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Gian Antonio Stella: La prima tangente del Regno d’Italia

I misteri di via dell’Amorino

Estate 1868. Il sangue dei patrioti macchia ancora le strade del neonato Regno d’Italia. Gli irredentisti, garibaldini, democratici, repubblicani, protestano contro gli esiti incerti dell’unificazione. Il brigantaggio dilaga nel Sud, provando l’estraneità del governo alla realtà di miseria e ignoranza delle aree rurali del paese. Per sanare le casse dello Stato, in fortissimo disavanzo, la maggioranza di destra, espressione della borghesia liberal-moderata, applica gravi tassazioni sui beni di consumo a scapito dei ceti meno abbienti. È un contesto di fratture sociopolitiche e culturali, di insurrezioni, manifestazioni, repressioni, dove scoppia il primo grande scandalo della storia dell’Italia unita, al centro dell’inchiesta sulla “madre di tutte le tangenti” raccontata dall’inviato ed  editorialista del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella, nel suo ultimo libro, I misteri di via dell’Amorino.

Nel luglio del 1868 il governo Menabrea decise di appaltare a una società privata la manifattura dei tabacchi sui cui deteneva il monopolio. A Firenze, allora capitale del Regno e sede del Parlamento, venne così stipulata una convenzione tra il Ministero delle Finanze e un gruppo di investitori italiani e stranieri, facenti capo alla Società Generale del Credito Mobiliare Italiano di Domenico Balduino. La convenzione prevedeva una concessione della durata di 20 anni, in cambio di una percentuale bassissima sulle entrate, più un anticipo di 180 milioni di lire, da versare alle casse pubbliche. Malgrado esentasse lo Stato dall’onere degli investimenti necessari a risanare il settore, fu subito impugnata in Parlamento: lo Stato rinunciava a ingenti introiti futuri in cambio di un vantaggio soltanto immediato e minimo. Il presidente della camera Giuseppe Lanza, in sede parlamentare, tuonò: «Col combattere questa proposta di legge, difendo gli interessi generali delle Finanze». E attaccò il sistema degli appalti in materia di imposte, perché aveva dato sempre gli stessi risultati: appaltatori impinguati, finanze stremate, ira popolare, rivoluzione. «Signori - concludeva - vi siete informati in prima in che condizione sia il Credito Mobiliare, quale sia il suo capitale effettivo, quale sia il corso delle sue azioni, de' suoi titoli, quali sono gli affari che ha fatto da che fu istituito e come li abbia condotti?».

Con 205 voti favorevoli e 161 contrari, l’8 agosto il provvedimento passava alla Camera. «Dato per scontato il via libera del Senato – scrive Gian Antonio Stella - la cessione dei tabacchi alla società anonima che non si era mai occupata di tabacchi diventava legge. Il giorno stesso Giuseppe Lanza, coerentemente, si dimetteva da presidente della Camera. E Vittorio Emanuele II, per evitare che i deputati si scannassero intorno ai misteri di quella convenzione che tanto gli premeva, chiudeva subito il Parlamento e mandava tutti in vacanza».  A infervorare gli animi non era tanto l’incerto vantaggio economico per lo Stato su questo accordo,  ma il sospetto di deputati corrotti e di maxitangenti pagate da alcuni noti banchieri interessati ad assicurarsi l’esito della consultazione parlamentare.

I sospetti si tramutarono in scandalo. Nel Natale di quello stesso anno Achille Bizzoni pubblicò sul Gazzettino Rosa di Milano un articolo infuocato in cui accusava di corruzione gli onorevoli Giuseppe Civinini, Raimondo Brenna (direttore del quotidiano La Nazione di Firenze) e Paulo Fambri.  Qualche giorno prima il deputato Luigi Zini aveva scritto al Lanza: «per l'affare dei tabacchi, furono distribuiti diversi milioni, dei quali sei al re, e due tra sessanta deputati». Infine si diffuse la voce che non meno di sei milioni si erano distribuiti per comperare voti di deputati e che in numero di sessantacinque avevano messo al traffico la propria coscienza. Seguì una violenta campagna di stampa, in un clima generale di proteste cori e sassaiole contro il governo, e di carabinieri a cavallo che caricavano contro chi si ribellava alla tassa sul macinato, in vigore dal 1° gennaio 1869.

Il 31 maggio 1869 l’affare sulla concessione dei tabacchi tornava alla Camera. L’onorevole Giuseppe Ferrari, repubblicano e federalista, chiese nell'interesse di tutti e del Paese di aprire un'inchiesta sui fatti relativi alla Regìa dei Tabacchi.  Nell’istituzione di una commissione d’inchiesta fu decisivo soprattutto l’intervento del 5 giugno del deputato di Asiago, tra i rappresentanti di sinistra del partito liberale, Cristiano Lobbia.  

