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Piero Isgrò: La bambina francese

Un nuovo romanzo

E' da poco in libreria "La bambina francese", il nuovo romanzo di Piero Isgrò, giornalista che nella sua prestigiosa carriera ha lavorato per la redazione centrale del Tg1: un romanzo ben costruito nella storia di proscenio, ma che soprattutto attraversa le stagioni ormai mitologiche degli anni '50 e '60, in una Italia ancora segnata dalla Guerra mondiale, dalle insanate contrapposizioni di cui oggi ancora si osservano le cicatrici e le viscerali avversioni. Un libro (290 pagg., edizioni Arkadia di Cagliari, 16 €) che non esito a definire un tornante significativo della nostra letteratura.
Analizza (e spiega) la storia italiana, come si sviluppò dal contrasto tra comunisti e fascisti, come divenne sostanza, viscerale, della vita associata in Italia. E siccome lo sguardo dell'autore non è soltanto volto al passato per coglierne le sfumature, ma anche al presente, per rilevarne la conformazione, da queste pagine si apprende come sanare i contrasti, per cogliere, oltre la superficie, la sostanza dell'essere Italiani.
Abbiamo avuto troppi decenni di contrapposizioni non solo politiche o ideologiche, ma di reciproca sordità. Gli uni si sono rifiutati di comprendere le ragioni degli altri; questi mascherandosi dietro valori irrinunciabili, quelli appellandosi a valori non negoziabili, senza accorgersi che il contrasto era solo di etichetta, che il senso dell'appartenenza (familiare, affettiva, civica) è stata sempre il collante della vita italiana.
Il romanzo parte da una Catania nella quale la grande piazza antistante il Tribunale ancora si chiamava Piazza Esposizione, ed era campo sportivo per frotte di ragazzini che inseguivano un pallone come stormi di uccelli svolazzanti nel cielo serale. I cortili dei palazzi nel centro erano ancora strerrati, per essere stati orti come estrema risorsa alimentare negli anni della fame. Si lavorava sodo e senza fisime. Si esercitavano lavori che oggi si evitano come degradanti. Nella vita quotidiana si distinguevano subito gli abbienti e gli altri: per il vestiario. Era una Catania nella quale ci si spostava a piedi, e quando pioveva si cercava riparo nei portoni patrizi e lì come nelle canzoni napoletane poteva scoccare la scintilla dell'amore adolescente (e dove altro si poteva parlare alla bellissima sconosciuta?).
Non serve l'esercizio di riconoscere il vero della cronaca tra i riccioli della fantasia. Ma certo l'impianto è tutto colto dal vero: là viene ricordato l'eroico professore Salanitro vittima di un lager nazista; qua viene ricordata la nostra testata che nel '48 prendeva fiera posizione contro un film di Visconti che dava una visione cupa della nostra società; ancora più in là sono indicati i cinema dell'epoca (come il Diana) che erano il luogo dove ci si poteva immergere nel sogno; in casa c'era la rivista di fotoromanzi che faceva continuare per tutta la settimana l'avventura sentimentale.
Era un mondo di cui si riassaporano i gusti e soprattutto i sentimenti: la zia che si sentiva vedova di guerra, in quanto, pur essendo stata sempre zitella, dichiarava che la guerra aveva ucciso o mutilato un milione di uomini tra i quali poteva esserci la sua ipotetica anima gemella; si camminava a piedi, la Cinquecento era una conquista.
Ma non è un malinconico amarcord. E' l'analisi dei sentimenti umani, ripulita dall'odierno chiacchericcio televisivo, che fa sembrare essenziali eventi che non lo sono affatto (come dimostra la loro effimera durata nei titoli dei TG), e soprattutto depurata dal saccente psicologismo costruito a tavolino. Quei caratteri umani sono colti dal vero, sono espressi con uno stile sicuro, indagatore e simpaticamente screziato. Lo scrittore sa essere sentimentale ed efficace, senza bisogno di retorica. Allude a Proust e Sterne ma cita estesamente solo la sorgente inesauribile della parlata catanese, che viene nazionalizzata: ci mostra come si sbenta una persona zaurda, senza usare le virgolette, senza aggiungere postille.
Dunque un libro di invenzione nell'impianto e di un grande realismo nel descrivere sentimenti e stati d'animo personali e collettivi. E con una grande morale: la vita di quegli anni era veramente felice, pur tra le difficoltà dell'economia generale e particolare. Perché la felicità dipende dall'intensità dei sentimenti e non dagli indici dello spread finanziario o dei sondaggi di mercato.

La Sicilia