Cultura Scicli

24 poesie d’amore al Brancati

“Poesie d’amore”

Scicli - “L’amore è un sentimento attivo, non passivo; è una conquista, non una resa”. Lo affermava Erich Fromm nell’Arte di amare, qualificando il sentimento più universale che contrassegna la natura umana, l’amore, ravvisandolo nel dare, che non è impoverimento, ma “la più alta espressione di potenza”, un banco di prova assoluto della forza dell’individuo, della sua ricchezza. Difficile un baricentro che ripari dalla piena delle emozioni e dall’errore, complicato l’equilibrio in quella che, come da citazione, è la suprema delle arti. Questo suggestivo parallelismo, per altre fascinose vie, asseconda la mostra di Natale del Vitaliano Brancati di Scicli, appuntamento storico annuale, che raccoglie artisti per lo più iblei, raccordati da un tema comune. “Poesie d’amore”, il fil rouge per il 2012, che ha richiesto ai ventiquattro pittori in mostra un dialogo intimo con una lirica.

Scicli si fa teatro di un colloquio vibrante tra poesia e pittura, tra parola e colore, tra suono e segno. Curata da Paolo Nifosì, l’esposizione fluttua tra incanti che partiture comunicanti dell’arte offrono, attingendo alla vita e al desiderio, al reale e alla visione. Misurandosi nella densa corporeità dell’olio e nella battaglia dolce del pastello, nella levità dell’acquerello e nell’incisività virtuosa del disegno, in collage e acrilici e tecniche miste, i pittori porgono all’occhio e allo spirito un pantheon di situazioni, sentimentali, eidetiche, figurative, per le quali ogni arista ha bloccato, in un’unica invenzione, un campo di valori cosmici. Toccata la sfera semantica tutta dell’amore, coi sospiri di Rilke, per Ilde Barone, con le malie dei sogni, “lucciole” per Tagore, chiamato da Sandro Bracchitta, e “un saluto di baci focosi” per Alda Merini, nella sequenza di Arturo Barbante, appellata anche dalla rosa di Giovanna Gennaro, dagli amanti di Mavie Cartia, dai violini di Maria Guastella. L’amore è stilnovistica dedizione, come istruiva Guinizzelli, rappresentato in un’ipersimbolica finestra da Salvo Barone, forza invincibile, nei passi antichi del Cantico dei Cantici, trascelto da Carmelo Candiano. L’amore è “figlio dell’anima”, secondo John Donne e Monica Ferrando, dimensione altra per Neruda, col quale colloquiano Salvatore Chessari e Floriana Rampanti, che fa vitale il sorriso dell’amato. Ma pure ansia del distacco, in un passo della Merini celebrato da Giuseppe Diara, dolore della perdita e nostalgia dell’immortalità, nel Leopardi riletto da Angelo Di Quattro e Sebastiano Messina. Le struggenti note leopardiane richiama ancora Piero Guccione, che coglie un versante spirituale dell’amore, col volto del Cristo, in una suadente conversazione a tre, coinvolgente anche “il caro Pontormo”.

Chiama una propria lirica Franco Sarnari, per accompagnare un suo Frammento, mentre è epica, di plastica drammaticità, la Didone di Giovanni La Cognata; dice della “impossibile pausa della forma” Capraro, che parla a Piero Zuccaro, e dell’infinito che riposa Rebora, con Giuseppe Puglisi, alludendo all’assoluto, che abbisogna di metaforici correlativi oggettivi: fiori, per Giuseppe Colombo, rivolto all’oriente di Kobayashi, e “Tre fiammiferi accesi nella notte”, nella poesia di Prévert con cui Franco Polizzi fa rilucere d’amore uno sguardo. Quel poetico “buio parlante” ispira pure Ivo D’Orazio, in cui l’amore non può essere calcolo, come scrive Erri De Luca e dipinge Nut, perché è biblico inizio, come canta Garcia Lorca e illustra Giovanni Lissandrello. Posa della prima pietra, ogni volta.

La Sicilia

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