Cultura Scicli

Lettere dal fronte russo

Menzogne della Storia

“Milano, 13.12.1941

Carissimo Amore mio, in questi giorni la mia felicità spera ardentemente che non parta. Tu forse non credi ma quante volte ho invocato il buon Dio e prego ancora che non ti faccia partire.”

Questa lettera d’amore, spedita nel ventesimo anno dell’Era Fascista da una ragazza di Milano al bersagliere De Caro Franco, 3º reggimento, 103mo battaglione, 2° Compagnia di stanza a Milano, fa parte di un nutrito corpus di lettere (circa 28) che raccontano, attraverso le parole e il tempo, dapprima l’euforia e il coraggio, poi, via via, gli stenti, la malinconia, lo scoramento e il dolore di chi credette in una guerra giusta che uno dei tanti Uomini della Provvidenza aveva scatenato forse per tentare il suo Dio.

A Franco, sciclitano oggi dimenticato da una patria distratta, dichiarato “disperso” nelle gelide steppe del Don, questo mio scritto vuole restituire cuore, parole e lacrime.

La ricostruzione paziente ma appassionata di una giovane vita diventa irruzione di verità nello scandalo delle menzogne della Storia. Il suo sacrificio silenzioso lo consacra definitivamente come coscienza simbolo di un esercito di prodi che un’Italia sbagliata presto abbandonò fra le trincee russe senza il rimorso della colpa e l’alimento di una speranza.

Ma sotto il gelo di una terra lontana la memoria di un’altra terra, calda come il seno della madre, diventa consolazione, balsamo, viatico nella fantasia struggente di questo semplice e umile eroe. Lo accompagnerà, pietosa, verso gli eterni Campi Elisi del cielo.

LE LETTERE

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Franco parte da Scicli a metà settembre del 1939. La sua prima tappa è Lamezia Terme, dove il fratello dirigeva un ufficio postale. Da qui scriverà la prima di una lunga serie di lettere quasi tutte indirizzate alla madre.

Il 4 gennaio del 1941 è a Roma, arruolato come bersagliere nel II Reggimento della II Compagnia del I Battaglione. Fa il barbiere, anzi è uno dei quattro barbieri del reggimento. In caserma, a Roma, la vita per un giovane di paese come lui è molto allettante. Libere uscite nei dintorni e nelle vie del centro della Capitale, rancio abbondante a base di pasta, legumi e carne. E’ entusiasta della disciplina militare che gli è congeniale. Presenta domanda per essere considerato idoneo come Carabiniere Reale “ausiliare”, nella speranza di essere confermato come “effettivo”, in risposta a un bando pubblicato proprio in quei giorni. Per tale motivo elenca al padre tutta una documentazione da richiedere in loco, a Scicli, per inoltrarla a corredo della sua domanda. 

Il 9 luglio scrive sempre da Roma. Informa la madre che il sabato precedente tutto il reggimento, in bicicletta, era andato al mare a Fregene. Un giorno di grande caldo ma indimenticabile. Spesso i superiori sottopongono i militari a marce forzate per 100 o 150 chilometri, toccando sette o otto paesini dell’hinterland della capitale con rientro a sera inoltrata. “Bersaglieri a ventuno anni, bersaglieri per tutta la vita!” scrive con orgoglio.

Franco racconta in questa lettera con molta enfasi che, al ritorno di una marcia e dopo le docce, qualche giorno prima, il capitano aveva scelto il suo battaglione per una missione speciale. Subito diretti alla stazione Termini, lui e i suoi commilitoni erano stati caricati su un treno e portati in un piccolo paese molto vicino a Napoli per fare da scorta al passaggio del Duce. Il Duce!

Il 10 agosto del 1941 è ancora a Roma. Riceve un pacco dalla famiglia, chiede alla madre notizie di una ragazza del paese con la quale amoreggiava. Chiede notizie di tutti, della sorella sposata e del cognato, della sorella piccola di cui è molto geloso. Chiede alcune sue fotografie, infatti, da conservare fra gli effetti personali. Riceve visite di sciclitani, anche loro militari, che si trovano a Roma. Spera di fare una capatina in Sicilia a ferragosto. E difatti per quel ferragosto sarà a Scicli. Scrive durante i turni di guardia per ingannare la malinconia.

Il 24 agosto del 1941 rassicura la madre sul viaggio di ritorno a Roma.

