Cultura Ragusa

Muratori: Da Rosa Balistreri a Buttitta

La mia Sicilia

Ragusa - “La vita mi ha dato dei talenti, come lo scrivere canzoni. Non è stato merito mio: ho ascoltato qualche fata”. Che Carlo Muratori abbia il dono di accendere una specie di magia segreta, ogni volta che si accosta al microfono, il suo pubblico lo sapeva. Stavolta la citazione fiabesca era un omaggio alla sede ragusana che sabato sera ha ospitato il suo concerto, la redazione della rivista Le Fate, ma anche un appello implicito ad ascoltare l’autenticità d’una voce interna, il fanciullino di pascoliana memoria, forse, o la scintilla della scommessa sulla bellezza. Nessuna discontinuità col suo repertorio, largo dell’emporio siculo doc – antropologico, etnico, engagé, letterario – perché, nel messaggio traslato del cantautore, non ci si rassegna, nemmeno nel mezzogiorno più a sud italiano, a uno stato di cose che non funzionano.

Domandiamo direttamente a Carlo di raccontarci la sua Sicilia.

“Cerco di raccontare una Sicilia che non esiste, quella che io immagino. È un’Isola vista dal buco della mia serratura, una mia proiezione. Quella vera è molto più bella, forse pure molto più triste”.

Stasera hai attraversato attori primari della storia siciliana, da Rosa Balistreri a Buttitta. Evidente il rapporto importante che coltivi con la tradizione…

“Alla base del mio lavoro c’è sicuramente una Sicilia letteraria; gli studi classici hanno favorito la frequentazione con un mondo poetico, che non comprendeva però la poesia vernacolare. Ma conoscere Verga e Pirandello mi ha fatto venire il sospetto di essere in una terra abitata da fate. Sono partito da lì, per trovarmi davanti a Buttitta, a Rosa Balistreri”.

Elogiavi pocanzi una musica che, con Guccini, De Gregori, si pensava fosse arte solo quando aveva una funzione sociale.

“Coltivo il concetto greco dell’ethos. Non si può prescindere da un’idea di arte che indichi all’uomo una dimensione superiore a quella in cui vive. Se l’arte, come a volte accade, dovesse essere qualcosa che lo porta agli inferi, non è buona. Gli dei ci hanno suggerito strategie di sopravvivenza giuste. L’arte è una delle ‘strategie’ più belle. Ma, dopo che l’hai ascoltata, praticata, fruita, deve portarti una spanna più in su, di quando hai iniziato”.

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hai aperto con una serenata. Non ammetti un’arte che sia solo divertissement?

“Non parlo di un impegno che sia arte noiosa. Credo di raccontare in una maniera ironica e satirica quanto mi interessa. Ma dietro a ogni battuta ci deve essere qualcosa su cui riflettere. Quello che mi fa paura è la banalità, che ti abbrutisce, ti fa diventare più scemo.”.

Hai cantato dei fatti di Bronte, dell’Unità fatta a suon di gesta non tutte edificanti. Ma lanci anche messaggi costruttivi.

“Per me questo è uno dei momenti più importanti: la crisi è una delle cose più interessanti che possano capitare a un popolo, perché obbliga a capire ciò che è fondamentale e ciò di cui possiamo fare a meno. In quel Palazzo dei Normanni oggi si sa che i soldi per i politici sono finiti, dunque è il tempo dei Crocetta e dei Battiato, di chi intende la politica come volontariato. Ma nulla può funzionare se non sarà la gente, dal basso, a muoversi”.

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