Cultura Scicli

Paolo Nifosì: Scicli, città teatro irripetibile

Durante il Settecento si ricostruirà sulla base della cultura dominante tardobarocca

Scicli - Cosa fa bella Scicli, questa città ancora poco conosciuta sia ai suoi abitanti, sia ai siciliani che a chi vive oltre lo Stretto? Penso che sia nella sintesi unica tra la sua collocazione tra le valli, in una conca e le sue architetture aggrappate lungo i pendii della cava di S. Bartolomeo, della cava di Santa Maria la Nova e le sue architetture monumentali prevalentemente ecclesiastiche.

Vittorini la ricorda per le acropoli barocche, un'immagine metaforica legata alla chiesa madre di S. Matteo  nella collina omonima, al complesso del Rosario nella collina della Spana e al complesso della Croce sulla collina di S. Marco, ma quell'immagine è parziale rispetto alla ragnatela, al labirinto delle sue viuzze che si concludono nelle grotte di Chiafura o di Santa Lucia, rispetto alla sua teatralità alle sue scenografie del fondovalle.

Una città spontanea nel suo farsi, continuamente in trasformazione lungo un millennio, a causa dei terremoti, delle alluvioni, del desiderio naturale per la società di rinnovarsi, di adeguarsi ai tempi. La sua originaria conformazione intorno al castello dei tre cantoni era quella di una città roccaforte. Una città di artigiani, di contadini, di mercanti, diventata nel Cinquecento presidio militare della Contea. A fondovalle sparsi casali azzardavano una vita più ricca e meno sicura. La pestilenza del 1626 fece una carneficina, con i due terzi della popolazione decimata. Nei decenni successivi è un fiorire di attività edilizia per chiese conventi e palazzi.   Ma le disgrazie non finirono. Il terremoto del 1693 farà crollare molte architetture e sotto le macerie restarono circa tremila persone. Si ricomincerà daccapo in una ricostruzione lenta ma continua per i tre secoli successivi. I luoghi del sacro erano stati definiti in gran parte lungo il Seicento. Durante il Settecento si ricostruirà sulla base della cultura dominante tardobarocca. Come per molti centri del Val di Noto, la città diventa luogo di sperimentazione e di applicazione dei modelli architettonici e figurativi italiani ed europei, forte di una consolidata cultura edilizia dei capimastri che si confronterà con le nuove proposte tardobarocche e rococò spesso conosciute tramite cataloghi e incisioni.   Il Settecento sarà un grande cantiere che coinvolgerà più competenze: capimastri, scultori, ebanisti, marmorari, stuccatori, pittori, argentieri, sarti impegnati a ridefinire chiese e conventi. San Matteo, in gran parte demolita, è la prima cui si mette mano; vi troviamo la presenza dei capimastri Iacitano, Blandano, Spada. Sarà la volta, quindi, di tutte le altre architetture. San Bartolomeo, sistemata alla meglio in una prima fase, assumerà l'attuale fisionomia nella seconda metà del secolo e nei primi dell'Ottocento, con una della facciate più belle per invenzione e per la sua collocazione come fondale della vallata. La Consolazione in gran parte resta in piedi; in parte sarà restaurata e in parte alla fine del secolo verrà rifatta. Restano in piedi in gran parte la chiesa e il convento della Croce, il convento di Sant'Antonino, la chiesa dei Padri Gesuiti che sarà rinnovata dopo il terremoto nella facciata e nell'abside. Per i nuovi progetti bisognerà aspettare qualche decennio.   La chiesa più ricca, quella di Santa Maria la Nova, sarà ristrutturata definitivamente a partire dalla fine del secolo XVIII, assumendo un vestito neoclassico ed eclettico insieme, con un iniziale progetto di Giuseppe Venanzio Marvuglia, molto rivisitato durante tutto l'Ottocento. Dei palazzi del Settecento ne restano pochi: il più bello per la qualità espressiva delle sue mensole è palazzo Beneventano; seguono palazzo Fava e palazzo Spadaro.     
              Ph. Luigi Nifosì

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