Cultura Madrid

Il terremoto del 1693 a Scicli e negli Iblei in un’antica cronaca di Londra

Un inedito di grande valore

Madrid - Non avrei immaginato mai, nel corso di alcune mie ricerche storiche, d’imbattermi in un documento preziosissimo, custodito tra i fondi della Biblioteca Nazionale di Madrid.

“An account of the Late Terrible EARTHQUAKE in Sicily with most of its Particulars/Done from the Italian Copy Printed at Rome./ London: Printed for Richard Baldwin near the Oxford – Arms in Warwick – Lane, 1693”  (Il racconto dell’ultimo terribile terremoto verificatosi in Sicilia/ arricchito di molti particolari/tradotto da una copia italiana stampata a Roma/Londra: stampato da Richard Baldwin nei pressi della Oxford – Arms in Warwick – Lane, 1693).

Un documento venerabile che mi lasciò quasi a bocca aperta.

In una breve prefazione, il traduttore c’informa che l’Autore è un prete. Ci avverte che ha eliminato dalla stesura inglese parti non influenti nella descrizione dell’evento, relative a miracoli e aiuti soprannaturali (com’era costume nei documenti di quel periodo), e che si è attenuto specificamente ai fatti mantenendo la stessa chiara e semplice impostazione presentata dal testo in italiano.

L’Autore presenta la Sicilia. Descrive puntualmente ad uno ad uno tutti i centri colpiti dal terremoto con una precisione giornalistica da inviato speciale “ante litteram” senza tralasciare neppure il più piccolo villaggio. Un vero e proprio tesoro.

Il resoconto, destinato ai lettori londinesi, porta la data del 1693, lo stesso anno del terremoto. Si suppone, allora, che chi scrive abbia constatato di persona i danni compiendo una ricognizione nei luoghi del disastro. O abbia raccolto, città per città, con lettere avute da conoscenti, i dati necessari alla sua stesura. Io tuttavia propendo per la prima ipotesi perché l’estensore della cronaca dimostra di conoscere con esattezza la geografia dei luoghi sui quali riferisce e scrive: solo un viaggiatore sarebbe stato in grado di riuscire in un compito così arduo e in così breve tempo perché la Sicilia Orientale, dopo il sisma, si era ridotta un vero e proprio mucchio di rovine.

A proposito di Modica così si legge nel pamphlet:

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“La grande città di Modica, di circa 1400(0) abitanti, fu così improvvisamente inghiottita dal terremoto del 9 gennaio che nessuno si salvò; e fu infatti l’unica città di tutta l’isola a non essere completamente devastata dal terremoto dell’11 gennaio (del 1693). Non era la prima volta che Modica fosse ridotta un mucchio di macerie dai terremoti; in questi (ultimi ndr) cento anni, ha dovuto per ben due volte spostarsi di sito, sebbene ora la gente si sentisse molto felice e sicura di vivere là per cercarne uno nuovo. A circa due miglia scorre un piccolo fiume per tutta la lunghezza di una vallata molto stretta e fertile che in alcuni tratti presenta alte cascate dovute al forte dislivello del corso d’acqua (torrente Modica-Scicli?).

Col terremoto dell’11 un colle fu abbandonato, o piuttosto attraverso una di queste cascate, per quasi 20 passi di lunghezza, il fiume non è più visibile in quel posto, ma scorre sotto il colle per riapparire di nuovo (in superficie, a valle ndr) nel suo letto originario. Qualcosa di molto simile è accaduto ad alcuni ruscelli dell’isola, essendo stata strappata la terra dalle rive e scaraventata sopra il fiume quasi a formare una volta o un ponte naturale.”

A proposito di Ragusa ancora:

“Difficilmente si trova nel mondo una città tanto bella quanto Ragusa. La sua ubicazione, palazzi, chiese, monasteri e territori intorno a essa ne fanno una specie di paradiso terrestre. Nella giornata dell’8 fu percepita una grande quantità di piccole scosse accompagnate da una forte tempesta di fulmini e tuoni. Il terremoto del 9 lesionò qualcosa ma i danni non furono gravi. Il terremoto dell’11, invece, fece crollare il palazzo di città, un edificio superbo, due chiese e una gran quantità di case. Una via, la più importante della città, abitata dai migliori mercanti e uomini d’affari della regione, fu distrutta in neppure un secondo, la terra franò scoprendo una grande voragine, dove prima era la strada. Una delle chiese fu avvolta da una nube di polvere, quando la strada sprofondò, ma l’altra crollò. A tutt’oggi non si conosce il numero dei morti di Ragusa, però secondo le ultime stime si pensa che ammonti a circa 8.000 anime, la maggioranza di queste costituita dai cittadini più importanti della città.

