Cultura Miti

Silvana Grasso: Tiresia acquista la veggenza solo dopo la cecità

La cecità oculare è ben poca cosa rispetto alla «vista» dell’invisibile, dell’inintellegibile futuro.

«Quale rapporto esiste allora tra verità e menzogna nell'opera di Ercole Patti?. I motivi della fuga, del nostos, della sensualità debordante, proprio dell'universo pattiano, sono costruzioni mitiche scelte tra molteplici frammenti di vissuto. Non esistono al di fuori della scrittura» (Sarah Zappulla Muscarà, prefazione a Roma amara e dolce di Ercole Patti).
Nulla mi pare incisivo come questo interrogativo posto da Sarah Zappulla Muscarà- cui debbo anche la conoscenza preziosa e irrinunciabile di Stefano Pirandello, da lei magistralmente curato- a dimostrazione di quel limen sottile invisibile periglioso tra verità e menzogna, dove la menzogna è fabula travestimento della realtà sull‘eterno intranseunte palcoscenico del Mito, e la verità è solo il suo miserabile doppiatore.
Prima o dopo, consapevole o ignaro, innocente o correo, lo scrittore s'abbandona al Mito, ne invoca la potenza terapeutica, ne esorcizza la minaccia omicidiaria. Come un argonauta, in gran tempesta di mare, lo assume a bussola, zenit e nadir, della sua avventura nell'ignoto sé, della sua esplorazione infantile-narcisistica, della sua genuflessione al talento che non c'è. Il Mito corregge la "cecità", ripara il più sciagurato «distacco di retina» conoscitiva ed emozionale. Il Mito è "vista" oltre ogni orfanezza di pupilla, è visus oltre ogni macula di talento, oltre ogni esanguità
d'arte.
Tiresia, nato a Tebe col bene degli occhi, cresciuto in adolescenza con vivezza di pupilla, viene accecato per nemesi di un dio, una femmina dea, Atena Pallade, perché l'ha pur vista nuda nei lavacri, uno sciagurato giorno, mentre ignaro della sua disgrazia andava a caccia per selve e dirupi, il giovinetto, con passo veloce, inseguendo l'odore e l'ardore della preda.
Per la sua cecità Zeus gli dona la veggenza, come dire un occhio metafisico, che non ripara nel tepore della palpebra, ma si alimenta dal e nel fuoco del nous, che lo solleva dalla comune umanità, orba di veggenze intuito ed intuìto.
La cecità oculare è ben poca cosa rispetto alla «vista» dell'invisibile, dell'inintellegibile futuro.
Vista e cecità sono i due piani di scontro del personaggio Tiresia e, oltre il Mito, dell'Essere. La cecità è, quindi, sconfessione dei sensi, della sottomissione alla servitù del «veduto», è preclusione alla potenza del non veduto, del pre-visto. Corre lontano, oltre l'orizzonte, il senso, che non ha bisogno dei sensi, ma solo di divino presagire e consenso.
Tiresia, solo dopo la cecità, trova la sua dimensione mitologica «ispirato dal dio, unico tra gli uomini possiede la verità» (Edipo re, Sofocle). Dimensione che lo affranca da una comune biologia umana, che lo affranca da un comune inesorabile destino d'oblio, spartito e condiviso con tutti gli esseri che hanno vista, ma che, in realtà, non vedono, solo sono preda, ostaggio, di immagini, idoli, raffigurazioni, rappresentazioni, incursioni di vero, effimero menzognero vero.
Per la peste che miete vittime a Tebe « l'oracolo ordina che di mano violenta gli uccisori siano puniti, chiunque essi siano» (Sofocle, ibidem), e l'amato Edipo, re di Tebe, ignaro d'essere proprio lui l'innocente uccisore del padre suo Laio, si attiva a scoprire il colpevole con ogni risorsa « tutto quello che si può fare voglio sia fatto. O saremo tutti felici con l'aiuto del dio, o tutti insieme cadremo ».
Edipo (Sofocle, ibidem) non lascia nulla di intentato, ignaro d'essere in perpetua gravidanza della più spaventosa colpa e della più grande innocenza «il colpevole dell'omicidio, chiunque sia, a tutti i cittadini di questa terra faccio divieto che lo accolgano in casa, che gli rivolgano la parola, …e sul capo del colpevole invoco la maledizione, che egli consumi e finisca miseramente la sua miserabile vita…impreco che se l'uccisore fosse nella mia casa, presso il mio focolare, e io ne fossi consapevole, anche io patisca le stesse maledizioni….. ».
Chi può più autorevolmente dell'indovino Tiresia sciogliere l'enigma? Si consuma, così, nel primo episodio dell'Edipo re un magnifico contraddittorio tra Tiresia, accecato, che sa, ed Edipo, ignaro, che si accecherà da sé quando la spaventosa verità non puòiù avere alibi di menzogna: è lui l'assassino del padre Laio, è a causa sua che sulla città si avventa la pestilenza-Maledizione.
Tutti hanno occhi, ha occhi Edipo, ha occhi Creonte, suo cognato, ha occhi il Coro dei vecchi Tebani, eppur la verità resta invisibile, non vista se non da un cieco, se non da chi ha solo occhi di veggenza. Non serve avere occhi, non serve avere pupille, per capire, anzi occhi e pupille, veggenti, sono per Tiresia d'ostacolo alla comprensione «perché di voi tutti non capite niente nessuno.. ».
Nulla è come sembra in questo insuperato agone tra menzogna e verità, non è oltraggio né mancanza di rispetto il silenzio di Tiresia, non è menzogna lo stupore di Edipo a fronte dell'accusa dell'indovino «su sei l'empio che contamina la nostra terra…. è la forza della verità che mi sostiene…tu sei dentro un abisso di nefandezza…….. ».
Menzogna e verità, apparentemente ossimori, sono, all'interno della vicenda, alleate, complici, siamesi. Verità è solo l'altra faccia della menzogna, e la menzogna dà sapore di mitologia alla miseranda miserabile verità.
Tiresia «il cieco d'occhi » è per Edipo «anche cieco d'orecchi e mente», ad accomunarli proprio la cecità; cecità già di fatto, quella dell'indovino, futura quella del re « o disgraziato! Tu rinfacci a me la cecità che tutti, fra poco, proprio a te dovranno rinfacciare…tu hai occhi per vedere ma in che punto sei di miseria non vedi, né in quale casa abiti né con chi. Lo sai tu da chi sei nato? Non lo sai…. non sai che un giorno la Maledizione di tuo padre e di tua madre ti inseguirà, da questa terra ti scaccerà: te che ora vedi chiaro e dopo vedrai tenebra solamente….. l'uomo che vai cercando qui è nato, è tebano, da vedente diventerà cieco, da ricco diventerà mendico.. e si scoprirà che egli è fratello e padre, a un tempo, dei figli coi quali vive, figlio e marito dalla donna da cui nacque…» (Sofocle, ibidem).
L'«accecamento» è condicio indispensabile per introspicere, per avventurarsi nell' interiorità azzannata dai sensi, e dialogarci. Fuori dai depistanti lampi del groviglio sensoriale ed emotivo, il buio acquista vista straordinaria, non vista da miracolo ma d' intimità profonda con il mondo, con l'umanità, almeno con quell' Umanità che non si misura certo in diottrie.

La Sicilia

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