Cultura Scicli

La fotografia, nello sguardo di Gianni Mania

Un articolo tratto da "La Provincia di Ragusa"

Scicli - Sono pochi, a Scicli, a non possedere una foto firmata Gianni Mania. Matrimoni, ritratti, questi confezionati pure nel taglio piccolo della fototessera. La sua è una di quelle presenze costanti, nel paese, ove, in una dimensione per tanti versi ancora legata alla tradizione, la maschera del mestiere precede spesso l’individualità umana.

Il percorso di Gianni Mania ha però ampiamente doppiato la misura del documentario esatto dell’occasione. In perenne auscultazione degli stimoli estetici intensi che la sua Scicli offre, il fotografo ha perseguito una ricerca sua, collezionando un emporio enorme di soggetti, sviluppati lungo direttrici tematiche varie, dalla figura allo spaccato antropologico, specie mediterraneo, dal paesaggio naturale a quello che la natura impiega e trascende. L’immagine del mondo fenomenico, in un’impronta soggettiva, interpretativa. Così la festa di paese, e il carosello ragusano che popola le spiagge, motivi che attestano come Mania sappia cogliere la parte ironica, spingendola talora al sarcasmo, di una certa natura siciliana. Così i suoi frequenti reportage tra gli artisti, che hanno inevitabilmente ‘corrotto’ l’occhio di Gianni Mania.

Natura come sipario, dunque, paesaggio concettualmente popolato di segni pure artificiali della presenza umana, anche quando l’uomo si eclissi. Natura tante volte sospesa, liricizzata, semplificabile nelle linee compositive, nelle direttrici geometriche e cromatiche. Non c’è scatto in cui questa contaminazione della veduta non si presenti, ora in un riflesso su una superficie, ora in un pezzo di natura che s’insinua a scardinare la piattezza della rappresentazione, in un camion che, casualità poetica raccolta dall’occhio di Mania, diventa la base ottica dei fiori in secondo piano. È una fotografia nella quale e tramite la quale non è necessario interrogarsi sulla vecchia querelle tra foto documentaria e foto d’arte, tra visione soggettiva e veduta oggettiva, tra fotografia come ‘metodo’ antropologico e visitazione poetica del reale.

Lo dice pure il cursus espressivo di Gianni Mania, che, quotidianamente impegnato tra servizi esterni e laboratorio, nel suo studio cataloga i notturni interrotti dal candore dei veli della sposa, affiancandoli alle cartelle dei servizi condotti in tutto il mondo, nelle personali e nelle collettive realizzate dal ’93 a oggi, quando ha esposto accanto a maestri internazionali quali Raymond Depardon, Martin Parr, Josef Koudelka, Willy Ronis, Marie-Paule Nègre, Gilbert Garcin, Gianni Berengo Gardin, Antonio Biasucci, Guergui Pinkhassov, Marc Torres. Classe 1967, Gianni Mania ha ricercato un respiro sovraregionale, specializzandosi presso lo studio Galliher di Fort Wayne – Idiana – U.S.A., ma non scordando mai il valore delle radici, come attesta la documentazione fotografica eseguita nel 2003, in occasione della candidatura Unesco “Noto e il tardo barocco della Sicilia sudorientale”, relativamente alla città di Scicli, come evidenzia la sua ultima personale, realizzata presso le tenute dei Planeta, ove un casolare di Menfi è stato saturato dei volti di chi vi lavora, “gambe e braccia, teste e cuori”, che fanno un’azienda, una terra, la sua economia e la sua cultura materiale. Incontriamo Gianni Mania nel suo ‘caveau’, mentre per la nostra rivista sta selezionando gli scorci marittimi più significativi della provincia di Ragusa.

Cos’è una foto riuscita, saper fissare l’attimo eterno, come per Cartier-Bresson, o un colpo di fortuna?

