Cultura Scicli

Giuseppe Verderame, l’ultimo scalpellino

Un estratto della tesi di laurea di Marta Liuzzo

 Quando sono arrivata nel posto in cui il Sig. Verdirame si dedica alla lavorazione della pietra, che si trova in contrada Milizie a Scicli, ho visto quello che è il suo cantiere “improvvisato” e molto stilizzato: vi sono blocchi di pietra sparsi un po’ ovunque, una tettoia in legno chiusa su tre lati dove lavora e un piccolo magazzino in cui sistemare le opere complete e i vari attrezzi. Il colore dominante tutto intorno è senz’altro il bianco della pietra, riscontrabile anche su mani, braccia e viso dell’artigiano, che colpiscono proprio perché rendono perfettamente l’idea della passione e del duro lavoro che lo impegna.

Mi è venuto incontro per aprire il cancello vestito da perfetto artigiano, con tanto di lungo grembiule, e la prima cosa che noto è un atteggiamento così giovanile da mascherare molto bene i suoi ottantadue anni. “E’ merito del lavoro e della polvere se ci manteniamo giovani” – mi dice e, probabilmente, ha ragione. Il “ci manteniamo” non è però un pluralis maiestatis, infatti il sig. Verderame è affiancato nel suo lavoro da ormai otto anni dal nipote Antonio Verdirame, che ha iniziato quest’arte per passione. Dopo tutti questi anni ha raggiunto un alto livello di conoscenza del mestiere e di realizzazione delle opere. L’essenziale, dice il sig. Verdirame, è saper disegnare: solo chi è esperto nel disegno può apprendere al meglio l’arte della lavorazione della pietra.

A proposito della pietra, mi dice che lo scalpellino lavora per lo più il calcare duro mentre l’intagliatore lavora il calcare tenero: loro sono abili in entrambe le lavorazioni, sia di calcare duro sia di quello tenero.

Mi spiega pure la differenza tra i due tipi di pietra.

Il calcare duro è indistruttibile, mentre quello tenero è più fragile e maggiormente soggetto a sgretolarsi a causa soprattutto delle intemperie atmosferiche. Infatti, per proteggere le opere in calcare tenero, vi si passava sopra della calce idrata almeno due giorni prima (“latte di calce”) così da formare una patina protettiva di appena due millimetri (reazione di carbonatazione: è un processo chimico per cui la calce in presenza di anidride carbonica dà luogo alla formazione di una patina di carbonato di calcio). In realtà, mi dice anche, il calcare tenero è meno resistente se paragonato a quello duro ma di per sé è molto durevole: - “Il Municipio di Scicli ha cento anni ed è ancora lì!” – così come la chiesa di S. Matteo e la maggior parte degli edifici presenti a Scicli. E, per di più, c’è anche un paradosso: monumenti, decorazioni e persino edifici interi in calcare tenero sono ad oggi in perfette condizioni, mentre un semplice mortaio deve necessariamente essere realizzato in calcare duro altrimenti si spacca facilmente. Insomma ad ogni tipo di pietra il suo specifico utilizzo.

Loro utilizzano come calcare tenero la “pietra di Noto”, ovviamente a “pelle liscia” cioè senza venature che possano accelerare il processo di sgretolamento, ma anche pietra prelevata proprio a Scicli (ad esempio in contrada Torrepalombo, dice) la quale si può lavorare così bene che alla fine le opere sembrano statue di marmo. A volte però un’opera poteva danneggiarsi, vi si poteva staccare un elemento: questo veniva allora riattaccato con il bianco dell’uovo unito ad un po’ di zucchero che fungeva da perfetto collante, mentre oggi si utilizzano ovviamente altri tipi di resine.

Continuando a chiacchierare mi spiega che il lavoro dello scalpellino inizia dove finisce quello del “pirriaturi”. Il cavatore di pietra estrae dalla roccia il blocco da lavorare conferendogli forma e misura, poi lo scalpellino conferisce al blocco l’aspetto definitivo.  

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Mi racconta che un tempo gli scalpellini venivano chiamati per realizzare qualunque opera: stipiti delle porte, se c’era il primo piano in una casa realizzavano il marcapiano, le mensole (“cagnuoli”), i ballatoi (antenati dei balconi), i cornicioni, ma anche rosoni, capitelli, mascheroni, cappelle cimiteriali, bassorilievi. In tutto ciò dovevano sempre tenere in considerazione il gusto dei committenti ma anche il luogo di collocazione dell’opera, le sue finalità ed eventuali opere vicine.

Inoltre è fondamentale un’ottima memoria fotografica, le opere da realizzare si devono fissare in testa (poiché non sempre è possibile vederne il disegno più volte) e poi la lavorazione va svolta ad intervalli, e nelle pause la mente si deve rilassare e svuotare: - “perché mentre si lavora non si vede il difetto” – gli diceva sempre il capomastro Angelo Mormina, quando invece ci si distrae e poi si torna a lavorare si vede il tutto con occhi diversi.

Mi mostra quindi alcuni attrezzi del mestiere: il martello a due teste (con due teste piatte per tagliare la pietra che deve essere limato tutte la settimane), “u sirruni” (per segare i blocchi), i raspini (“riauletti” di varia misura per levigare la pietra), “a spunsalora” (per fare la gola a rovescio), la dima (forma, sagoma che viene realizzata per poter riprodurre una spaziatura, il profilo di un oggetto, o l'oggetto stesso; serve a regolare, predisporre ed assemblare diverse parti che debbano essere necessariamente calibrate millimetricamente tra di esse), la squadra (per determinare l’angolo retto tra le due facce adiacenti), il compasso (per misurare la distanze tra un elemento e l’altro per renderle tutte uguali), la livella (per determinare la pendenza di una superficie rispetto ad un piano orizzontale di riferimento), scalpelli vari come “a scapizzina” e la sgorbia, il martello da carpentiere o con la testa più allungata, “u mazzuolu” (per sgrossature più precise della pietra), “a buggiarda” (mazzuolo con due teste dentate per rendere puntinate le superfici).