E’ partito da Sampieri. Da Siracusa, dove il treno si ferma per due ore, lui manda una bellissima cartolina illustrata. A mezzanotte è già a Santa Eufemia a casa del fratello. Rientra in caserma con due giorni di ritardo confidando nella benevolenza dei superiori. E’ un allegrone. Diventa la mascotte della compagnia. Si conquista anche la simpatia delle persone “civili” che ruotano attorno alla caserma.

Il 26 settembre del 1941 annuncia alla madre il suo trasferimento. Aveva conosciuto una ragazza a Roma che lascerà in lacrime sul marciapiede della stazione assieme ai numerosi amici che lo hanno accompagnato. Parte, infatti, col treno dell’una di notte per una destinazione ignota. Chi gli aveva regalato un pacchetto di sigarette, chi 10 lire, chi lo aveva pianto come se fosse partito il figlio.

La famiglia è in pensiero. Non conosce la destinazione del suo trasferimento.

Il 5 ottobre del 1941 Franco si fa nuovamente vivo con la madre inviandole una lettera da Milano. Il tono è volutamente scherzoso ma la sua scrittura diventa improvvisamente forzata e malinconica.

La carta delle lettere da Milano è fornita dal reggimento, riporta in alto, a sinistra, il fascio littorio con una frase di Oriani ”Un popolo di soldati con un esercito di cittadini.” Sotto, in grassetto tra virgolette, “VINCERE” o frasi celebri del Duce con, accanto, la firma impressa di Mussolini. A piè di pagina, invece, in un riquadro molto ben evidenziato, i fogli sono pieni di consigli come questi: ”Militari non riferite mai, a voce o per iscritto, notizie che riguardano il vostro servizio. Tacete con tutti; anche con i vostri cari!” e, ancora, “Militari! In pubblico e davanti a sconosciuti sorvegliate i vostri discorsi. Non accennate mai a cose di servizio. Il nemico ha informatori dovunque!”

Il bersagliere De Caro aveva ubbidito scrupolosamente a queste direttive anche perché sapeva che la censura, in caso contrario, non avrebbe fatto partire la lettera. Per questo non aveva rivelato alla famiglia il luogo della sua destinazione.

Il vitto a Milano è scadente e razionato, Franco scrive fra una pausa e l’altra di servizio.

Le scuole elementari di Milano si mobilitano in aiuto dei militari. Ogni bambino adotta un soldato. Si percepisce dalle ingenue letterine dei bambini, scritte in bellissima calligrafia su ispirazione dei maestri e delle maestre, che qualcosa d’importante sta per accadere.

Luigi Sala-Classe II masch. A. Aula tenente P. Zanoni.

4 dicembre 1941 XX(era fascista)

Caro soldato,

gli scolaretti della scuola “Armando Diaz” pensano tanto a voi.

In questi giorni abbiamo portato le sigarette, la carta da lettera e varie specie di lana, grezza e filata.

Con questa, le nostre compagne (sic! Sono le bambine, ndr) confezioneranno dei farsetti, che vi ripareranno dal freddo.

Noi siamo contenti di aiutare dei valorosi che combattono per fare grande e potente l’Italia.

Pregherò tanto, perché possiate ritornare presto alle vostre case vittoriosi.

Luigi Sala. Scuola A. Diaz

Via Crocefisso, 11 Milano”

Il 6 dicembre del 1941 Franco così si rivolge alla madre:

“Mamma cara, scrivo la presente tanto per darvi nuove del mio ottimo stato di salute.

Mamma, vi comunico con infinito rammarico che domani lasceremo la bella città di Milano, perciò non state in pensiero perché si va a distaccamento: dove non lo so. Io vi scriverò sempre, ogni giorno, in modo che sarete sempre informati della nostalgia che porto assieme a me. Non scrivetemi più. Mamma, avete compreso quello che vi ho detto? Non scrivetemi più! Mi ricorderò sempre, mamma, di scrivervi io, ogni giorno...”

Questa sarà l’ultima lettera da una caserma italiana. Le altre Franco le scriverà dall’inferno.

“Mammina cara, i più cari baci li trasmetto a Voi...” è una cartolina distribuita alle forze armate, Franco la scrive dall’Ucraina il 21 gennaio del 1942. I toni si fanno accorati, nessuna informazione se non l’indicazione del reggimento, del battaglione e della compagnia di provenienza.

