Cultura Scicli

Patrimonio culturale: monumento/mutamento

Le piazze occupate

Scicli - Viaggiando da piazza del Carmine a Donnalucata, si attraversa la periodizzazione dell’edificato di Scicli. Dal Centro Antico alla periferia, la dispersione edilizia è fenomeno manifesto. In quell’itinerario si nota facilmente come si è persa la compattezza dell’artificio edilizio del Centro, altrove organizzando i risultati tutti interni alla logica del progetto architettonico, considerando il territorio come indifferente vassoi. La frammentarietà è la risultante delle generazioni dell’urbanistica, nelle applicazione delle imposizione legislative, appiattendo ogni riconoscibilità. Quando invece - nella città della Storia - le diverse identità topografiche sono inequivocabili. L’opera architettonica è portatrice di valori d’uso spesso stabili e peso volumetrico fermo nella storia dei luoghi. Nella densità monolitica della città d’origine, le sapienti sottrazioni identificano essenzialmente lo spazio pubblico: strade, piazze.

In quelle piazze del Centro, trovano collocazione i gioielli di famiglia, i monumenti: palazzi, chiese barocche.

Il gran discutere recente sull’occupazione disattenta della strada F. M. Penna, stimola le considerazioni asciutte di seguito riportate. Lo spazio non edificato non è un vuoto da riempire … perché è sempre e da sempre pieno. Lo spazio non costruito trattiene le azioni mutevoli degli uomini, vive di risposte ad istanze sociali sempre diverse. Lo spazio non edificato ha, quindi, vivacità variabile inseguendo, nel suo definirsi, il tempo delle necessità di funzioni pubbliche. Quella assenza di volume, quella sottrazione edilizia alla compattezza della città del centro, è custode e testimonianza di sensi altissimi. Quel non ingombro è pieno delle azioni della vita degli uomini: le lotte, le feste, i mercati e la quotidianità. Il tempo del vivere pone delle domande, delle istanze e quello spazio si modella in materia, anche passeggera, per soddisfare quelle necessità. Intervenire nello spazio pubblico per eccellenza – la piazza – necessità elevata cultura e raffinata sensibilità, generalmente distante dal valore venale.

Nella città Antica, non esiste più un vuoto da colmare con l’effimero oppure nuove utopie. Perché in quella  parte della città, in effetti, la mancanza di senso non vi abita. In nessun luogo  Antico si riscontra e pesa il carattere sottrattivo edilizio. Neppure si può concedere il cumulare di una mescolanza di oggetti sparsi, di cose ritrovate, in modo indifferente in uno spazio urbano sedimentatosi in secoli di azioni civili.

Da tempo – in nome di un riscatto alle difficoltà economiche che si vivono –  il patrimonio culturale si è assoggettato ad un valore venale. Questa sterzata producendo effetti perversi, opposti a quanto si poteva prevedere all’inizio, su proclami ed appartenenza e pregiate liste di patrimonio dell’umanità. Producendo un capovolgimento dei termini: da patrimonio culturale a valore venale. Quindi, strade, palazzi, chiese e monumenti, sono diventati l’occasione da usare per altri fini.

Qual è il pericolo?

Il passaggio graduale, ignorato dal valore delle idee, dall’ingegno creativo al valore merceologico delle attività che intorno si collocano, occupando uno spazio che vuoto non è. Lì sta il rischio, in un cambiamento di visuale del valore culturale.

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Lo piazza d’origine è uno spazio che non aspetta di essere conquistato perché è già pieno zeppo di Storia di dignità altissima, di azioni degli uomini, di lotte popolari, di scambi civili. La cultura della conservazione, in un tutto unico con il paesaggio, deve essere impegno civile di tutti i cittadini, perché la città Antica è un bene culturale, un bene comune.

ph Bellia

macchina panoramica, pellicola B/N

15 agosto 1996.

(in preparazione del libro Città Rupestri)

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