Cultura Londra

Peppiatt: Guccione non dipinge ciò che vede, ma ciò che vuol vedere

In un libro l’incontro tra il critico e il maestro

Londra - Dopo aver scritto della visita a Piero Guccione, avvenuta in Sicilia nel 1998, non avevo avuto più nessuna ragione particolare per pensare a lui. Non almeno sino all'estate scorsa, quando un giovane film-maker italiano, che stava realizzando un film sul pittore siciliano, mi ha chiesto di registrare in video, stavolta a Roma, l’esperienza del mio primo incontro con Guccione.

L'intera esperienza è tornata alla memoria in maniera molto vivida. Arrivati appositamente da New York con il suo gallerista ( Sandro Manzo n.d.r. ), ricordo che viaggiammo in auto attraverso una Sicilia arida e disseminata di neri carrubi, sino al punto più a sud, dove Guccione si era ritirato per dedicarsi all'infinito tentativo di catturare sulla tela i mutevoli riflessi del mare e del cielo. L'impossibilità del suo sforzo - di fissare cioè un istante che per sua stessa natura non potrebbe mai essere più effimero - ha conquistato subito la mia ammirazione. Dopo aver osservato il mare con l'artista e dopo aver guardato le sue tele di un azzurro cangiante ho tentato, ben trenta anni più tardi, di catturare nuovamente e fissare la sempre cangiante impressione della esperienza compiuta sul terreno della similitudine fluida di un film.

Sono enormemente confortato nella consapevolezza di sapere che Guccione è ancora lì, all'altro capo dell'Europa, a registrare pazientemente la caducità della luce su un'onda che sopravviverà a tutti noi. Il mondo è circoscritto da molti luoghi in cui la terra finisce. Scicli, città posta sulla costa meridionale della Sicilia e sede di una civiltà che risale ai Greci, è uno di questi avamposti. E, in questa terra bruciata dal sole e affacciata sul Mediterraneo che guarda la costa libica, Piero Guccione vive la sua esistenza di artista isolato come l'ultimo esemplare di una grande cultura abbandonata. Un esilio, quello di Piero Guccione, trascorso a perseguire l'ideale di bellezza che trafisse i suoi antenati classici: come dare forma durevole al galleggiamento, alla grandezza informe del mondo? Quale forma dovrebbero avere questi grandi dei, Zeus e Poseidone, il cielo e il mare: quali forme fare loro assumere? L'intensità del fine che Guccione persegue sta proprio nel fatto che non possono essere catturati lo spostamento del bagliore della luce sull'acqua o il mutare impercettibile di una sfumatura nel gioco delle profondità.

Nel suo paese Piero Guccione è divenuto una leggenda ma, nonostante la tanta pubblicità venutagli dagli attestati dei critici più importanti, rimane isolato e raramente si incontra in giro. Volontariamente tagliato fuori dal mondo, nel suo studio siciliano impiega molti mesi, talvolta anni, su una singola immagine, rielaborando ossessivamente le sottigliezze precise dei toni fino a quando non sente di aver catturato l'essenza delle montagne aride e scintillanti del Mediterraneo che compongono i confini del suo mondo. Solo allora si permette di unire i lavori pazientemente assemblati per una delle sue rare mostre a Roma, Parigi o New York. Pur essendo nato in Sicilia nel 1935, Guccione ha trascorso gran parte della sua vita adulta a Roma, dove ha prima studiato e poi insegnato, presso l'Accademia di Belle Arti.

Con il suo lavoro, come lui stesso racconta, ha tracciato un "arco" completo che va dalla pittura altamente gestuale dei vent'anni alla visività scrupolosa della maturità. Tale sviluppo si è dimostrato così forte e fagocitante per lui sino a rendergli la vita in città quasi come un ostacolo. Circa dieci anni fa ( più di trenta n.d.r.), con la stessa ansia e il sollievo che aveva provato abbandonando l'isola da giovane, Guccione è tornato in Sicilia, alla ricerca dello spazio e della luce indispensabili alla sua esigente visione dell'arte, optando per vivere in una casa di campagna austera, circondata da un giardino recintato oltre il quale i campi sparsi terminano bruscamente in un orizzonte di mare e di cielo. Mare e cielo vasti all'infinito che, per loro stessa natura indefinibili elementi, sono esattamente ciò che Piero Guccione anela a definire in pittura. “Questo è probabilmente il motivo per cui dedico così tanto tempo alla pittura”, l'artista ammette, “Il mare non è mai la stessa cosa da un istante al successivo. Rimango a osservarlo per lungo tempo. Poi, quando sto dipingendo, tutti i diversi punti di vista e movimenti di luce osservati in precedenza, mi ritornano. La somma finale di quanto osservato, dopo mesi trascorsi a modificare l'intera immagine, mi fa pensare al fatto che avrei potuto o dovuto cogliere qualcosa della realtà interiore del soggetto. Per me, un dipinto è finito solo quando io sono convinto che non c'è niente di più che posso aggiungere o togliere”. Ogni cambiamento infinitesimale di colore che Guccione apporta a una delle sue marine o paesaggi o notturni, impone una delicata e dolorosa revisione dell'armonia tonale dell'immagine. Cambiare una sola nota, corrisponde all'oblio di dover cambiare il tutto. Questa ricerca esasperante viene effettuata con garbo e predisposizione da Guccione, le cui dolci maniere e la volontà di ferro si fondono in una applicazione inflessibile.

