli

Il tempo dei morti a Scicli

Il Sammugghirmùzzu, detto anche arma santa

Madrid - Il tempo dei morti a Scicli coincideva una volta di solito con la prima aratura e la semina.

Le piogge di settembre decretavano la fine dell’estate e i campi abbandonavano il vecchio colore giallo delle stoppie riarse per rivestirsi dei verdi smaglianti delle erbe nuove.

Mio padre dalla fine di agosto, tutte le sere, osservava il cielo e la luna come un anziano pastore o un antico augure per strappare alla natura una predizione che era più infallibile di un qualsiasi bollettino meteo.

Una saggezza antica, quasi millenaria, tramandata oralmente di padre in figlio come un prezioso testamento, mi svelava i segreti della luna e delle stelle, i capricci dei venti, il senso occulto di una vita vissuta nella solitaria contemplazione dell’universo.

“Se le prime piogge vengono dal mare, sarà un’annata copiosa d’acqua. Se le prime piogge vengono dalla montagna, sarà un’annata siccitosa. Quando la gobba della luna è verso terra, non aspettarti né pioggia né rugiada. Il clima è secco, non seminare, dunque, figlio mio. Quando invece la gobba della luna è rivolta verso le stelle, sappi allora che la pioggia è vicina. Se poi la luna ha un’aureola e la sua luce è opaca, domani sarà un giorno di vento.”  E ancora guardando il tramonto “se il sole s’insacca nelle nubi o la sua luce appare, filtrata, come un occhio di capra, domani barricati in casa perché la tempesta è imminente.”

Mio padre spesso fiutava l’aria per conoscere un vento dalla sua direzione e dargli un nome. Prima di spaccare la terra con l’aratro, dopo le prime acque, raccoglieva le olive che frangeva in frantoi persi nella campagna per ottenere un olio a volte dall’afrore così selvatico e forte da togliere il respiro.

Le giare si pulivano dalla sedimentazione della morchia nel vecchio baglio della masseria. Prima si mettevano a lungo a colare, poi si sgrassavano con liscivia e si lasciavano asciugare al tiepido sole d’autunno nell’attesa dell’olio nuovo. Era un’operazione importante, questa. Andava eseguita con grande perizia perché l’olio è una sostanza delicatissima che assorbe facilmente odori e sapori con i quali viene a contatto.

https://www.ragusanews.com//immagini_banner/1545141874-3-triumph.gif

Il vecchio olio residuo spesso rancido con la morchia si conservava in grossi “lemma” di terracotta, grandi semi coni rovesciati e svasati, a volte dipinti di ocra o di verde e smaltati, ai bordi dei quali il maestro vasaio aveva applicato manichette per maneggiarli meglio. In essi si lasciava anche rapprendere il sapone. Quest’olio non più commestibile si cuoceva, infatti, a fuoco lento con liscivia setacciata e raffinata che agiva da coagulante e cladodi di fichi d’India maciullati che conferivano un caratteristico colore verde bandiera ai panetti ricavati dalla forma rappresa.

In cucina le donne preparavano marmellate con i frutti autunnali (uva e susine settembrine) da consumare durante l’inverno col pane caldo; facevano anche asciugare mostarda e cotognata, coperte da veli per difenderle dalle mosche, su lunghe assi di legno; preparavano, dopo la vendemmia, profumatissimi “cuddurèddi”, gnocchetti di pasta fresca e grossi ravioli cotti nel mosto caldo e addolcito, questi ultimi ripieni di una farcia composta di mandorle tritate abbrustolite, di zucchero, di buccia di limone grattugiata e cannella; lasciavano cuocere il mosto fino a ridurlo di un terzo del suo volume sul fuoco moderato per ottenere l’antichissimo “vino cotto”, già noto ai romani come prelibato dolcificante, da spalmare sul pane appena sfornato o come base per confezionare i gustosissimi “mustazzòla” a San Martino.

La notte di Ognissanti anch’io scrutavo, bambino e seguendo l’esempio di mio padre, attentamente il cielo ma per indovinare da che parte “i morti” sarebbero arrivati nel notturno e misterioso pellegrinaggio annuale alla terra degli uomini vivi.

Non avevo desideri particolarmente costosi e complicati come i bambini moderni. Mi accontentavo di quattro fichi secchi asciugati su assi di legno sotto il sole di luglio assieme ai pomodori spaccati e salati del giardino. Ero felice del fruttino di pasta di Martorana che la mamma di nascosto aveva confezionato su commissione dei nonni defunti e lontani, della formina di cotognata raffigurante un agnellino pasquale o un grappolo d’uva, della formina di mostarda secca che anch’essa riproduceva qualcosa. Ascoltavo curioso i rumori della notte per spiare il volto di chi mi aveva passato il testimone del complicato mestiere di vivere. Ma nulla accadeva e il sonno regolarmente vinceva le mie veglie.

A Ognissanti si faceva pure il pane con il grano nuovo, raccolto alla fine di giugno e macinato per l’occasione.

