Cultura Ragusa

Rin-tocchi di luce alla mostra della Vargetto al Prima Classe

La recensione di Anna Terranova

Ragusa - Ordini un caffè al tavolino di un bar. Nell’attesa alzi gli occhi e noti delle foto in bianco e nero alle pareti. Ti alzi, ti avvicini e le osservi. Hanno infatti qualcosa di magnetico le foto di Manuela Vargetto: ti alzi incuriosito, forse neanche ti piaceranno chi lo sa, ma sì, intanto ti avvicini.

Sarà per l’originale allestimento (azzurre cassette di frutta fanno da cornici/contenitori) o forse per i riflessi di luce che catturano lo sguardo o forse quello che colpisce … è il tema: la mostra sembra infatti stonare un po’ con la location di un bar frequentatissimo dai giovani, colorato, modaiolo, contenitore di saluti, risate e chiacchiericcio. Il filo rosso che lega le foto è, al contrario, il silenzio ovattato di un interno che ospita due anziani immersi in una luce fredda, mattutina. La mostra, come suggerisce già il titolo “Un uomo, una donna, un interno. Foto - racconto in 22 frammenti” è appunto una storia: le foto, accuratamente numerate, hanno un ordine ben preciso.

Indiscusso protagonista appare, più che la coppia di attori, il tempo: un tempo passato di una vita che è stata attiva e veloce (perché appuntare un numero di telefono a uno specchio se si ha tutto il tempo di cercarlo e ricercarlo con calma?) ma che non lo è più, una vita che sembra essersi svolta sempre in quelle stesse stanze, sotto gli occhi dei santi delle immaginette alle pareti, in una continuità tra passato e presente che sembra non conoscere frattura.

Si avverte un po’ di senso di claustrofobia: nonostante la luce e l’aria entrino e circolino nelle stanze, è chiaro che non si può uscire, o comunque non più, e le immagini che si riflettono, ora sulla spalliera verniciata di un letto, ora sulle piastrelle di una cucina, ora su uno specchio, non fanno che rimandare da un lato all’altro delle stanze.

In questo continuo dialogo silenzioso tra lei, attiva e attenta, e lui, passivo e a tratti assente, una netta scansione del tempo, diviso come nei riquadri del calendario della prima foto o spezzettato come nei bocconi di pane di un’altra, con una cura che solo un tempo così sospeso può permettere. L’unico suono immaginabile in questo silenzio un po’ surreale potrebbe forse essere quello di rintocchi … dei passi, dei gesti, degli sguardi che quelle pareti hanno udito per anni.

La Vargetto calca un po’ la mano su dettagli della quotidianità mentre si esprime meglio quando fissa le sagome dei due attori impegnati, oltre a parlare tra loro in un muto scambio di sguardi, anche in una reciproco dialogo con l’ambiente: non potremmo infatti immaginarli altrove se non tra quelle pareti e, come si suole dire, se queste potessero parlare (crediamo che) avrebbero davvero parecchio da raccontare. Questo, un po’ ripetitivo, accento sugli oggetti di ogni giorno rende tuttavia ancor di più il senso di circolo da cui è difficile uscire ma che dà senz’altro all’appartamento anche il suo aspetto di rassicurante nido inviolabile.

Le pose dei due anziani sembrano a volte quasi costruite, le foto non sono state “rubate” a loro insaputa, e questa sfumatura di artificiosità è d’altronde ribadita dalle didascalie che la stessa autrice si è preoccupata di mettere accanto ad ognuno dei ventidue “frammenti”: etichette in cui piuttosto che un titolo (che sarebbe stato effettivamente superfluo) si riconoscono i parametri tecnici con cui la foto è stata scattata, come a dire che quella è “solo” un’immagine la cui natura è ben diversa da ciò che rappresenta, in un contrasto evidente tra la cura e lo studio dello scatto attentamente calibrato e la spontaneità di piccoli gesti quotidiani.

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Il foto-racconto si chiude al ventiduesimo scatto con la sagoma femminile in controluce, sola e avvolta ancora una volta nella fredda luce mattutina, nel silenzio, accompagnata dai rintocchi dei ricordi.

Ci riaccomodiamo al tavolino a bere il nostro caffè e a chiacchierare con gli amici, con un sorrisetto amaro.

Un plauso al Prima Classe che propone costantemente mostre di giovani emergenti, musica dal vivo e cabaret, smentendo clamorosamente chi nega che cultura e divertimento debbano sempre avere precise sedi deputate e che non possano mai incontrarsi nello stesso luogo.

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