Cultura Modica

Gelati e Granite. La Modica immutabile di Don Giugginu

Un ritratto di Ivano Fachin

Modica - “Ma quando il mio film sarà proiettato al cinema, io lo devo pagare il biglietto per vederlo?”

A fine riprese cinematografiche Don Giugginu, il gelataio ambulante di Modica, chiede, a cinepresa accesa, al regista Ivano Fachin, se potrà avere almeno la gratuità.

C’era, don Giugginu, alla prima del film “Gelati e Granite”, venerdì sera all’auditorium di piazza Matteotti. C’era con sua moglie: “Ci siamo sposati nel 55, il gelato l’ho cominciato nel 54 però”.

Un milione di chilometri a bordo del suo pickup gelataio, lo spazio che separa la terra dalla luna: “La metà però li ho fatti a folle, per risparmiare”. Don Giugginu è, a Modica, ma anche Ragusa, Scicli, Pozzallo e Ispica, piazze dove si sposta quotidianamente alla ricerca di fiere e mercati, l’uomo del gelato e delle granite. Ambulanti, come ambulante è il cono da passeggio. Venerdì sera la prima di questo ritratto documentaristico sull’ottantenne artigiano che nonostante la veneranda età, prosegue la propria opera: portare la felicità ai bambini, nei quartieri popolari.

Perché un film su Don Giugginu? “Apparteniamo a una città, a un territorio perché apparteniamo a un paesaggio –dice Ivano Fachin, cognome veneto, mamma modicana-. Ma apparteniamo alle persone e loro ci appartengono. Don Giugginu appartiene a ciascuno di noi, perché evoca un brano della nostra infanzia”.

Quella di Don Giugginu è la storia di solitudine di un uomo sposato, cui la vita ha dato quattro figli, ma ne ha tolti tre, la cui dimensione privata è ignota a tutti. Tutti ne conoscono il volto pubblico. Lui amante di film western al punto da vederne due a sera, è egli stesso un personaggio western, ruspante, fuori dal tempo e dalle regole.

Don Giugginu ha assistito alla proiezione, apparentemente distaccato, sornione, e alla domanda del come si sente sul grande schermo chiosa laconicamente: “Sono un uomo pulito come uno spicchio d’aglio”.

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Nato per volontà di Irene Belluardo, che del film è stata la produttrice, l’opera è significativamente cucita dalla colonna sonora dei Baciamolemani.

“Non ho voluto dare una mia interpretazione del personaggio –dice Fachin- perché desideravo lasciare che ognuno ci vedesse dentro il proprio Don Giugginu, la propria infanzia”. E’ una scelta estetica, opinabile, come tutte le scelte estetiche, che lascia aperta una porta: qual è la Modica che ha incontrato Giorgio negli anni cinquanta, sessanta, fino a oggi? L’altra parte del racconto, di una finalizzazione del docu-ritratto, che potrebbe avere una seconda puntata è: come è cambiata Modica in questi decenni, mentre don Giugginu proseguiva, uguale a se stesso, l’opera di granitaio? La cinepresa di Fachin si fissa sul personaggio, e nei venti minuti di montato (l’audio è a volte fastidioso nel mix) si concentra sulla strada: quella che Giorgio fa ogni giorno per recarsi al lavoro. “Sono zoppo, normalmente, ma se lavoro corro come se nulla fosse”, dice don Giugginu, dandosi una ragione di vita.

“Magari avessimo iniziato prima a raccontare al cinema i grandi personaggi modicani- dice Annamaria Sammito, assessore alla cultura-; non avremmo perso un grande patrimonio di immagini e di storie che oggi tramandiamo solo per tradizione orale o scritta”. Merito di Fachin, quello di aver intuito che Don Giugginu è personaggio che interpreta una Modica autentica, destinata a scomparire, se non scomparsa di già.

Forse, il suo, potrebbe essere il primo step di un lavoro più complesso e articolato. Nell’immutabilità della vita di Giorgio, il racconto della evoluzione sociale di una comunità che da contadina è diventata borghese, mantenendo fede ai Gelati. E alle Granite.

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