Cultura Scicli

Piero Guccione, l’impalpabile

Un libro: "Le cose impalpabili"

Scicli - «Non era la prima volta che andavo da Piero Guccione. Lo avevo incontrato una ventina di anni fa, accompagnato da Gesualdo Bufalino in un viaggio surreale, che ci portò a smarrirci nella campagna tra Modica e Scicli». Sceglie l'espediente letterario della visita all'artista Antonio Motta, per avviare, con un sapore epico, un itinerario suggestivo lungo alcune delle infinite pagine che, con ricchezza di angolature, hanno guardato criticamente all'opera di Guccione.
Corredato di splendidi scatti di Giuseppe Leone e Guy Michel Bassac, questo avvicinamento letterario, contiguo alla situazione estetica del nostro pittore, Motta sottintende nel titolo del volumetto, presentato a Scicli, a Palazzo Spadaro, in una serata promossa dal Movimento Culturale Vitaliano Brancati e che ha beneficiato delle analisi lucide di due assidui interpreti del corpus guccioniano, Paolo Nifosì e Giuseppe Pitrolo, come delle letture dell'attore Giorgio Sparacino.
"Le cose impalpabili" allude subito a tratti fondanti lo specifico di Guccione, alla fisicità della creazione, che è ‘cosa', presenza oggettuale, realizzata nei tempi artigianali, lentissimi dell'esecuzione, e alla levità assoluta, lirica, emozionale, condotta fino alla nota struggente, che respira ogni lavoro dell'artista.
Sull'importanza delle antologie critiche insiste Pitrolo, che compie un'attenta disamina dei volumi dedicati dal 1985 a oggi a Guccione: opere in cui hanno preso parola letterati storicizzati come Buzzati, Bertolucci, Gatto, Siciliano, Moravia, Sontag, Bufalino, Consolo, ma anche critici massimi come Giuffrè, Goldin, Barilli, Calvesi, Vallora, Sgarbi. Sono numerosi i temi ricorrenti sui quali s'è soffermata l'esegesi, tanti quanti i nuclei brucianti intrinseci all'opera di Guccione: il suo rapporto col cosmo, con la realtà fenomenica, con la visione, che attraverso l'occhio muove lo spirito creativo; l'infinito, il mare, l'azzurro, che, come afferma Nifosì, trovano intelligenti lettori in Marco Vallora, il quale cita Valery e Mallarmé, per dire del "mare di Guccione, così limpido, di superficie, desolantemente e sontuosamente piatto", o in Sgarbi: "un azzurro senza limiti, come non si avverte il limite tra il cielo e il mare. E, attraverso questo processo, perde senso la distinzione tra realtà e astrazione. Il cielo è pensiero del cielo". "Il mare di Piero Guccione è il mare, non si limita a rappresentarlo" (Gaetano Savatteri).
Guccione è pittore ‘paesaggistico', si sa, se questa etichetta la si amplia di valenze simboliche, liriche, di contenuti capaci di aprirsi all'impegno, campo in cui il pittore ha consegnato una Sicilia eccentrica, rispetto ai più abusati tópoi: "ho amato di Guccione non solo i suoi maliosi lavori, ma anche il suo appassionato attaccamento filiale al suo paese, il suo amore per questa terra indecifrabile", scrive Stefano Vilardo. Una terra che l'artista medita, in quei silenzi che sono l'assoluto, che dicono la vertigine filosofica ed esistenziale dell'infinito, ma che ineriscono pure all'umanità di Piero. Perciò Franco Battiato e Ferdinando Scianna lo assimilano a un monaco, che ai clamori sterili della postmodernità contrappone con impareggiabile garbo l'eleganza dei sottovoce.
Perché, scrive Ginevra Bompiani, "il primo organo che toccano i quadri di Guccione è l'emozione, una forma di sapere quasi insopportabile per intensità e precisione". Perché i suoi scorci superano il velo di Maya che circonda il reale, come afferma Stefano Malatesta, riuscendo a toccare la cosa in sé, per un attimo eterno.

La Sicilia

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