Cultura Scicli

Lucio Schirò, il medaglione di Guglielmo Pitrolo

Tratto dal libro " I Medaglioni"

Scicli - La famiglia Schirò, nel corso degli anni Trenta, dimorò in una casa contigua a quella della mia infanzia e prima giovinezza: gente civile, affabile, estroversa, con cui dai balconi vicini ci scambiavamo saluti ed amicali conversazioni, nonostante noi fossimo visceralmente fedeli ad un cattolicesimo, forse un po’ bigotto, ma fondamentalmente sincero. Le ragazze, fiorenti e belle, alcune bellissime, calamitavano gli sguardi appassionati di molti giovanotti che andavano su e giù lungo il sottostante Corso Garibaldi.

Lucio, pater familias, pastore della Chiesa Metodista, passando davanti l’uscio del nostro pianterreno, non mancava mai di soffermarsi un attimo rivolgendo espansivi saluti, espressi, più che dalle labbra, dai suoi occhi scuri e profondi che con vividi sguardi sembravano volerti trapassare l’animo. Sia per un suo bisogno di fare proseliti, ma anche per un innato istinto d’espansività.

Lucio Schirò nasceva il 18 Marzo 1877 ad Altofonte, paesino del palermitano, arroccato su uno di quei monti che fanno corona alla ridente Conca d’oro. Ivi il padre, Giorgio, nativo di Villabate, aveva trovato lavoro come impiegato comunale ma anche un certo coinvolgimento in quell’incerto contesto di opposte fazioni che intorbidavano il clima dell’Italietta appena unificata, e che rese precaria e saltuaria la sua attività lavorativa. L’infanzia del nostro personaggio fu, pertanto, difficile, ma, soprattutto, tristissima quando, a sei anni, perdette la madre e, qualche anno dopo, dovette subire l’intrusione in famiglia di una matrigna che rese l’atmosfera irrespirabile fino a determinare una vera e propria diaspora di tutti i fratelli. Cominciò per Lucio l’avventura della vita. A quattordici anni lascia la casa, vive di lavori precari, conosce la fame e la disperazione. E’ una durissima condizione di vita che, quando a quindici anni conosce i Fasci Siciliani, lo induce ad aderire al movimento di riscossa popolare e gli fa balenare il miraggio di una più equa giustizia sociale.

Seguono, però, ancora anni di vita grama, fin quando, chiamato al servizio militare,  si arruolò in Finanza, divenendo sottufficiale e rimanendovi per quasi cinque anni.

Nemico per intima convinzione d’armi e guerre, attratto piuttosto dal mondo della cultura, cominciò a strutturare la sua personalità di autodidatta dedicandosi ad interminabili letture. Lo invaghivano, fra l’altro, le opere di teologia e di filosofia cristiana, soprattutto dei riformatori e dei rivoluzionari, fra i quali Giovanni Wesley, pastore inglese fondatore del Metodismo, che fu determinante nell’attirarlo verso quel culto e verso la sua missione di pastore evangelico. Furono aspre le contestazioni e le persecuzioni da parte del mondo cattolico, alle quali egli reagì con paziente, ma decisa fermezza.

Era ancora in finanza quando a San Leonardo di Puglia conobbe Consiglia Orlandini: una donna minuta, dal volto chiaro e roseo. Fu amore a prima vista e la sposò con rito civile il 12 Giugno del 1902. Moglie dolcissima e paziente, lo seguì nei trasferimenti dalla Puglia in Abruzzo e in Umbria, ove in varie città nascevano i primi quatto figli (Gemina, Esterina, Ugo, Giorgio). Altri sette figli (Oreste, Giovanni, Oreste II, Miriam, Lidia, Ersilia, Ada, Beniamino) nasceranno a Scicli, ove il pastore era stato trasferito nel 1908 e ove mise radici, rimanendovi fine alla morte.

 A Scicli trovò una situazione disastrosa: tutta la grande ricchezza terriera era concentrata nelle mani di quattro o cinque famiglie nobili, di alcune  famiglie medio-borghesi e di pochi piccoli proprietari. Tutta la grande massa del popolo minuto e del bracciantato viveva in condizioni d’estrema miseria. Fu questo il terreno fertile sul quale fece facile presa l’attività che Lucio Schirò, declinò sul duplice versante religioso e sociale.

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Riemergevano in lui le istanze che lo avevano affascinato in giovinezza, di un Socialismo che, pur affondando le sue radici nella prima metà dell’Ottocento con l’elaborazione di sistemi organici sociali, solo verso il 1890 metteva l’accento sull’elemento sociale nelle relazioni fra gli uomini, sottolineando il peso crescente che la questione sociale andava assumendo rispetto alla questione politica.

Sulla traccia di queste direttrici il pastore Schirò comincia a lavorare ricostituendo la sezione del Partito Socialista Italiano, pubblicando fin dal 1913 “Il Semplicista”, organo politico e religioso della Chiesa Metodista e della sezione socialista, organizzando scuole elementari, dopo-scuola, corsi serali per analfabeti, asili infantili, cooperative, colonie marine per i fanciulli, una lega di contadini. Più dei preti del tempo, fermi ad attività religiose e pratiche devozionali all’interno delle loro chiese, egli sembra far sue le linee additate dal pontefice Leone XIII con l’enciclica  Rerum novarum. La sua azione si svolge con un atteggiamento non rivoluzionario nè estremista. Era ricco, del resto, di un’accattivante bonomia umana che lo rese il leader carismatico di grandi masse popolari che nel novembre del 1920 lo elessero Sindaco.

Gli anni Venti intanto vedono l’avvento del Fascismo e si addensano tempi duri di ostracismo verso lo Schirò, di vere e proprie persecuzioni, sfociate spesso in atti di violenza cieca e d’estrema cafoneria che Attilio Trovato lapidariamente riassume: “Una campagna di violenza viene scatenata dal Movimento fascista utilizzando la scapestrataggine di giovani esaltati contro la persona e la famiglia Schirò: prima l’agguato in piazza Consolazione ed il delitto Ficili, poi la spedizione punitiva in casa Schirò mentre la moglie è in travaglio di parto; con le dimissioni lo Schirò dichiara la resa perché, ormai, si vive in uno stato di non diritto. Pagine vergognose nella storia del paese.

Consolidatosi il regime, nel 1926 lo Schirò è minacciato di confino, commutato però nell’ammonizione con l’obbligo di essere sottoposto a vigilanza. Qualche volta con pretestuose motivazioni viene anche arrestato. Il regime, più tardi, fa pressione sull’organizzazione delle chiese metodiste perché sia licenziato. Seguono anni d’amarezza e di silenzio, durante i quali egli si raccoglie in se stesso, nella consolazione della preghiera, nell’attività pastorale, nel proposito di creare un filo invisibile di comunicazione fra le varie chiese metodiste d’Italia: una forma di spiritualità simile a quella che per i cattolici si adombra nella “comunione dei santi”. Scrive pensieri morali, simpatiche poesiole ricche d’umana semplicità, ripassa nel suo cuore ricordi dolorosi della vita familiare: la morte d’alcuni figli in tenerissima età, del nipotino Elio, dell’amato figlio Beniamino diciannovenne, dell’amatissima moglie.

Anch’egli chiuderà la sua vicenda umana, il 30 Giugno del 1961, dopo più di cinquanta anni di vita a Scicli

             

   

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