Si modellava il primo pezzo di pasta a forma di pesce per ringraziare il Signore per il raccolto ottenuto e si divideva quel pane, benedetto da mio padre a tavola, come fosse un pane azzimo per un’ultima cena. Si confezionavano con estrema perizia tanti “Sammugghirmùzza” da regalare ai poveri in suffragio delle anime del Purgatorio. Per questo quelle forme di pane si chiamavano più semplicemente “Armi santi”. La pietà popolare dava ai pani votivi le forme del busto reliquario di San Guglielmo per esprimere una carità che aveva avuto nel Santo il maestro e l’interprete più alto. Una carità che voleva proprio il Santo primo intercessore presso Dio per le anime purganti della nostra città.

San Guglielmo, infatti, raccontano le cronache, si era recato, dopo una terribile carestia, nella vicina isola di Malta per acquistare del grano. Quel grano seminato produsse poi un raccolto copioso. Da qui il nesso logico che lega il Nostro Santo alla pietà del pane.  

Il giorno dei morti era comunque il vero spartiacque tra estate e inverno. In Sicilia le stagioni intermedie da troppi anni non esistono più.

Il vecchio cimitero si trasformava, come ancora usa, in una città di vivi, dove la pietà aveva il sopravvento sulle umane miserie, dove pie donne e suore accompagnate da orfanelle dall’aria triste e rassegnata recitavano in suffragio, per una modica offerta, interminabili poste di rosario.

Si portavano fiori di carta per ornare le sepolture, si costruivano ingegnosi ripari con canne o cladodi di fichi d’India o tegole per mantenere viva la fiamma del ricordo su sepolcri contraddistinti da una semplice mattonella di ceramica che portava dipinto un numero romano.

Il cimitero dei poveri si estendeva alle spalle del cimitero aristocratico e borghese come se il regno dei morti dovesse riprodurre per una dannazione eterna le disuguaglianze dei vivi.

E più in là, verso l’ingresso monumentale sulla strada che collega la città a Santa Croce Camerina, altri erano ghettizzati anche dopo la morte. Una terra maledetta che nessuno visitava. Erano tombe di uomini e donne, provenienti da paesi lontani, deceduti nel nuovo tubercolosario costruito agli inizi del Novecento con gli ultimi spiccioli dell’eredità Busacca.

Ricordo ancora gli occhi di mio padre mentre accendeva su un cumulo di terra, a ridosso della cappella Penna, un piccolo lampione di quelli che si dondolavano nel buio sotto i carri. Erano gli occhi lucidi di un uomo che ritornava bambino fra le braccia perdute ma inseguite della madre.

-E’ qui! – M’indicava, nella voce un affanno irresistibile di pianto, la direzione del corpo. – E’ qui la sua testa. –

Ma io vedevo solo un cumulo di terra e una mattonella e poi niente, forse neppure le sue lacrime.

Ho visitato oggi il cimitero.

Ai fiori di carta si sono sostituiti, nonostante la crisi, fasci di fiori veri. Ai lumi tante piccole lampadine votive. I viali antichi e il viale principale, che ripetono la stessa scenografica sequenza dell’antichissimo e dirimpettaio orto botanico dei Cappuccini poi diventato Villa Penna, sono ben tenuti e illuminati. Molto curati.

Sul cimitero dei tisici oggi sorge un’imponente fila di cappelle e l’altro, il cimitero dei poveri, a stento lotta contro una cementificazione sempre più insidiosa e selvaggia.

I cipressi sono ancora là come dita di mani puntate verso un cielo insensibile e chiuso.

Gli angeli di pietra non hanno più né forza né lacrime per trattenere per un ultimo sforzo della pietra in questo mondo la vita.

Guardo il vecchio Duomo che da lontano, ieratico, domina la storia e il senso del nostro paesaggio: unica vera e autentica preghiera rivolta da generazioni di sciclitani al Signore. Una palma centenaria lo inquadra, lo fissa per sempre nella mia memoria di vecchio.

In questo posto mediterraneo e sereno anche l’erba più incolta ha per me un suo fascino e un suo profumo.

Al ritorno m’imbatto sulla strada verso casa in gruppi di ragazzini mascherati da zombi e da morti viventi per celebrare un Halloween che non riesco a capire e a immaginare, che sento estraneo alla mia cultura e al mio interesse.

Mi guardo allo specchio con circospezione e paura e mi chiedo con struggente malinconia se dentro il cuore di questi giovani finti spettri possa albergare ancora la poesia come felice presagio mistagogico di un sogno.     

Nella  foto, il  "Sammugghirmùzzu", pane votivo detto anche "arma santa": si regalava ai poveri in suffragio delle anime del Purgatorio nei giorni di Ognissanti e dei Defunti. La forma di pane è stata eseguita dal panificio Pitino del Villaggio Jungi grazie alla consulenza di alcune anziane signore. 

https://www.ragusanews.com//immagini_banner/1543747182-3-nifosi.jpg