Cultura Donne

Silvana Grasso: 8 marzo, la donna pregrillina, premontiana

Alla Poesia non si può nè si deve chiedere il rigore della scienza

Non vorremmo spendere una sola parola sulla festa della donna, 8 marzo, perché, da decenni, esaurita ogni tensione socio-politica, scortecciata da ogni valore culturale, è solo saga eno-gastronomica tra le tante saghe in un Paese come il nostro, l'Italia, che non lesina feste e festeggiamenti ad animali e umani. Almeno ci fossimo fermati alle feste, ma in troppi casi, ben noti e recenti per riesumarne i cadaveri e il loro lezzo, si è passati anche ai «festini»!
Sulla questione femminile, così come sulla questione meridionale, intrappolata in minacciose falde di strumentalizzazione politica, incadaverita per putrefazione partitica, pregrillina, premontiana, pre…, è calato già da tempo il de profundis.
E' fatto di impoverimento e barbarie culturale, non di lumi, confondere il femminile con il femminista, assalire la sconquassata roccaforte maschile alla ricerca di un «cratos», che maschi e femmine, indipendentemente dalla biologia cellulare d'uno zigote, hanno perduto, irrimediabilmente perduto, nel momento in cui si è barattata la Potenza con la miseria deperibile del potere, appunto il cratos.
Proponiamo, quindi, come indeperibile memoria di Donna, due creature adolescenti, Antigone ed Erinna, vissute, la prima, nell'indeperibile tempo del Mito, che non si misura per secoli ma per paradigmi, l'altra nel tempo deperibile della Storia, che si misura per secoli e millenni.
Erinna di Telo, un ‘isola a nord-ovest di Rodi, nata a metà del IV a. C., non visse più di vent'anni, né rivendicò quote rose in un periodo storico in cui alla donna non si riconosceva neppure la personalità giuridica!, né quell'autonomia dell'esistere in quanto Persona.
Tante femmine oggi, ardite, sgambettanti, vocianti, traghettano, varate da discussi patron, per Camera e Senato, digiune di concetti elementari ma basilari, come Costituzione Diritto, e di cui l'unica traccia nella Storia sarà quella del loro rossetto, se di buona qualità.
Erinna, invece, altro patron non ebbe che la Poesia, quella poesia che«di mille secoli vince il silenzio». Di Erinna non ci sono foto né calendari, è il verso il suo volto, immortale e bellissimo, è l'evocazione, il suo corpo immune da vecchiaia. E' la sua Poesia la più forte «affermazione» femminile e femminista, vissuta nel più venerando dei Parlamenti, la sensibilità il talento l'anima.
Aveva un'amica del cuore, Bauci, una giovinetta cui confidava, immaginiamo, come Silvia del Leopardi, ansie e speranze, care all'adolescenza, amica di cuore non di face book. Ma Baucis muore, e quell'insaziabile insaziato dolore diventa inarrestabile sorgiva d'inchiostro per ricordare, ridefinire, rinnovellare l'amica morta, e farne epica di philìa «Bauci infelice, con cupi singhiozzi ti piango, di giochi recenti è ancora calda la traccia nel mio cuore, ma quei giochi d'un tempo sono cenere ormai…a noi, piccole, fece paura la Mormò…» (Erinna, Conocchia).
Era la Mormò un demone maligno, utilizzato dagli adulti come spauracchio per i bambini. Bambine, Erinna e Bauci, sfidavano la Mormò, ignare che più terribile Mormò, la Morte, le avrebbe terrorizzate con imprevista separazione.
Bauci muore, già sposa, mentre Erinna attende ancora al telaio, alla conocchia « e quando salisti sul letto dell'uomo, allora tutto scordasti, Bauci mia, fu Afrodite a farti dimenticare…». La potenza dell'Eros vissuto con candida passione scandisce la breve vita di Bauci e ci dà certezza dell' impoverimento sentimentale e culturale di questo sgangherato mondo, in cui il sesso è solo il filo interdentale tra un maschio e un altro, una noia e un'altra.