“In bocca all’orso” Posta militare 40 R(eggimento) questa è la provenienza della cartolina spedita il 9 marzo del 1942, il nuovo indirizzo che Franco consiglia di usare per ogni eventualità. Solo saluti e baci per tutti e molta curiosità per ciò che accade nella sua Scicli.

Il 4  giugno  del 1942 Franco scrive ormai da questo nuovo indirizzo: posta militare 40. Non è più una cartolina postale ma una vera e propria lettera. Nel frattempo la famiglia aveva mandato dei piccoli pacchi, del cui recapito non era certa. Anche Franco aveva spedito 530 lire e non aveva ricevuto di questa rimessa riscontro alcuno.

La lettera è, dunque, necessaria.

“Mi dite (si riferisce a una precedente lettera della famiglia, ndr.) che avevate fatto la domanda per farmi venire in licenza. Oh! Che illusione esisteva in me! Per la verità, io neanche ci ho creduto a questa possibilità perché ove io mi trovo è tempo inutile crearsi delle illusioni. E’ più facile che una tartaruga salga su un albero di cipresso che io possa venire in licenza in quest’ora fatale, misteriosa e critica...Altro che mietitura in Sicilia! C’è da mietere costì in abbondanza nell’infinite e sconfinate steppe della Russia. Venire quando? In che mese e in che anno, io lo ignoro: Dio solo lo sa. Io ci penso pochissimo e niente che sono tanto lontano da voi, ma in certi momenti...come un colpo di vento siberiano mi viene tutto in mente, col pensiero vi vedo tutti voi, cari, e vi sento tutti vicini, serrati al mio cuore. Dio riceve la mia preghiera, preghiera di spirito guerriero, di gloria e di sacrificio. Solo aspiro a una cosa: “Alla Vittoria”. Ma qui la vita è monotona, trascorre lentissima. Suono sempre e canto e si lavora...Che dirvi altro?”

Franco suona la chitarra e canta con una splendida voce. La sua risposta è molto struggente e malinconica. Fa intravedere un futuro pieno di grosse difficoltà e di ostacoli.

Nella lettera dell’8 giugno del 1942 informa la famiglia di avere ricevuto il pacco che da Scicli gli era stato inviato. Con il pacco anche le “cartine” per fare le sigarette. Il tabacco, afferma, è razionato. Si preoccupa di quanto sia difficile vivere a Scicli con una carta “annonaria”, ma c’è da consolarsi, poi riflette, perché nelle città la situazione è veramente drammatica. Al riguardo, manda dal fronte un vaglia di 530 lire per le necessità della famiglia.

Nella lettera del 27 giugno del 1942 Franco continua a rassicurare la madre che tutto al fronte va bene.

Il 4 luglio Franco riceve due lettere in una sola volta. E’ notte quasi ma non resiste alla tentazione di leggere le ultime novità da Scicli. Accende nel buio della tenda un fiammifero dietro l’altro fino a svuotare la scatola per poterle leggere subito. La famiglia si sta dando da fare per chiedere il suo rimpatrio. Manda, infatti, un certificato che richiede la firma del comandante.

“Ve lo spedisco immediatamente –risponde lui a stretto giro di posta- non appena il suddetto (documento, ndr) sarà pronto. Scommetto che faccio prima io ad arrivare a Mosca in bicicletta che voi a ottenere quanto desideriate...Illusione, dolce chimera...dice una canzone...Quando l’artiglieria canta la sua bella canzonetta con l’accompagnamento di noi mitraglieri, io tante volte rimango intento a pensare non so che cosa. E’ tra quel fracasso armonioso che le mie riflessioni vagano nella sterminata e sconfinata steppa R.........Ma il mio temperamento di bersagliere è fiero, calmo...e nel momento critico il mio cuore non è più il mio ma quello di un leone affamato...Girolamo Iurato, che stava nella farmacia di Pacetto, nella strada della segheria, un bravo ragazzo, lo ricordate? Ci siamo conosciuti stamattina, lui però fa parte di una compagnia di mortai aggregata alla nostra.” E termina con un post scriptum: “Nella lettera ho trovato la corda della chitarra. Giusto!”

