Cultura Catania

Dall’Etna agli Iblei, un libro

Raccolti in un volume gli studi preparatorii per il Piano della provincia di Catania

Catania - Non caddero dal cielo ma scaturirono dagli inferi, i bellissimi faraglioni di Aci Trezza. Non li scagliò Polifemo accecato, ma li eruttò l'Etna nascente, quando era ancora un cratere sottomarino. C'è anche una realtà affascinante non meno del mito negli studi preparatorii per il Piano Paesaggistico della provincia di Catania, raccolti da Anna Maria Atripaldi e Simona Calvagna nel volume «Le forme del paesaggio/ Dall'Etna agli Iblei» (edizioni Anabiblo).
È un territorio strutturalmente complesso, pieno di diversità e già per la sua varietà particolarmente attraente: si trova nella zona di collisione tra le placche tettoniche dell'Europa e dell'Africa, ha radici in una dinamica estrema di cui è ancora effetto e sintomo la grande sismicità; e il vulcano è incastonato in queste fondamenta titaniche. «La provincia di Catania rappresenta una finestra aperta sulla storia geologica della Sicilia», spiegano Sebastiano Fazzina e Beatrice Antichi nel capitolo dedicato alla parte fisico-geografica.
Ma l'aspetto apocalittico è solamente la prima immagine di un grande album, che contiene anche i segni forti della costa - di lava o ciottoli o sabbia - sul mare, il verde di una propaggine dei monti Nebrodi, la grande Piana del Simeto, i morbidi rilievi e i colori pastello del Calatino. E gli studi raccolti nel libro via via descrivono - oltre che la morfologia profonda e superficiale - la vegetazione, la fauna, l'agricoltura e la sua evoluzione, l'archeologia, i centri storici e le aree urbane, i percorsi. Il tutto per arrivare alla pianificazione, alla progettazione, nel nome di una «conservazione inventiva» che significa tutelare i beni del paesaggio senza ingessarli in un immenso museo a cielo aperto.
L'obiettivo del Piano Paesaggistico è appunto preservare e valorizzare senza pretendere di immobilizzare, è evidenziare ma non sotto una campana di vetro, e incanalare la trasformazione, evitando che tracimi in devastazione.
Il paesaggio, ricorda Umberto Rodonò nella prefazione, anche alla luce dell'articolo 9 della Costituzione ha il ruolo di «portatore di identità nazionale e di qualità della vita». Quel «nazionale» chiaramente può essere ridotto di scala: tutti abbiamo esperienza di come il contesto della nostra quotidianità definisce l'identità locale e incide nella qualità della vita individuale. D'altra parte il carattere di un luogo e dei suoi abitanti è un'entità dinamica, che evolve nel tempo. Perciò la pianificazione paesaggistica mira a mantenere i pregi dell'esistente, non staticamente, bensì governando il cambiamento mediante - sottolinea Anna Maria Atripaldi - «una previsione concreta e lungimirante».
Ma, innanzitutto, cosa si intende per paesaggio? Il paesaggio è ciò che esiste oppure ciò che si percepisce? E' l'esistente materiale (oggettivo) o la sensazione (soggettiva) che se ne ha? Esistono entrambe le interpretazioni, e oggi, spiega Simona Calvagna, «non mancano i tentativi di "riconciliazione" tra le due visioni, partendo dalla constatazione del fatto che nella realtà è quasi impossibile operare una distinzione netta tra gli elementi fisici e la loro forma visibile, tra la complessità bio-fisica del mondo vivente e la molteplicità di sensazioni, rappresentazioni e simboli che al mondo, di cui esso stesso fa parte, l'uomo attribuisce».
E in ogni caso essenziale, sia nella lettura del paesaggio sia nella sua progettazione, è la percezione, che non è soltanto sensoriale, diretta. «Sapere che in un territorio è ancora presente l'aquila, l'orso, il lupo, una specie rara o in via di estinzione, o che esso è caratterizzato da una particolare ricchezza faunistica, conferisce alla percezione del paesaggio una connotazione che non richiede necessariamente la conferma della visione», scrivono Pietro Alicata, Giorgio Sabella, Antonio Alicata e Renato De Pietro nel loro studio sulla fauna e sui criteri della tutela.
E in ogni altro ambito - dalla botanica alla cultura - c'è una componente spirituale, in senso laico, del rapporto tra il luogo e la comunità o le singole persone che vi abitano: è la consapevolezza di vivere in un ambiente connotato da caratteristiche, da passate vicende e da storie vere o inventate che non necessariamente devono essere subito riconoscibili per essere qualificanti; è la coscienza di un genius loci.
Proprio questo conduce i buoni pianificatori a una dimensione non solo accademica, li induce a guardare il paesaggio e ad apprezzarlo con i loro strumenti di interpretazione ma attraverso lo sguardo degli utenti, che risultano così non gli spettatori ma i protagonisti della pianificazione. E infine il mito si rivela realtà, se il pianificatore sa mettere in risalto i faraglioni di Aci Trezza perché li vede come splendide sculture naturali di magma rappreso - scenario dei pescatori di Verga - ma anche come memoria leggendaria dell'irridente fuga di Odisseo dalla furia del ciclope.

La Sicilia

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