Cultura Val di Noto

Il terremoto del 1693. Raccontato in italiano. E francese

Traduzione in francese di Guglielmo Pisana

"L'anno del Signore 1693, a nove di gennaio giorno di venerdì a hore quattro e mezza di notte fece un terremoto cosi grande che s'intese per tutto questo regno di Sicilia, e con tutto che havesse durato assai perché il moto fu regolato, danneggiò solamente Melilli et altre città e terre del Val di Noto nel cui territorio si subissarono molte torri situate in campagna.

 

La nostra città di Scicli non ebbe altro danno che una casuzza nel quartiere dello Scifazzo senza danno delli habitatori, benché le fabbriche di molte case e palagi si risentirono e la madre chiesa di S. Matteo precisamente nella cappella del SS. Crocifisso.

Ognuno stava timoroso della replica alle 24 ore, qual termine passato si credea non v'esser più periglio. Ma che!

Alli 11 di gennaro, a hore 2  circa, giorno di domenica, fece di nuovo un terremoto cosi horribile non tanto per la durata - benché per altro fosse stato lungo per quanto un devoto che cominciò la litania della Beata Vergine arrivò a quelle ultime parole Regina Virginum - quanto fu per lo moto irregolare e saltellante, e veramente la terra nel mentre che faceva detto terremoto non solo si nacava ma si spinse in aria per tre volte come se avesse ballato, al che fu attribuito il gran danno che produsse".

 

Comincia così la Relazione storica sui disastri accaduti in Scicli dell'11 gennaio 1693, che l'arciprete Carioti come testimone diretto lasciò scritta in un registro di battesimi della matrice.

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Il terribile sisma, o terremotu ranni come lo definiscono le cronache coeve, non era certamente il primo né sarebbe stato l'ultimo per una zona di elevata sismicità come la Val di Noto, come spiega lo storico Giuseppe Barone ne "L'Oro di Busacca", edito da Sellerio.

 

Non a caso, il Catalogo del Baratta registra per l'arco cronologico dal XVI al XIX secolo ben 160 eventi sismici superiori al quinto grado della scala Mercalli e circa 40 oltre il settimo grado.

 

Gran parte di questi terremoti non sono stati ancora studiati né conosciuti nei loro effetti, come ad esempio quello del 1542 che provocò danni gravissimi nella contea di Modica. Per il 1693 disponiamo invece di fonti archivistiche abbondanti e di una recente fioritura di studi, anche se per l'area iblea l'indagine rimane ancora tutta da fare.

 

L'analisi dei flussi demografici condotta da Ligresti conferma la stima approssimata di circa 58.000 morti, di cui 11.000 nei sei paesi della contea: quasi 5.000 a Ragusa (la metà della popolazione), 3.400 a Modica e 2.000 a Scicli (rispettivamente il 19 ed il 21 per cento degli abitanti), laddove Chiaramonte e Monterosso contarono 303 e 232 vittime e la "nuova terra" di Vittoria appena 30. Degli altri centri contigui fu Spaccaforno a pagare il prezzo più alto con 2200 morti (23 per cento), mentre le perdite stimate risultano di 541 unità per Giarratana, 200 per Biscari, 269 per Comiso.

 

A Scicli vecchio e nuovo sito furono praticamente cancellati dalla violenza delle scosse, che continuarono fino all'autunno ritardando ulteriormente l'opera di ricostruzione.

 

Crollarono le fabbriche maestose del collegio gesuitico e del convento dei carmelitani, le principali chiese ed i monasteri di S. Giovanni e di Valverde, i conventi dei cappuccini e della famiglia francescana, mentre sul colle di S. Matteo rovinò interamente la matrice i cui lavori di ampliamento non erano stati ancora ultimati. La fuga disperata per le campagne, il disordinato addensarsi di uomini ed animali nei pianori dell'Oliveto e degli Junci, il rischio di epidemie e la morte per fame e per freddo rappresentano lo scenario apocalittico nel quale si consumano violenze private ed atti di sciacallaggio.

 

Nessuna repressione, tuttavia, sarebbe stata in grado di ripristinare l'ordine in così breve tempo di fronte a un tale evento traumatico che aveva alterato in profondità le gerarchie sociali dell'ancien régime, cosicché per bisogno o per paura parecchi nobili e cavalieri andavano vestiti con ruvidi palandrani di "arbaxo" o con i mantelli dei frati cappuccini, "né si distinguea il servo dal padrone e la necessità facea lecita ogni cosa".

 

La Relazione del Carioti coglie questo eccezionale capovolgimento della piramide sociale, tanto che dalla catastrofe naturale sembrano sortire effetti rivoluzionari: "nell'anno del terremoto correva assai il denaro, e li villani fatti ricchi di li furti, rapine e dal travaglio, che un huomo per una giornata non si contentava di mangiare, bere e tari quattro, e così si fecero gran lussi di vestiti, oltre alla ghiottoneria del mangiare e bere, però speso detto denaro sconsideratamente si scoverse l'anno venturo sino al presente in gran penuria, ora ch'ognuno s'ha dovuto fabricar di nuovo la casa et armarla del necessario".