"Ho bisogno di stare su un argomento per anni per trovare il suo significato (di fondo)", dice, "e tale risultato è raggiunto, a mio avviso, solo quando il reale e l'ideale si fondono in una immagine convincente". Quando Guccione osserva fuori dalla sua finestra verso il mare e il cielo cangianti, il suo sguardo è volto dritto verso il Nord Africa. Dopo una lunga siccità, con le vacche magre rannicchiate all'ombra degli alberi di carrubo, questo litorale polveroso sembra più che mai l'ultima propaggine d'Europa. Il sentire interiormente per poi ricreare su tela, è ciò che rende Guccione acutamente consapevole della trasformazione causata dalle incessanti incursioni dell'artista sulla realtà. Realtà intensa e senza tempo: questi sono il mare, la spiaggia e il cielo notturno che ben conoscevano sia l'invasore normanno che il marinaio greco. Ma la pittura di Piero Guccione è al contempo creata e nutrita anche fuori dall'arte. Tuttavia la sua visione non si lascia chiudere da un limite topografico, ma si richiama costantemente a una cultura visiva universale. "Non c'è mai fine al numero di artisti che si ammirano", Guccione, dice, “Cezanne è certamente il punto essenziale di riferimento. C'è Munch, anche, che in un certo modo rappresenta l'altra faccia di Cezanne”.

L'influenza di Caspar David Friedrich è stata direttamente riconosciuta in una serie di pastelli dell'artista siciliano dedicati a temi presi in prestito dal grande romantico tedesco così come, nella sua recente serie di disegni di Matisse, egli rende omaggio alla calma del maestro francese, alla quiete preziosa prima dell'uragano rappresentato dal modernismo novecentesco. "Il mare occupa uno spazio, il vento crea uno spazio", dice Guccione. “Quello che mi interessa è cercare di dare forma durevole a quegli spazi, per poter ricreare una mia struttura interiore”. La composizione intricata che deriva da questa ambizione è costituita da una massa di schizzi e appunti che l'artista fa, mentre cammina a piedi sulla spiaggia oppure da un tema scelto osservando fuori dalla finestra del suo studio. A poco a poco tutti i dettagli superflui, ogni aneddotica, rimangono esclusi, lasciando un unico tema principale, trasmesso con una sensazione di magica grandezza della natura. "Guccione non dipinge ciò che vede", il romanziere italiano Alberto Moravia ha suggerito, "ma ciò che vuole vedere". Qualcosa, certo, Guccione è obbligato a vedere con grande tristezza e rabbia: è il deterioramento massiccio della campagna siciliana. La sua bellezza grave è segnata da nuovi edifici a basso costo e discariche abusive di rifiuti. Un senso di abbandono grava pesantemente sull'isola e rappresenta per alcuni la malinconia che Guccione comunica coi suoi paesaggi." Spesso ho la sensazione che abbiamo rovinato le cose che ci circondano al di là di ogni possibile riparazione futura", dice l'artista. Nei dipinti recenti Guccione ha inserito pezzi di plastica nera. "E 'una sorta di realismo", osserva ironicamente."Ci sono masse di questa plastica nera per tutta la campagna. Oramai fa letteralmente parte del paesaggio".

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Periodicamente, anche per sfuggire ai tempi lunghissimi che il lavoro di pittura a olio impone, Guccione si concentra sul pastello. Il cambiamento del mezzo di espressione lo libera e così egli coglie un lato più istantaneo e naturale della realtà, permettendogli di fissare al volo il volto infinitamente mutevole della natura che lo ossessiona. Ma poi lascia il granuloso tocco del pastello per tornare alla seducente e più morbida pittura ad olio. E' quest'ultima la materia che gli permette di realizzare al meglio l'illusione di aver fermato l'universo per un secondo duraturo davanti ai nostri occhi.

                                                                                                                                                                                                                              Michael Peppiatt

Chi è Peppiatt

Michael Peppiatt è considerato uno dei massimi studiosi viventi di Alberto Giacometti e Francis Bacon. Laureatosi a Cambridge nel 1964, Peppiat ha lavorato a Londra come critico d'arte per l'"Observer", prima di trasferirsi a Parigi dove è stato redattore letterario di "Le Monde" e corrispondente del "New York Times" in campo artistico. Nel 1985 è diventato direttore ed editore della rivista "Art International", con sede a Parigi. Peppiatt è tornato nel 1994 a Londra, dove vive con la moglie, la storica dell'arte Jill Lloyd, e due figli.

Peppiatt è autore di molti libri sull'arte moderna e ha curato numerose mostre, in particolare "Alberto Giacometti in Postwar Paris" (2001), "Francis Bacon: The Sacred and the Profane" (2004), "Antoní Tàpies" (2004), "Francis Bacon in the 1950s" (2006) e "Caravaggio/Bacon" (2009). La sua biografia di Francis Bacon, Francis Bacon: Anatomy of an Enigma (edizione riveduta, 2008), nominata "Book of the Year" dal "New York Times", è considerata l'opera definitiva sulla vita e l'arte di Bacon.

Tra le altre pubblicazioni spiccano Imagination's Chamber: Artists and their Studios (1983), The School of London (1987),Zoran Music (2000), Christian Schad and the Neue Sachlichkeit (che ha curato insieme a Jill Lloyd, 2003), Vincent van Gogh (2003), Les dilemmes de Jean Dubuffet(2006), Van Gogh and Expressionism (che ha curato insieme a Jill Lloyd, 2007), e Francis Bacon: Studies for a Portrait (2008). Nel 2003 Peppiatt ha pubblicato Dans l'atelier d'Alberto Giacometti, il saggio da cui ha avuto origine questo libro.