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Silvana Grasso: Le donne che uccidono i mariti stalker

Uccidono il marito due donne del Mito

Le donne uccidono. Nel Mito come nella Storia uccidono. Una recente sentenza della corte di Cassazione ha giudicato legittima difesa, non omicidio, l'uxoricidio commesso da una donna ai danni dell'ex marito, da cui pur separata, subiva ripetuti atti di stolkeraggio, fisico e psicologico. Quest'ultimo, ancor più sottile e minaccioso nell'opera di devastazione psicologica della vittima, ignara di tempi luoghi azioni in cui rivivrà vecchi terrori, conosciute angosce. Un'immanenza di panico che trasforma la personalità, ne incupisce il tratto, ne spegne la naturalezza, ne incrina la "spina dorsale".
Uccidono il marito due donne del Mito. Lo uccide Deianira. Lo uccide Clitennestra. Inconsapevolmente uccide lo sposo Eracle, Deianira. Lucidamente uccide lo sposo Agamennone, Clitennestra, con un delitto premeditato, lungamente premeditato per lunghi dieci anni, tanti quanti ce ne vollero ai Greci per conquistare la roccaforte di Troia, incendiare la città, annientare il regno del valoroso Priamo.
Esamineremo le due regine sotto il profilo dello "stolkeraggio", termine sconosciuto al Mito, non perché d'uso recentissimo, piuttosto in quanto le "molestie" dell'uomo a danno della donna, nella civiltà greca arcaica prearcaica e classica, che il Mito sottende, erano quasi "in dote" al maschio in quanto tale, un diritto-facoltà a vantaggio proprio della specie "maschio".
Eracle e Agamennone hanno molti punti in comune, solo che Eracle ha un immortale, il dio Zeus, come padre biologico, seppur il padre anagrafico Anfitrione è di stirpe mortale. Agamennone, invece, è figlio d'un mortale Atreo e di una mortale, Erope, nipote del re di Creta Minosse.
Se si esclude la semi-"divinità" di Eracle, entrambi sono Wanax, termine che nella struttura piramidale gerachica micenea indica il capo assoluto. Basterebbe l'indiscusso indiscutibile ordine imposto da Agamennone ad Achille - che pur era quasi immortale, che pur era stato allievo del più saggio dei Centauri, Chirone - ordine tassativo riguardo alla consegna presso il suo talamo della schiava Briseide, bottino di guerra del Pelide e concubina del suo letto.
Entrambi eroi vecchio stampo, Eracle ed Agamennone, indiscussi protagonisti di kleos e aretè guerriera, eppure entrambi uccisi dalla sposa legittima, quasi un contrappasso alle legge di natura che ne avrebbe voluto una morte eroica, sul campo d'una battaglia cruenta, combattuta all'ultimo sangue, all'ultimo spirto.
Quali condotte da stalker, perpetrate da Eracle ed Agamennone, poterono mai trasformare accostumate spose, madri di figli, in due assassine, dopo vent'anni e oltre di matrimonio?
Eracle sposò Deianira dopo averla salvata da Acheloo, che il padre voleva imporle come marito. La salvò, altresì, da un tentativo di violenza sessuale - violenza molto comune allora, ma non considerata reato degno di "giudizio" in tribunale - perpetrato dal Centauro Nesso, che Eracle uccise trapassandolo con una freccia. Prima di morire il Centauro consegnò dolosamente a Deianira la tunica, intrisa del suo veleno, da usare qual talismano d'amore per lo sposo Eracle, ove la passione si fosse impallidita. Fu, invece, uno strumento di morte, perché il tossico del sangue disfece in necrosi le inviolate invitte carni dell'eroe, che la regina aveva tentato d'attrarre al suo amore, distogliendone la passione dalla bellissima e giovanissima Jole, figlia del re Eurito. Impresa impossibile, impossibile agone tra giovinezza e maturità, bellezza e distinzione, eros e adfectus coniugale.