Ex garibaldino, stimato e insignito dallo stesso Garibaldi per il suo intervento nei moti del 1848 nel lombardo-veneto e nella seconda guerra di indipendenza, distintosi nella spedizione dei Mille per la cattura della piazzaforte borbonica di Messina, il Lobbia scuoteva adesso l’opinione della Camera sventolando due grossi plichi sigillati, contenenti - egli disse - testimonianze superiori a qualsiasi eccezione a carico di un deputato che avrebbe percepito tangenti nelle contrattazioni della Regìa dei Tabacchi. Il deputato di Pistoia, già ricordato, Giuseppe Civinini.

Venne subito istituita una commissione d’inchiesta, presieduta dall’onorevole Giuseppe Pisanelli e composta di uomini sia di destra, sia di centro che di sinistra. Il Lobbia fu il primo ad essere convocato per testimoniare sulle prove in suo possesso. Se davvero potesse svelare il primo grande scandalo del Regno d’Italia, rimarrà nei secoli un mistero.

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Alla vigilia della convocazione, nella notte del 15 giugno, mentre passeggiava in via dell’Amorino, diretto dall’amico e deputato Antonio Martinati, venne aggredito da uno sconosciuto che gli stese prima un colpo di bastone in testa e poi tre coltellate al petto. Soccorso e ospitato dal Martinati, sopravvisse e si riprese dall’agguato. Si riprese solo fisicamente. Moralmente subì un affronto che lo deluse e avvilì al punto tale da morirne, che dalla notte dell’agguato si estese a macchia d’olio a quanto successe dopo.

Due giorni dopo, mentre in diverse piazza del Regno si manifestava in difesa di Lobbia e contro la corruzione e il malaffare e ci si scontrava con le forze dell’ordine che operavano arresti, sequestri di giornali e scioglimenti di riunioni,  il governo dichiarò chiusa d'autorità la sessione parlamentare, impedendo di fatto la continuazione dei lavori della Commissione di Inchiesta e la testimonianza del Lobbia.

La stampa indipendente si scatenò contro il governo, quella di parte governativa cominciò a infangare la figura del Lobbia e quanto gli era successo: fu insinuato che aveva simulato l’agguato per evitare di testimoniare in Commissione, che non possedeva alcuna prova contro Civinini e gli altri deputati dichiarati colpevoli di corruzione, che era animato da mitomania e non da onestà civica e politica.

Non bastarono le voci in sua difesa. La stessa magistratura, il 26 ottobre, diede inizio a un processo farsesco per avvallare la tesi di simulazione di reato. Così testimonianze a favore del Lobbia furono ignorate o distorte, venne data importanza solo ai testimoni (provenienti da settori governativi, dunque ricattabili dall'esecutivo) che raccontavano la stessa versione (nel vicolo Lobbia era solo e si sarebbe sparato), non si diede tempo ai difensori di richiedere alla Camera l’autorizzazione a procedere prevista dallo Statuto Albertino (bisognava attenderne la riapertura, ma il Re la tenne chiusa fino a metà novembre, quando il processo si era già concluso). Soprattutto, fu decisiva l’azione del regio procuratore di Firenze De Foresta, uomo di fiducia del governo, a cui il guardasigilli Pironti (da cui all’epoca dipendeva il potere giudiziario) aveva affidato l’inchiesta sull’agguato di via dell’Amorino.

De Foresta chiuse il caso ottenendo, il 17 novembre 1869, la condanna del Lobbia a un anno di carcere militare per simulazione di reato. Condanna che fu confermata in appello ma ridotta a sei mesi di reclusione.  

Lobbia non scontò la pena. Si dimise da deputato e partì per la guerra franco-prussiana del 1870, a fianco di Garibaldi e con il nuovo grado di generale.

Solo il 14 gennaio del 1875, anni dopo la campagna bellica, quando nessuno si ricordava più dell’inchiesta sulla Regìa dei Tabacchi, Lobbia ottenne il riscatto dall’infamia subita. La corte d’appello di Lucca, al seguito del nuovo processo indetto nel 1872 dalla Corte Suprema di Cassazione, chiudeva il caso di via dell’Amorino assolvendo Lobbia per insufficienza di prove. Una magra consolazione per l’eroe garibaldino, che afflitto dalla vergogna e dalla malinconia, morì a Venezia, all’età di 50 anni, il 2 aprile 1876.

Di lui restano pochi documenti e i giornali d’epoca, due valli e un istituto professionale di Asiago a nome suo, il piacere di un romanzo storico e infiniti copricapo “alla Lobbia”. Per chi non lo sapesse, questo modello Borsalino con l’incavo nel mezzo trae spunto dalla bombetta che indossava il Lobbia quando fu assalito. Che un colpo di bastone deformò nel centro.