Dai bordi della voragine di cui ho già detto, è possibile vedere i tetti di quelle che furono alcune case che ora si trovano molto al di sotto della superficie del piano.  E da questa cavità fuoriesce un pungente odore di zolfo che investe quanti si avvicinino a essa. Una delle chiese che è crollata fu quella dedicata a Santa Barbara, famosa in tutta la Sicilia per i miracoli avvenuti all’altare di questa santa e nella quale si trovavano le più belle sculture che si possono ammirare in tutto il mondo cristiano con particolare riguardo a quelle della pala d’altare.”

Una descrizione, questa, molto moderna, quasi a toccare con le nostre mani le rovine fumanti di città come L’Aquila.

Lo steso dicasi per Scicli:

“La Sicilia difficilmente potrebbe vantare città così (ben costruita) ricca di edifici e luogo di importanti commerci, considerando la sua distanza dal mare, come Scichilo.

Questo posto sembrava creato apposta dalla natura per essere distrutto da un terremoto. Negli ultimi cinquant’anni è stato minacciato per ben otto volte. Cinque anni fa lo investì un sisma molto violento che danneggiò alcune case e abbatté una chiesa dedicata a San Rocco. Ma tutto questo è stato niente a confronto con quanto è avvenuto con l’ultimo terremoto.

La terra cominciò a tremare nella notte dell’8 e nelle ventiquattro ore successive si registrarono più di venti scosse, una dietro l’altra, l’ultima superò in violenza la prima. Infine, con la scossa dell’11, invece di sconvolgere la città com’era avvenuto in molti altri posti, qui la terra franò e, in meno di due minuti, la città fu distrutta. Al suo posto c’è ora una fetida pozza d’acqua dalla quale emergono le macerie della volta della chiesa di Santo Stefano e una parte del campanile (della chiesa) di San Salvatore.

Si pensa che nessun abitante di questa splendida città sia scampato e si calcola che i morti ammontino a circa 6.000 o 7.000.

C’era pure un solidissimo castello, costruito in stile gotico sul lato est della città, appartenente alla famiglia Cantelmi, ora è tutto un cumulo di rovine e circa 30 persone rimasero sepolte vive sotto le sue macerie.”

Il racconto continua, ricco di particolari e notizie, a proposito di Ispica, Santa Croce Camerina, Monterosso menzionando anche luoghi di non facile individuazione, cosa che fa di questa cronaca un documento quasi unico perché recupera nomi di città che nel tempo si sono perse o furono da quell’evento cancellate. Cefamero, per esempio, citata subito dopo Scicli e messa a confronto con Sainto Croce.

Questo documento non è solo interessante per noi siciliani, discendenti delle famiglie cui il terremoto cambiò definitivamente la vita. E’ anche molto importante per i londinesi e per l’Inghilterra e la storia mondiale della stampa.

L’interesse per calamità naturali di così vasta portata era giustificato a Londra da un allarme che tuttavia non era ancora cessato nonostante fossero trascorsi circa ventisette anni.

La città, infatti, non si era ancora del tutto ripresa dalla terribile pestilenza che la aveva colpita nel 1666 (annus horribilis) e che, svuotando interi quartieri, indirettamente facilitò il divampare e il propagarsi di un incendio che ridusse il centro storico, in particolare, un mucchio di cenere.

Il resoconto del nostro terremoto è destinato a una Londra di fine secolo, ancora tutta un cantiere, che sir Cristopher Wren avrebbe voluto rifare “come Roma”. A una città dilaniata da lotte intestine tra Cattolici e Protestanti ma nella quale già si respirava aria di libertà nuove. L’insigne architetto non intendeva, infatti, condividere le ragioni di una tradizione anglosassone che guardava con nostalgia al passato gotico e rifiutava con sospetto i fasti della ricostruzione giocata sull’eleganza di un classicismo d’avanguardia e di un barocco ritenuto troppo moderno ed eclettico. Stili entrambi largamente impiegati in aree ed edilizia cattoliche.

William III (della Casa Orange-Nassau 1650-1702), paladino della fazione protestante, proprio nel 1695 aveva abolito la “Licensing Act” del 1662 (una legge che sottoponeva a previo controllo e censura qualsiasi cosa fosse stampata) dando il via a una vera e propria rivoluzione nel campo dell’editoria e del giornalismo inglese. E non solo inglese.