“Non credo nei colpi di fortuna. Una fotografia è sempre qualcosa che tu cerchi e quando ti trovi al posto giusto e al momento giusto non sei lì per caso, ma perché hai trovato e sei pronto allo scatto. È molto difficile oggi, in un mondo nel quale siamo bersagliati da immagini, distinguere una buona foto da una cattiva. La fotografia ha il compito di documentare, per far sì che qualcosa passi alla memoria. Ma c’è un limite in cui l’immagine diventa una foto d’arte. Superarlo vuol dire che nella sua grande capacità di sintesi il fotografo riesce a dire tanto, a raccontare, a fare poesia”.

Tu appartieni come estrazione e prima formazione alla Sicilia, che ha un bagaglio importante di foto antropologica. Come ti poni rispetto ai due mondi della fotografia documentaristica di una regione, di un territorio, e di quella estetica?

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“Fanno parte di un unico linguaggio, quello della fotografia. Inizialmente il mio sguardo si è rivolto alla fotografia antropologica, parallelamente a una ricerca delle origini, perché volevo capire la terra dove vivo, la sua cultura. Adesso il mio occhio è cambiato. Dopo dieci anni di lavoro, guardo più le persone e il paesaggio, che vedo sotto aspetti nuovi, anche perché influenzato da grandi fotografi come Luigi Ghirri”.

Coltivi una frequentazione importante con gli artisti del Gruppo di Scicli. Nonostante la fotografia abbia una sua specificità, la pittura può influenzare, arricchire, colorare lo sguardo. Pensi che tra queste due arti ci sia un canale di comunicazione e che nella tua fotografia si sia estrinsecato?

“Certo. Lo stretto contatto coi pittori del Gruppo di Scicli mi ha influenzato. Esiste una relazione, specie con Franco Polizzi, uno degli artisti con cui riesco a confrontarmi meglio, ad avere uno scambio culturale ed estetico, di linguaggio. Cosa che è per me un grande stimolo. Guardare le opere pittoriche ti apre a un’altra visione del paesaggio”.

Una battuta su Scicli, gioiello architettonico e luogo di grande atmosfera.

“Anzitutto è la mia città, il luogo dove sono nato e dove ho scelto di vivere, quello che amo di più. Scicli è la mia base, il mio punto di partenza. Vivere in un posto dove sei circondato da chi ama l’arte e da chi la fa è arricchirsi tutti i giorni”.

Copertina e album di questo numero sono dedicati alla tua ricerca sulle spiagge iblee…

“Il progetto sulle spiagge è soprattutto di ordine antropologico. È uno sguardo alla mia terra. Nelle spiagge l’elemento umano è predominante, vi si rispecchia molto la nostra cultura. Le famiglie si trasferiscono fisicamente e materialmente in spiaggia, si portano dietro la casa. Essere in queste spiagge è come entrare nelle loro abitazioni, nelle loro intimità. In una casa senza mura, da cui puoi estrapolare la vita quotidiana. Ho fotografato con una macchina nascosta. Non c’è una ricerca estetica in questo lavoro, ma è una foto voluta. Il disordine di queste foto è come se rispondesse a un ordine fotografico”.

Estate 2012. “Viaggio in Sicilia”, reportage eseguito per la mostra dei Planeta. Che ci dici?

“È nato con alcuni artisti del Gruppo di Scicli, dei quali ho documentato il “Viaggio in Sicilia”. All’interno di questo viaggio ho fatto un lavoro sugli operai che lavorano la terra”.

Lu Conte, Lu Nicu… ogni operaio è stato etichettato col suo soprannome. Credi di aver trovato degli uomini o delle maschere?

“Il mio ‘viaggio’ è stato anzitutto un contatto umano con le persone poi ritratte. Il soggetto è come se si facesse un autoritratto, nel quale il fotografo intercede. Ma solo se prima hai stabilito una relazione tra te e chi fotografi. Durante la vendemmia ero stato con loro, che dunque avevano già accettato la mia presenza. Fine del mio lavoro era far trasparire la dignità umana, che vale oltre il prodotto di un’azienda. È stato un progetto che mi è servito pure a tracciare antropologicamente la memoria di quel territorio, depresso economicamente. Nelle facce di quegli operai ci sono normanni, arabi: ogni volto ha la sua storia, e vi puoi rintracciare i popoli che hanno attraversato la nostra terra”.

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