La morte di Bauci affretta in Erinna lo scorrere minaccioso del Tempo, della vecchiaia che minaccia l'amore, e diventa il lievito d'una devastante percezione interiore sulla fugacità dell'Essere, che la semeiotica fisica rende intellegibile a tutti.. «guardandomi vedo la giovinezza che passa…come un tacito monito giungono i primi fili bianchi, sono questi per i mortali, i fiori della vecchiaia…». A diciannove anni non poteva Erinna biologicamente avere capelli bianchi, emblema di vecchiaia, ma l'illogico apparente è illogico poetico. Alla Poesia non si può né si deve chiedere il rigore della scienza. La morte di Bauci fa sentire «vecchia» Erinna. E' la perdita avvertita come perdita di giovinezza interiore, come tradimento di sentimenti, a proporsi in allucinazioni poetiche, che più vanno intese come folgorazioni, anticipazioni epifaniche.
Certo a nessuna delle femministe di oggi, quelle almeno che sconono la serietà della questione femminile, verrebbe per mente di vedersi i capelli bianchi, contraffatti da tinture, anzi, colorifici e multicolori extension.
La Poesia è vedere oltre gli occhi, oltre i bulbi oculari, è vista interiore accessibile al cieco, vista incontaminata da manipolazioni di forma colore sagoma.
D'Antigone, che visse solo nella patria eterna del Mito, oltre la geografia dei Continenti, resta, sull'Everest della conquista femminile la virilità del gesto, la magnanimità del sentimento.
Antigone, la sventurata figlia-sorella di Edipo, muore per avere sepolto il corpo senza vita dello sventurato fratello Polinice, morto in duello contro il fratello Eteocle. Muore contravvenendo al divieto di dare sepoltura al traditore, secondo l'ordinanza dello zio Creonte, re di Tebe. E' giovinetta Antigone, può scegliere tra vivere, obbedendo alla viltà, e morire, obbedendo alle leggi di Natura e d'Amore. Sceglie di morire seppellendo, seppur simbolicamente, con una manciata di terra, il fratello di sangue Polinice. Se teme la Morte, ancor più teme di disonorare, disonorando il fratello, le leggi universali degli dei. Seppellire i morti è Legge degli dei «leggi non scritte, inalterabili, fisse: quelle che non da oggi non da ieri vivono, ma eterne: quelle che nessuno sa quando comparvero. Potevo io, per paura dell'arroganza di un uomo, venire meno a queste leggi?.... morire adesso prima del tempo è un guadagno per me……subire la morte quasi non è un dolore per me. Sofferto avrei, invece, e smisuratamente, se avessi lasciato insepolto il corpo morto di un figlio di mia madre. Il resto non conta nulla….. ». (Sofocle, Antigone)
Una sorella onora, nel rispetto del fratello, anche la madre che lo ha partorito, la madre ormai morta, radice della vita d'entrambi. E' quella di Antigone lectio immortale di civiltà virtù coraggio, oltre ogni biologia di sesso. «Creonte, sono nelle tue mani, mi puoi uccidere. Cosa puoi darmi più che morte? ». (Sofocle, ibidem).
Morrà Antigo, morrà giovinetta senza avere conosciuto l'imeneo delle nozze e l'amore di figli amati. Morrà nella fatiscente storiuncola dei giorni della biologia, non morrà nel Mito di quella Grandezza vera, che onora i morti più che i vivi, che onora il Padre la Madre i fratelli, anche a costa della vita «vicino a voi, miei cari, vengo e prima che scorra la parte della vita che mi fu data. Morti vi ho lavato, adornato, sepolto con le mie mani…mi hanno accusato di empietà per un atto pio… ».
E' atto pio seppellire i morti, è atto pio commuoversi, Civiltà e Humanitas hanno assolto la giovinetta Antigone, consegnandone la memoria all'immortalità. La assolviamo noi. Sono queste le nostre Donne.

La Sicilia

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