Cultura Ragusa

Giorgio Occhipinti, canonico: Gli aeroplani sul cielo di Ragusa

Religioso e musicista

Ragusa - Nei giorni in cui tutti i telegiornali di tutte le televisioni del mondo, e tutti i siti che fanno informazione, si occupano della guerra (come chiamarla se non guerra) tra israeliani e palestinesi, a me duole guardare le terribili immagini, soprattutto quelle che mostrano gli aerei. Gli aerei da guerra, i caccia, i cacciabombardieri. Guardo e penso a quanto riesce ad affascinarmi – sin da quand’ero bambino - quella che è tra le più incredibili invenzioni dell’uomo moderno: la macchina volante. E pensando all’aereo, ed al suo utilizzo, mi è venuta in mente una composizione del canonico Giorgio Occhipinti – celebre religioso ragusano al quale è stata recentemente intestata anche una arteria cittadina nel quartiere d’espansione di Viale delle Americhe - che nell’ormai lontano 1923 scriveva la poesia “Gli aeroplani sul cielo di Ragusa”. Leggerla, anche se a distanza di quasi novanta anni, è molto utile e significativo, oltre che, purtroppo, anche molto attuale:

“Non è favola più l’alzarsi a volo

né poetico sogno andar vagando

alto sul mare e sul terrestre suolo:

li ho visti anch’io venir forte rombando sul nostro ciel due grandi aeroplani

e atterrar lentamente roteando.

Què voli, che su mostri alati e strani

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immaginò l’antica poesia

a far più belli gli ardimenti umani,

parto non sono più di fantasia,

ma innegabile ver: ha l’uomo l’ale,

e più rapida s’apre oggi la via

ad ogni mèta più lontana, e sale

a tanta altezza perigliosa e ardita,

che giunger non lo può penna mortale.

Alla sua brama fervida e infinita

era breve dominio il mar, la terra,

e dè cieli acquistò la reggia ambita.

Com’aquila il suo volo indi disserra,

a suo senno si libra in aer vano,

fornisce ogni sopra e prestamente atterra.

Vèdilo il giorno andar l’aeroplano,

al caldo, al gelo, nella pioggia o al vento,

e involarsi repente à colli e al piano;

l’odi a notte passar nel firmamento

com’uccel migratore, alzando guai,

di tempesta foriero e di spavento.

E un pensier mi rattrista or più che mai:

come, già fatto militare ordegno,

all’empio ufficio ei sia votato ormai

d’apportar nova morte, ufficio indegno

dell’amor che trà popoli si dee.

Maledetto sia allor l’umano ingegno,

e nostre civiltà, di tanto ree,

sieno pur maledette! Assai m’accora

che fervano nell’uom voglie plebèe

e covi in petto la ferocia ognora,

mentre al vero egli tende e si sublima.

Ma che val, se, acquistando ali, tuttora

Innalza il corpo e il sentimento adima?”

Il sacerdote ragusano, morto ottantasettenne nel 1959, aveva perfettamente intuito sia l’enorme potenzialità dei viaggi aerei (“Vèdilo un giorno andar l’aeroplano….) ma nello stesso momento, e del resto erano ancora molto fresche le immagini della Prima Guerra Mondiale, si rattristava per il fatto che la nuova e rombante invenzione, quasi una favola, sia stata subito utilizzata per scopi militari, “ordegno”, apportatore di morte. Non sappiamo quali siano stati gli aeroplani che il canonino Occhipinti avesse visto passare sopra i cieli di Ragusa, e soprattutto dove poterono atterrare “lentamente roteando” quei mostri “alati e strani”, considerato che del Magliocco non si parlava ancora. Forse in qualche spiazzo, in qualche “ciusa” pianeggiante sull’altopiano. Rimane comunque chiara ed incisa l’immagine di questo uomo di chiesa che alla vista della modernissima invenzione si emoziona per quanto l’ingegno umano era riuscito a concepire e realizzare, e quanto quello stesso ingegno possa assoggettarsi alla “ferocia” con tutte le sue nefaste conseguenze (e del resto il religioso avrebbe visto, di li a venti anni, i guasti immani della seconda guerra mondiale).

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