 

Le fonti giudiziarie della contea aprono inediti spiragli su questo microcosmo sociale colpito dalla catastrofe e nel quale i comportamenti individuali e collettivi si inscrivono sotto il segno delle relazioni violente o degli abusi per necessità, sostiene Giuseppe Barone.

 

Le baracche di legno per i senza tetto, ad esempio, sono un lusso che per il costo elevato dei materiali non possono permettersi i poveri, i quali alla precarietà delle capanne di fango e paglia preferiscono almeno il più solido riparo naturale delle grotte: tornano perciò a ripopolarsi le abitazioni trogloditiche di Chiafura e qualunque antro naturale sui fianchi delle cave, per il cui possesso si scatenano liti furibonde tra famiglie e clan di vicinato. Le denunce per furti e "discassazioni" riempiono i registri della segreteria di giustizia.

 

Il tentativo di ripristinare la normalità s'intravede nella elezione dei capitani e maestri di fiera per organizzare le feste di S. Guglielmo e di S. Bartolomeo, ma la drammatica congiuntura del dopo-terremoto è resa più grave della crisi finanziaria che paralizza l'amministrazione comitale e il bilancio dell'università.

 

Scarseggiano i fondi per far funzionare i servizi essenziali, per pagare i salari arretrati ai soldati della Sergenzia ed alle guardie della marina, e per acquistare "trombette, tamburi, palle e miccie per lo pericolo di disbarco di navi inimiche" tra Ciarciolo e Donnalucata, mentre la mancanza di denaro per riparare i magazzini della corte frumentaria esponeva ai rischi del maltempo il grano appena sufficiente per il pubblico "panizzo".

 

Nell'estate del 1694 il cantiere sciclitano è in grande fermento, se i "mastri" Giuseppe e Pietro Lucenti chiedono di essere autorizzati "a farse con li propri mani tutti li charamidi per coprire case et poteghe", non essendo sufficiente la normale produzione giornaliera del gabelloto delle "chiaramide", Ignazio Asta, che due anni dopo troviamo firmatario di una supplica al secreto Angelo Giavatto, perché data l'urgenza di ricostruire le case molti artigiani si erano messi a fabbricare tegole e nessuno pagava a lui la gabella dello "zagato"; l'intervento del Tribunale del Real Patrimonio liberalizza parzialmente la produzione, dietro pagamento di un modesto pedaggio al gabelloto.

 

La ripresa dei consumi provoca una serrata concorrenza tra vecchi e nuovi "molinari" che si contendono le rare concessioni d'acqua per forza motrice. La ricerca delle aree fabbricabili si fa spasmodica e dai quartieri del centro urbano popolo "basso" e modesti artigiani sono espulsi con la forza del denaro o della prepotenza feudale.

Ma la ricostruzione del tessuto edilizio avviene in un clima avvelenato dai ricorsi e dalle vertenze sulla proprietà delle aree, sulle usurpazioni e sui continui sconfinamenti.

 

                                                          

 

                                      

 

 

11 Janvier 1693. Un tremblement de terre rase le Val di Noto

 

«L’an du Seigneur 1693, vendredi neuf janvier à quatre heures et trente du matin il y a eu un tremblement de terre si fort qu’on l’a entendu en tout le règne de Sicile, et même s’il a duré beaucoup, il a détruit seulement Melilli (ville en province de Syracuse) et d’autres villes et terres du « Val di Noto » où plusieurs tours situées à la campagne ont été détruites».

La ville de Scicli n’a subi qu’un dommage: une petite maison dans le quartier du Scifazzo, mais les locataires ont survécu sans problèmes. Tous les paysans avaient peur que le tremblement puisse avoir sa réplication après 24 heures.

Le dimanche, onze janvier, à 2 heures du matin il y a eu un autre tremblement horrible pas seulement pour sa durée (comme si un dévot commence sa litanie à la Sainte Vierge et termine avec ses derniers mots Regina Virginum), mais aussi pour son mouvement irrégulier et saccadé. La terre a soufflé trois fois…comme si elle avait dansé».

Ces sont les mots avec lesquels commence la Relation Historique écrite par l’archiprêtre Carioti sur les catastrophes de Scicli du jour onze janvier 1693 ; il était un témoin direct et il a écrit cette Relation dans un cahier de baptêmes de l’église de Saint Ignace.

Giuseppe Barone écrit dans son œuvre «L’or de Busacca » puis publiée par Sellerio, que ce terrible tremblement ou « terremotu ranni» (définition donnée par les chroniques contemporaines au fait),  il n’était pas le premier ni le dernier séisme pour une zone avec une forte sensibilité sismique comme le Val di Noto .