Mi parla anche della sua infanzia. La sua era una famiglia di contadini ma, vista la sua passione nel lavorare la pietra, a dodici anni viene affidato al capomastro Angelo Mormina da cui apprende i segreti di quest’arte: -

“Era il miglior capomastro di Scicli, faceva lui tutti i disegni, in scala 1:1 o 1:5,  che poi firmava l’ingegnere, e per lui i millimetri erano il primo punto da rettificare”.

Alcuni suoi giovani amici lavoravano nella costruzione di basole e “carrati” (argini) e guadagnavano mille o duemila lire al giorno, mentre il capomastro Angelo Mormina lo pagava cinquecento lire la settimana per il lavoro che svolgeva ma, al contempo, gli insegnava tutto quello che sapeva: - “Infatti – mi dice – quando successivamente ho iniziato a lavorare insieme a questi miei amici, io prendevo quanto i mastri buoni, mentre loro sempre lo stesso”.

Nel 1956 è partito per la Francia. Si è spostato in varie città, lavorando anche qui la pietra, e mi dice che in una stazione francese ci sono due bassorilievi da lui realizzati con lo stemma della città. La pietra che lavorava lì però conteneva silicio e infatti, mi racconta, molti minatori, tagliatori di pietre e altri lavoratori finivano in ospedale per le eccessive inalazioni di polvere di silicati che causavano una seria malattia dei polmoni chiamata silicosi.

Si è trasferito per un certo periodo anche a Tripoli, e vi è rimasto fino agli anni Settanta: la comunità italiana infatti gestì l'amministrazione pubblica, le industrie ed il commercio fino a quando, in seguito alla presa del potere da parte di Mu'ammar Gheddafi, iniziò a subire una serie di vessazioni, fino alla sua completa espulsione. Infatti il sig. Verdirame torna in Italia come profugo e viene chiamato come operatore scolastico. Ma quello dello scalpellino non sarà mai un hobby, sarà sempre un vero e proprio lavoro fatto con passione, sudore e fatica : - “Ho fatto utile e dilettevole” ha detto.

 Ad oggi lavora ancora in questo suo cantiere un paio d’ore la mattina e tutto il pomeriggio insieme al nipote. Tutte le opere che realizzano sono su commissione: la committenza è costituita soprattutto da persone che richiedono decorazioni esterne e interne per edifici privati e che provengono un po’ da tutta l’Italia. Infatti le sue opere sono sparse per Scicli, per la Sicilia e per l’Italia: a Scicli ha realizzato varie parti di edifici e decorazioni (tra cui il campanile a Donnalucata); in Ortigia delle mensole nei balconi di un edificio sul lungomare con tema il volto di donna con frutta; ha mandato diversi capitelli a Noto, Firenze, Milano (da dove ha ricevuto una commissione anche per dei piedi di tavolo). La commissione in corso: un busto di Garibaldi.

“Ma non ricordo tutte le opere che ho realizzato” – mi rivela sinceramente. 

Mi mostra anche un leone ancora da rifinire ma, mi dice, non sempre tutte le opere iniziate vengono definite e concluse; infatti un altro aspetto fondamentale di questo mestiere è l’ispirazione che si deve avere per iniziare un’opera ma anche fino al suo completamento: se non si trova più l’ispirazione non si può terminare un lavoro.

Mi ha raccontato anche che, anni fa, gli sono stati commissionati dei capitelli da un milanese: quando questo è andato a ritirare l’opera, non vedendo altro che dei piccoli magazzini e dei massi in un angolo, gli ha chiesto dove tenessero i macchinari.

“Questo è tutto lavoro manuale!” – ha risposto fieramente.

In effetti, oggi soprattutto, è un vero vanto. Dopo il boom che ha avuto il cemento sono subentrati i muratori e, dopo ancora, i marmorari che ovviamente utilizzano solo macchinari.

Ma la graduale sostituzione dell’uomo con le macchine è senz’altro determinata anche dal fatto che non ci sono più molti uomini in grado di lavorare la pietra. Anzi, il sig. Giuseppe e il sig. Antonio sono ormai gli unici in grado di compiere opere così importanti e impegnative. Il sig. Verdirame ha avuto diversi allievi con la passione e la volontà di imparare questo mestiere ma, le prospettive di un guadagno sicuro, la poca pazienza o la scarsa abilità, li hanno portati ad occuparsi di altro. Ed è proprio per questo che oggi si può parlare di mestiere “in estinzione”.

Come dice il professore Nifosì in un articolo[1], negli anni Cinquanta era un privilegio essere scalpellini, poiché conoscevano la vera arte del modellare la pietra e la insegnavano di rado e solo a figli o parenti vicini. Però, l’essere oggi l’unico scalpellino in grado di realizzare opere di cui tutti temono la scomparsa, è un fattore di grande preoccupazione, ma è senz’altro un privilegio ancora più grande.


[1] P. Nifosì, I mastri locali: era un privilegio essere scalpellini, “Giornale di Scicli”, 1982, n° 7, p. 5.

In apertura Giuseppe Verderame, sotto Marta Liuzzo