Cultura Ragusa

Lo sguardo introspettivo e immaginifico di Salvatore Lacognata

Una mostra al Prima Classe dal 9 febbraio

Ragusa - L’opera di Salvatore Lacognata (1957-2013) risulta difficile da abbracciare. Sembra infatti di avere di fronte molteplici e variegate personalità, pronte a svelare ora un carattere riflessivo, contemplativo e introspettivo, ora gioioso, ironico e fantasioso. Le opere in mostra racchiudono un arco temporale che va dal 1974 agli ultimi mesi del 2012, al fine di mostrare quanto il lavoro di questo silenzioso pittore ragusano sia stato poliedrico e in continuo mutamento.

Disegni elaboratissimi su cui la mano è tornata più e più volte a cogliere le molteplici sfumature della roccia, quasi scorticandola per trovare uno strato sempre sottostante, tagliandola e spogliandola fino a imprigionarne l’essenza. Un lavoro simile forse a quello che Lacognata faceva con se stesso e, in quello che –crediamo- sia una sorta di autoritratto, sembra quasi che la testa sia composta da linee  di pensieri, strutturata da vene pulsanti di idee: una testa maschile di cui cogliamo subito lo sguardo attento dei grandi occhi spalancati su una città dai colori cangianti, che al contrario scivola veloce intorno, guizzante, difficile da afferrare.

Effimere, ma in senso opposto, anche le composizioni in china in cui il tratto si frantuma quasi in puntini che rendono magistralmente colline fatte di foglie e costruzioni che sembrano di sabbia, pronte a dissolversi e disperdersi al primo soffio di vento. Lacognata frantuma anche la pittura per rendere le infinite sfumature di dorati di sabbia o quelle dei riflessi di una barca a vela, unica presenza umana nell’assolato paesaggio.

Il tema della barca torna spesso, vestendo facilmente i panni della solitudine: una barca -segno dell’uomo nella natura- senza uomo, travolta dai flutti marini che, seppur in composizioni dagli accecanti colori, inquieta romanticamente per la sua piccola finitezza di fronte a forze naturali impetuose e ‘inarginabili’. Sullo stesso contrasto uomo-natura spicca anche un’immagine di Ragusa con i suoi grigi palazzi geometrici che contrastano, silenziosamente ma brutalmente, con lo sfondo di morbide colline sinuose, brillanti e, ci verrebbe da dire, felici.

Lacognata tuttavia sembra quasi prendersi gioco di tanta serietà, spiazzandoci con disegni di paesaggi quasi lunari e senz’altro visionari, sfondo di figure stilizzate di un tempo eterno, poi ironicamente rivestite nell’opera a colori con jeans e camperos in un tempo che è il nostro. Il gusto per contesti surreali e spogli, sfondo di piccole figurine quasi incise a graffito, si nota d’altronde già nelle prime composizioni geometriche del 1974.

Il pittore gioca anche con ritratti dalle strane sembianze: un volto maschile composto da vari pezzi assemblati quasi a caso sembra uscito da un quadro di Arcimboldo o da un racconto ambientato nei boschi, un altro in abiti moderni e accecanti sembra invece tratto da una vignetta o forse da un murales.

Uno sfizioso gusto del gioco quindi, che si rivela anche in opere più grandi come quelle coloratissime della vecchia -quasi traduzione di un sogno- in questo continuo rimando della stessa figura in un gioco di specchi, il cui ultimo riflesso/pensiero è quello alla giovinezza, o ancora in quello che parrebbe un omaggio alla musica di un sax e di una tromba, da cui il colore fuoriesce ballando animatamente, solleticato dalle note. Il suono lungo degli ottoni accompagna lo sguardo fino al momento di silenzio, di pace della contemplazione di un mare che, abbandonate forza e violenza, ora lambisce dolcemente lingue di terra, sotto una luce solare accecante in cui tuttavia i colori non si scontrano ma concertano e, ancor meglio, in una notte illuminata dalla luna, che riposa occhi e membra.  

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