Lo stolkeraggio di Eracle consiste nell'avere portato alla reggia di Trachis la fanciulla, con la quale vive un'erotica adolescenziale passione, forte del "diritto" che gli attribuisce l'essere maschio, jus assoluto che si trasmette in eredità da padre a figlio maschio, senza conforto di nuove leggi; bastano, infatti, le vecchie norme della consuetudine, elevate a Legge, sovrana assoluta. Nulla, quindi, va giustificato alla sposa Deianira che ben conosce il diritto del maschio, ma Deianira invoca a potere di legge il diritto del cuore e alle donne del coro non tace l'infinito suo dolore «la vergine - ma credo ormai non lo sia più - l'ho accolta come un marinaio mette a bordo un carico: è un commercio che mi strugge il cuore. E ora attendiamo in due sotto un'unica coperta un uomo che ci abbracci. Ecco cosa ha mandato Eracle alla fine, in cambio della cura della casa: e io lo chiamavo nobile e fedele… quale donna sarebbe in grado di vivere con quella e condividere con lei lo stesso matrimonio? Vedo in lei una giovinezza ancora in crescita e in me una giovinezza che sta già appassendo, l'occhio ama cogliere il fiore dell'una, mentre dall'altra allontana il passo... ». Non ha un nome la nobile bellissima concubina per Deianira, è solo un carico per la sua anima, un cicilio per la sua passione di femmina non più ricambiata. Morirà lo sposo che voleva riconquistare, morirà proprio indossando quel talismano d'amore che avrebbe dovuto ridestarne la passione. Morirà senza dolo ma, pur sempre, per opra della sposa, attempata ma innamorata.
Per l'assassinio d'Agamennone, ucciso da Clitennestra, si invocano vecchi e nuovi stolkeraggi.
Agamennone aveva sposato Clitennestra con hubris, con prepotenza omicida, dopo averne ucciso il primo marito Tantalo, figlio del re Tieste, e il figlioletto neonato. Furono nozze maledette, iniziate con un duplice omicidio. L'orrore di Clitennestra, madre orfana del proprio figlio, sembrò posare un attimo per la nascita della figlia primogenita, Ifigenia. Ma il padre la sacrifica, adolescente, «egli osò farsi sacrificatore della figlia… e le preghiere e le invocazioni al padre e l'età virginale non curarono i duci bramosi di guerra.. ordinò il padre di sollevare come una capra, alta sull'altare, lei avvolta nei pepli e prostrata…. ella, bella come in un dipinto, colpiva con dardo di pietà ciascuno dei sacrificatori volendo parlare». Il padre ne ordina il sacrificio richiesto dall'indovino Calcante per placare l'ira della dea Artemide e consentire, con questo sacrificio, alla flotta greca di lasciare la rada di Aulide, dov'era bloccata dall'assenza di vento.
Se Agamennone padre deve cedere ad Agamennone re per il supremo interesse della patria e l'onore degli Atridi, anche a costo del sacrificio d'un figlio innocente, non così per Clitennestra donna, per Clitennestra regina. Donna e regina vogliono viva la figlia, amatissimo frutto del ventre, spiga d'amore. Non c'è ragione dietro il gesto d'Agamennone per un cuore di madre. E' solo omicidio, il suo, e, consapevole del fatto che a nulla varrebbero le sue ragioni in una società a misura di maschio, lo uccide di suo pugno, Clitennestra, appena rientrato da Troia, inerme nei lavacri della reggia di Argo «lo colpisco due volte, in due gemiti gli si sciolgono le membra, e su lui caduto aggiungo il terzo colpo… così cadendo muore e vomita un violento getto di sangue, che mi colpisce con nero spruzzo di sanguigna rugiada, e io ne godo non meno che campo seminato gode dell'acqua dal cielo sulle gemme che si schiudono… questo è Agamennone mio marito, cadavere per questa mia mano destra, che operò giustizia.. ».
Al Coro che annichilito per la morte del re e l'audacia della regina chiede «chi lo seppellirà? Chi canterà il canto funebre? Chi il funebre elogio sull'eroe divino con lacrime effuso soffrirà con cuore sincero? » risponde Clitennestra «non a te spetta occupartene… lo seppelliremo non tra i pianti della casa. Ma la figlia Ifigenia amorosamente, come conviene, andando incontro al padre, verso il rapido traghetto dei dolori, lo bacerà cingendolo con le braccia». Da morti, dopo le miserabili vicende della vita, restano solo un padre che ama la figlia e una figlia giovinetta che non ha mai smesso d'amarlo.

La Sicilia

 

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