Nelle più importanti città del regno appaiono, infatti, come naturale conseguenza, i primi giornali che riportano notizie non più vincolate al visto dell’Autorità centrale. La Corona chiederà, in cambio di tale controllo, solo un’imposta “ad valorem” del 20% su queste pubblicazioni mentre un balzello più pesante, del 25 %, colpirà i libri importati.

Questa concessione scatenerà un sano interesse nell’opinione pubblica per qualsiasi accadimento consentendo alla serrata società inglese di aprirsi non solo all’Europa ma a tutto il mondo.

Già lo aveva ben capito nel 1613 il cardinale Richelieu quando, avvalendosi di un’intuizione e dell’opera di un valente medico Théophraste Renaudot (che diventerà poi il medico della Casa Reale), autorizzò a Parigi “per orientazione e direzione politica del popolo” l’uscita del primo giornale pubblicato in Europa e nel mondo: “La Gazette”.

Con simili propositi nacquero: in Svezia nel 1645 il “Postoch Iurikes Tidningar”, periodico della Corte che ancora si pubblica; “I sucesi del Mondo” nel 1645 in Italia, poi sostituito dalla “Gazzetta ufficiale del regno d’Italia”; “La gazeta de Madrid” nel 1661 a Madrid; la “London gazete” nel 1665 in Inghilterra.

Richard Baldwin (1654 -1698), da rilegatore di libri e libraio qual era agli inizi della sua avventura commerciale, si trasformò presto in un piccolo editore e stampò nella Londra del suo tempo qualsiasi lavoro fosse sottoposto alla sua attenzione. Dalla satira politica alla narrativa, alla poesia, dalla saggistica alla scienza, a tutto ciò che poteva suscitare curiosità e chiacchiericcio. Mentre prima le uniche notizie che facevano scalpore erano di cronaca nera, processi in genere, stampate su fogli volanti, nelle ultime decadi del secolo XVII, invocando incessantemente l’abolizione del “Licensing Act” e sfidando i capricci della censura, l’editoria e la stampa britanniche si trasformano in vere e proprie ditte. Molti di questi piccoli imprenditori assumono, dunque, collaboratori e giovani apprendisti. Si tuffano, anche indebitandosi fino all’osso del collo, in questa magnifica avventura come avvenne per John Dunton (1659 -1732), cliente del Baldwin, al quale principalmente dobbiamo le informazioni sul Nostro uomo. Non sono tuttavia però esenti le loro attività da querele o citazioni in giudizio come oggi.

 Agli albori del nuovo secolo (XVIII), la nuova editoria si avvia, comunque, su una strada che non ammette ritorno e che costituirà nel Novecento il cosiddetto “Quarto potere” di orwelliana memoria.

Baldwin purtroppo vedrà solo l’inizio di questa nuova e importante rivoluzione mediatica perché nel 1698 muore, tre anni dopo, cioè, l’abolizione dell’odiata legge bavaglio. Sarà la moglie Ann a portare avanti coraggiosamente l’azienda di famiglia e lo farà con lo scrupolo, la generosità e la correttezza con i quali aveva operato il marito.

A noi basta solo ricordare che nella lontana Londra si sia salvato fortuitamente un pezzo della memoria che ritenevamo sepolto per sempre sotto le macerie di uno dei sismi più devastanti della storia moderna. Se questo è accaduto, è tutto merito di un piccolo ma intraprendente e coraggioso editore, Richard Baldwin per l’appunto, che non esitò a sacrificare capitali, onorabilità e tempo pur di portare avanti un progetto nel quale da sempre aveva creduto. Il fatto stesso di aver suggerito al traduttore di sfrondare il testo inglese di tutti i riferimenti al sacro e al miracolismo anticipa il pensiero laico e positivista di un Illuminismo risoluto a liberare la mente da ogni superstizione e ignoranza con l’apporto delle prime e importanti scoperte scientifiche ottenute utilizzando il metodo critico della ragione.

Crediti:

Università di Valladolid, Facoltà di medicina, Memoria de investigación presentada por D.ña Laura Martinez González, Valladolid 2003

A dictionary of the printers and booksellers who were  at work in England, Scotland an Ireland from 1668 to 1725 by Henry R. Plomer with the help of H.G. Aldis E.R. McC, DIX, G. J. Gray and R.B. Mc Kerrow  Edited by Arundell Esdaile, printed for the Bibliographical Society at the Oxford Univerity  press, 1922

Biblioteca Nacional De España, Madrid    

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