Le Catalogue du Baratta enregistre 160 événements sismiques du cinquième degré de l’échelle de Mercalli et 40 du septième degré. 

La plupart de ces tremblements n’a pas encore été étudiée, ni nous sommes à connaissance des effets qu’ils ont eu ; par exemple le séisme du 1542  qui a provoqué plusieurs dommages au comté de Modica. En ce qui concerne le tremblement du 1693 il y a plusieurs sources d’archives et nombreuses études, mais il reste encore beaucoup à découvrir.

L’analyse des flux démographiques menée par Ligresti confirme l’estimation de 58.000 décès, dont 11.000  dans les six pays du comté de Modica : 5.000 à Raguse ( la moitié de la population), 3.400 à Modica et 2.000 à Scicli (respectivement 19 et 21 pour cent de la population), Chiaramonte et Monterosso ont compté 303 et 232 victimes et la « nouvelle terre » de Vittoria seulement 30.

L’ancienne Spaccaforno, désormais Ispica a payé le prix le plus élevé en comptant 2200 décès (23 pour cent), par contre Giarratana 541, 200 à Biscari et 269 à Comiso.

À Scicli, la nouvelle et vieille zone ont été détruites à cause de la violence du séisme, qui s’est poursuivi jusqu’en automne en retardant la reconstruction de la ville.

Les bâtiments majestueux du collège des Jésuites et des Carmélites, les églises et les monastères principaux de Saint Jean et Valverde, les couvents des Capucines et de la famille franciscaine ont été détruits, alors que la colline de San Matteo a ruinée entièrement l’église de Saint’ Ignace, où les travaux d’agrandissement n’avaient pas encore été achevée.

La fuite éperdue à travers les campagnes, la collecte désordonnée des hommes et des animaux dans les plaines des oliviers et Junci, le risque de maladie et de décès dus à la faim et au froid, sont le scénario apocalyptique dans lequel il y avait de la violence privée et des actes de pillage.

Cependant, n’importe quelle répression a été en mesure de rétablir l’ordre dans un délai aussi court, devant un  tel événement traumatique qui a modifié en profondeur les hiérarchies sociales de l’ancien régime et donc pour besoin ou pour peur beaucoup de nobles et de chevaliers portaient des rugueuse « palandrani » en arbaxo ou des manteaux de Capucins. On ne se distinguait pas l’ésclave du maitre et tout était juste face à la nécessité.

Dans la Relation de Carioti, on peut trouver ce remarquable renversement de la pyramide sociale qui a apporté des effets révolutionnaires : au cours de l’an du tremblement de terre, l’argent tournait vite et les paysans étaient devenus riches pour les vols, les vols qualifiés et le travail, ils ne se contentaient pas de bien manger et boire, mais aussi ils voulaient  du luxe comme par exemple des vêtements, mais plus tard ils se sont rendu compte qu’il fallait reconstruire ou renouveler les maisons.

Les cabanes en bois pour les sans-abri, par exemple, sont un luxe pour le coût élevé des materiaux que les pauvres ne peuvent pas se permettre et ils préféraient un abri naturel comme les caves plutôt que les cabanes en boue et paille. On assiste donc à la repopulation des caves de Chiafura et aux querelles entre les familles  pour en s’approprier. Les registres de la voix de la justice sont remplis de plantes de vols et vols qualifiés.

La tentative de rétablir la normalité peut être vu dans l’élection des capitaines et maitres du métier pour l’organisations des fêtes de Saint Guillaume et Saint Barthélemy, mais la situation dramatique après le tremblement de terre est encore plus grave à cause de la crise financière qui paralyse l’administration.

Il y avait très peu d’argent pour payer les salariés, les soldats de la Sergenzia et les gardiens de la marine. Il manquait aussi l’argent pour réparer les greniers et donc il y avait le risque de perdre le blé à cause des conditions météorologiques. Le blé était suffisant seulement pour les clients qui achetaient du pain.

En été du 1694, le chantier de Scicli était très actif, et les maitres Giuseppe et Pietro Lucenti ont demandé l’autorisation pour réparer toutes les maisons et les boutiques. Deux ans plus tard, Ignazio Asta, a signé une pétition à Angelo Giavatto, parce que il y avait l’urgence de reconstruire les maisons et donc tous fabriquaient les tuiles et personne lui payait l’impôt.

L’intervention du Tribunal du Real Patrimoine à presque libéralisé la production, en payant une impôt modeste. La reprise de la consommation conduit à une concurrence féroce entre les anciens et les nouveaux maitres qui se disputaient pour les rares concessions d’eau pour l’alimentation et comme force motrice.

La recherche des zones de construction devient spasmodique et la population du centre-ville est entrainée par le pouvoir de l’argent ou le pouvoir féodal. Mais la reconstruction du réseau urbain et des bâtiments a eu lieu dans un climat de litiges pour  la propriété des zones.

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Traduzione di Guglielmo Pisana