Cultura Scicli

Il presepe di San Bartolomeo, la descrizione

I personaggi sono espressione di una cultura contadina

Scicli - Lo spazio di tutto il presepe è di venti metri quadrati. Nella parte centrale del vano, sopra un piedistallo con un fondale di rudere architettonico, del quale troviamo l'equivalente in diversi presepi meridionali, è collocato il gruppo della Natività. Sospesa nel vuoto lo sovrasta la bellissima Gloria di angeli e serafini, mentre, a ridosso, al di là di un ponte, c'è un paesaggio di grotte e di rocce, attraversate da sentieri che portano alla città di Betlem, che si intravede in lontananza, al di là di alte mura. Qualche viandante e la carovana dei Re Magi a cavallo si notano a distanza. Sul lato sinistro della veduta principale, dal balcone di una casetta, si affaccia un donna minuta, fragile, non più tanto giovane, il cui volto esprime una rassegnata sofferenza, con un bambino ancora in fasce tra le braccia. Nell'angolo, tra le due aperture, dentro una grotta, si trova una vecchietta che fila, che si contraddistingue per i tratti marcatamente realistici del volto e per la veste di stoffa che indossa. Non sembri inverosimile l'averla collocata sull'ingresso di una grotta: il popolo abitava in gran parte nelle grotte e tutto il paesaggio roccioso rispecchia l'ambiente naturale della cava di S. Bartolomeo dove è collocata l'omonima chiesa. Tutti gli altri personaggi fan da cornice al nucleo centrale. Sfilano l'un dopo l'altro i contadini e i pastori: è gente paziente, rassegnata, rispettosa, onesta e religiosa. Alcuni sono allegri e spensierati, altri in devota adorazione. Indossano abiti semplici ed usuali, in alcuni ancora nuovi, in altri consumati dagli anni e dall'uso. Il mendicante indossa solo una camicia con sopra un saio legato alla vita da una cintura di cuoio; ha un solo stivale ed un pezzo di tela attorcigliata gli fa da copricapo. Il volto, che esprime un'alta dignità, non manca di tratti raffinati nella barba e nei baffetti radi ed incolti. Messo a nuovo, elegante, sicuro di se' è il cacciatore spavaldo, con giacca attillata e lunga sopra una bianca camicia inamidata ed un cappello nuovo in testa. Accanto sta il giovane pastore paffuto in viso con capigliatura folta e ricciuta. In primo piano due donne in carne ed in salute stanno allattando i loro due bambini infagottati con strette bende rosse: solo il faccino è scoperto mentre tutto il corpicino è ben stretto e rigido per far crescere ben dritte le gambe, secondo la credenza popolare. I pochi animali presenti sono quelli domestici, i più familiari ai contadini nostrani: il cavallo, le pecore, il mulo e l'asino «la sola creatura che il villano può amare... il compagno, l'amico, il solo parente del contadino». È il racconto della vita della povera gente, degli umili costretti a vivere o nelle grotte o in casupole con muri di pietra a secco, o in capanne di canne, a mangiare pane d'orzo o addirittura, nei, periodi di carestia, carrubbe ed erbe dei campi per non morire di «pura fame», come avveniva a Scicli nel 1763. I personaggi sono espressione di una cultura contadina che identifica la sua unica occasione di gioia e di allegria con la festa religiosa. Solo Maria, Giuseppe e il Bambino si distinguono per le loro forme sapientemente classicheggianti quasi a stabilire la diversa natura assunta riguardo a tutti gli altri personaggi.

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