Cultura Ragusa

Un calderone di artisti alla collettiva Artincontro a palazzo Garofalo

42 artisti

Ragusa - A Palazzo Garofalo una collettiva di 42 artisti. Se leggere un numero così alto fa già di per sé arricciare il naso, visitare la mostra dà in effetti la sensazione che sia un gran calderone in cui sono state gettate cose a caso, senza alcun criterio. Nonostante gli evidenti sforzi di chi ha curato l’allestimento (che, considerato lo spazio insufficiente, non è affatto male) risulta molto difficile trovare il nesso tra opere tanto diverse tra loro.

Molto evidente la differenza di età tra gli artisti che abbracciano più generazioni, portando a volte una provocazione, altre una tensione febbrile, ancora uno sguardo scanzonato, o piuttosto una quieta serenità contemplativa.

Può risultare interessante vedere come colgano la quotidianità questi artisti locali, privilegiando chi un tema chi un altro e come scelgano di comunicare la loro visione con questa o quella tecnica e materiale e, nonostante la scelta infelice di una troppo leggera (o addirittura, sospettiamo, mancata) selezione, la mostra ha qualche pezzo meritevole.

Mentre alcuni si lanciano in chiarissimi riferimenti e citazioni alla tradizione, altri preferiscono sperimentare.


 

Del primo gruppo interessanti le ricerche di Angelo Distefano, che rende molto bene la silenziosa delicatezza dei toni di una natura placida, tutt’altro che maligna, che si lascia contemplare nella sua serenità. Notevole, anche se non ancora del tutto matura forse, la ricerca di resa del movimento nei cavalli di Danilo Spata, così come la ricerca di intensità data da un accurato uso del chiaroscuro nell’opera di Giovanni Aquila mentre Giovanni Lissandrello svela, in una sorta di oscura cripta, un’atmosfera molto evocativa e misteriosa.

Chiari ma non per questo necessariamente penalizzanti, i riferimenti a colossi del passato, come nella natura morta (che nel passaggio a colori perde decisamente tono) di Nuccio Battaglia, di morandiana memoria, nelle tele di Carlo La Perna che si colloca sulla scia informale di Burri, nella citazione della De Lempicka di Sissi Burtone e infine nelle Uno bianche nella pioggia, interessante opera di Emanuele Pace che sembra tenere sott’occhio Hopper.

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Spiccano in questo primo gruppo Ivo D’Orazio e Clara Calì. Il primo interessante per la morbidezza del tratto, dei riflessi di luce naturale e nel modo in cui questa accarezza gli oggetti quasi plasmandoli, dando loro volume e peso nello spazio. Clara Calì affascina per la resa di un chiarore quasi velato di pulviscolo e per un mare le cui sfumature sono così armoniosamente rese da temperare il turbamento che l’oscurità provoca.

Per quanto riguarda invece la corrente più “sperimentale”, emergono le ricerche di Adriana Schembari che, soprattutto nella riproduzione di una testa, recupera molto bene l’antica arte del mosaico, come anche quelle di Salvatore Licitra nel suo metallico “Diavolo dei mari”, maestoso e sinuoso, placido e minaccioso allo stesso tempo. Infine Maria Grazia Gionfriddo colpisce per un uso spregiudicato della prospettiva, un punto di vista inusuale e un po’ provocatorio, da sopra in giù, che solo qualcuno in cielo (Dio?) può avere, mentre Angelo Di Quattro rivela un uso molto ragionato, calibrato e prudente della tela.

Spiccano in questo secondo blocco Elena Paradiso che colpisce con la sensualità dei corpi, resi nella morbidezza degli incarnati, e senz’altro Sergio Cimbali che ci spiazza prima con l’uso irriverente di materiali di recupero nel suo corridore pronto a scattare in avanti e poi nella dolcissima donna col bambino, in cui la tenerezza di un abbraccio materno scioglie e fonde in un tutt’uno le due figure.


 

Si esce stanchi dalla mostra per l’eccessivo numero di artisti così diversi tra loro. Sebbene apprezzabile e apprezzata la possibilità data loro, auspichiamo per la nuova edizione una selezione più rigida che privilegi la qualità alla quantità.

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