Cultura Scicli

Lucio Schirò, il pacifista armato della parola

Il libro di Miriam Schirò su Lucio Schirò D’Agati

Scicli - Avevo cinque anni, andavo all’asilo. Mia sorella Manuela, più grande di un anno, frequentava già le elementari. Guardavo con curiosità e ammirazione i suoi quaderni, le cui pagine delimitava quotidianamente con snelle cornicette variopinte, all’interno delle quali mia sorella rappresentava con un disegno la stagione, il mese, la condizione metereologica. E poi scriveva!

Grazie a quelle limpide pagine intuivo, con confusa meraviglia, che esiste un rapporto fra  “le Cose” e le “Parole”. Inutile dire che la bravissima maestra di mia sorella era Miriam Schirò, alla quale quindi devo indirettamente la convinzione che la scrittura può ordinare, razionalizzare l’universo. O quantomeno regolare, ordinare una vita.

Ed è probabilmente per questo convincimento che Miriam ha scritto “Un lottatore senz’armi: mio padre Lucio Schirò D’Agati”, libro pubblicato di recente da Zephyro Edizioni, con il quale si è inserita nel appassionante genere letterario della “biografia in prima persona”, quale è il coinvolto e coinvolgente testo di Miriam (“Mio padre desiderava che noi conoscessimo anche la storia della sua infanzia”).

E’ un libro necessario: se Scicli è una città democratica e tollerante si deve a uomini come Lucio Schirò: Laura Malandrino assimila Schirò a La Pira, “che fece della lotta per la pace la sua religione”.

Diversi hanno scritto di Schirò negli ultimi venti anni (Dormiente, Miccichè, Barone,  Trovato, Pitrolo,…), ma mancava un testo che ne raccogliesse organicamente – come scrive Miriam - “pagine di diario, opere, lettere, testimonianze, ricordi di famiglia (…), affinché resti una traccia della vita di un uomo esemplare”. Ci sono perciò le attestazioni di chi ha conosciuto direttamente Lucio Schirò e gli studi di chi ha imparato ad apprezzarlo tramite i suoi scritti: generazioni diverse così si danno la mano.

            Ma chi fu Lucio Schirò?

            Per prima cosa collochiamolo storicamente: fra il 1860 ed il 1921 la popolazione di Scicli passa vorticosamente da 11.000 abitanti a 24.000, con lo sconvolgimento di tutti gli equilibri sociali, economici, sanitari preesistenti. La nostra città diventa la capitale dell’agricoltura intensiva: i greti dei torrenti vengono coltivati, facendo aumentare così ricchezza e malattie: sono le contraddizioni di un “capitalismo” confuso.

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Le istanze sociali, quindi, sono fortissime, e verranno comprese da Lucio Schirò, che era nato nel 1877 a Altofonte, a quindici anni aveva partecipato all’ansia di giustizia dei Fasci Siciliani ed era pastore protestante a Scicli dal 1908. Schirò nel 1913 rafforza le strutture della comunità metodista e fonda “Il Semplicista”, “Organo della Chiesa Metodista e della Sezione Socialista”, giornale attento alla realtà locale ed ai grandi temi della politica nazionale: la questione meridionale, la guerra di Libia, la “Grande Guerra” (sempre da un punto di vista “pacifista”). Vi compaiono rubriche quali “La scienza dei semplici”, dove si spiega ad esempio come si fa agricoltura. Da notare un carteggio con don Luigi Sturzo e i medaglioni dedicati ai “semplici” di Scicli: Giuseppe Vanasia, “calzolaio serio e valente”,… Da sottolineare lo spazio dato agli intellettuali: Francesco Mormina Penna, apprezzato e criticato; l’avversario Ignazio Scimone (“Scicli, combatti ma rispetta Ignazio Scimone che ti onora”). Le epigrafi del “Semplicista” sono una citazione evangelica ed una mazziniana: “Il vostro parlare sia sempre sì, sì, no, no. Ciò che soverchia è del maligno. Siate semplici come colombe”; “Lavorate in terra per la terra, ma con lo sguardo sempre rivolto alle cose eterne”. (“Il Semplicista” sarà chiuso dal regime fascista nel 1924).

            Dopo la Prima Guerra Mondiale Schirò rafforza il radicamento a Scicli: nel novembre del 1920 diventa sindaco di Scicli, guidando una lista di operai e contadini. Dal bilancio di previsione per il 1921 si ha la chiara percezione della progettazione di uno stato sociale di altissimo profilo: una scuola elementare resa concretamente obbligatoria grazie all’istituzione del Patronato scolastico, all’erogazione di libri, premi agli alunni che si distinguano; l’arginatura dei torrenti,… Tali servizi dovevano essere finanziati da un sistema fiscale democratico, progressivo, che si sarebbe basato innanzitutto sulla proprietà fondiaria: per questo motivo i rentiers, i latifondisti, impauriti, approfittarono del torbido clima di violenza del fascismo nascente, costringendo con le armi Schirò a dimettersi.  

            Sconfitto momentaneamente, ma non abbattuto, nello stesso 1921 scriveva: “dobbiamo tornare a predicare il Vangelo, a costruire coscienze, ad istruire il popolo nelle scuole”: e infatti nei quarant’anni successivi (morirà nel 1961) avrebbe dato attuazione a ciò, continuando ad impegnarsi sia nell’evangelizzazione che nella promozione umana. Franco Becchino nell’introduzione perciò scrive che questi due aspetti caratterizzarono Schirò: “da un lato l’ubbidienza alla vocazione cristiana fino a dedicare tutta la sua vita al ministero pastorale (…); dall’altro lato l’azione politica nella militanza socialista (…), intesa come battaglia di emancipazione dei deboli”.

Schirò era un oratore travolgente e carismatico che nei comizi poteva spontaneamente citare la Bibbia, unendo istintivamente Sacra Scrittura e socialismo. Le sue armi erano la parola, l’argomentare, il dialogo. Dino Barone, anche lui brillantissimo oratore, racconta di quando, nel clima infuocato del 1948, tenne per la D. C. un comizio a Scicli in una piazza Municipio stracolma. Alla fine del comizio fra la folla si levò una voce: “Chiedo il contraddittorio”: era proprio Lucio Schirò. Barone acconsentì, e fra i due avversari si tenne una rispettosa e “graziosa guerra d’ingegni” (“oh gran bontà de’ cavallieri antiqui”!). La passione per la parola era amore per la comunicazione: Schirò esortava i collaboratori del “Semplicista” a esprimersi “in forma breve, obiettiva, leale e gentile, in stile semplice che riesca chiaro per gli umili, piacevole per tutti” (mentre in Italia dominava il dannunzianesimo più retorico).

Tutta la vita di Schirò è stata testimonianza esemplare di fede. Basti pensare che la nostra famiglia, cattolicissima e democristianissima, ha sempre avuto ammirazione per gli Schirò, evangelici e socialisti, rispettati per l’intelligenza, l’onestà, la coerenza, l’impegno. Per la capacità di razionalizzare il mondo.

            Scrive dunque Miriam Schirò: “come non essere orgogliosi di avere avuto un padre che con fede incrollabile e sacrifici riuscì a dimostrare al mondo che volendo, soffrendo e perdonando, si può attuare il più grande dei comandamenti: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.