Il 5 luglio del 1942 Franco risponde per tranquillizzare in tutti i modi la famiglia in apprensione. Il recapito della posta si fa sempre più complicato e difficile. Accenna a degli spostamenti. Per rassicurare la madre, afferma di scrivere una lettera ogni giorno ma poi aggiunge “vi dico la verità, il momento è critico, un po’ difficile, però tutti quanti intravvediamo la vittoria vicina. Una buona notizia: se me la scampo adesso, forse ci rivedremo. Dicono che fra due mesi rientreremo in Italia...”

Per la prima volta i suoi timori diventano certezze ma non riesce più a mentire candidamente sul suo destino incerto.

Nella lettera del 28 luglio del 42, spedita sempre dalla stessa postazione militare 40, Franco si spazientisce perché da una lettera anteriore, mandata dalla famiglia, capisce di non essere più creduto.

“In altre mie precedenti (lettere, ndr) ve lo dissi che siamo in marcia tutti i giorni e la posta non può partire. Sentite i comunicati? Credo di sì. Siate orgogliosi di quanto sta per compiersi costì in questi giorni fatali e decisivi: noi, truppe dell’Asse, avanziamo vittoriosamente incalzando il nemico che fugge veloce e disordinato in tutte le direzioni. Vi prego di non stare in pensiero.”

La censura ha però ritagliato una parte della lettera, sicuramente la più sincera e vera, lasciando solo vuote e false parole di propaganda.

I combattimenti si fanno veramente intensi. La madre manda un altro pacco e continua a non credere alle sue parole.

19 agosto 1942.

“Carissima mamma, ho ricevuto il vostro pacco. Vi ringrazio. Era tutto buono: biscotti, zucchero, meliddi (pane tostato, ndr) e formaggio. Godo nell’apprendere tante cose nuove dalle vostre lettere ma, io, che cosa debbo raccontarvi? E’ inutile che vi racconti delle storie, ossia qualche cosa di qua, è meglio non sapere niente proprio, perché c’è da far piangere i sassi. Rallegratevi soltanto che io scriva ancora con la data del giorno 19 agosto e che per grazia di Dio ancora sono in piena salute: rallegratevi, miei cari................questo mese è pieno di giorni con aspri combattimenti, vittoriosi per la grandezza della nostra Patria. Non solo. Chissà quante persone hanno pregato per me! Ma anche il Signore e tutti quanti i Santi mi hanno guardato e assistito, dandomi luce e forza nel momento più critico...”

Il morale è molto basso: Franco è stato colpito. La prossima lettera sarà spedita il 16 settembre del 1942 dall’Ospedale militare 243, postazione militare non più 40 ma 102. La calligrafia è di un altro.

“Vi informo che mi trovo all’ospedale non perché abbia qualcosa, ma perché faccio l’infermiere. V’inganna il vedere un’altra calligrafia ma siccome al momento ho tanto da fare, ho fatto scrivere al fannullone del mio amico. State tranquilli. Fra non molto ci rivediamo in Italia.”

Franco ci scherza sopra ma sa che non c’è molto da scherzare e il 22 settembre del 1942 scrive questa volta di suo pugno una lettera al fratello:

“Come vedi scrivo con le mie mani. Mi sforzo, sì! Perché ancora mi fa male ma puoi constatare che comincio a ristabilirmi un po’. L’altro ieri mi hanno fatto radiografie e oggi penso che asporteranno la scheggia. Speriamo che mi vada tutto bene. La mamma che cosa dice? L’avete informata? Le scrissi una cartolina dicendole che facevo l’infermiere ma temo che non mi abbia creduto. Se ritardo a scrivere, non state in pensiero! Quando sono stato ferito, ho perduto tutto, non ho neanche carta per scrivere. Non ti mando l’indirizzo perché non so se mi lasciano qui oppure mi smistano. Figurati che ho già cambiato otto o dieci ospedali! Se vuoi, scrivi al vecchio indirizzo che poi pensa la Compagnia a farla arrivare.”

La lettera del 29 settembre del 1942 arriva dall’ospedale da campo n.826. Con essa Franco insiste nel rassicurare la madre. Cerca di mantenere il suo solito buon umore. In un post scriptum, però, Franco scrive alla madre qualcosa che prima non aveva scritto mai:

“Mamma, ti raccomando la mia ragazza, tua nipote, tu lo sai R......poverina, mi vuole tanto bene, mi dice che prega sempre ch’io torni a voi miei cari famigliari..........”

Molti punti di sospensione tradiscono un’emozione che prelude alla fine.

La penultima e l’ultima lettera sono spedite sempre da questo stesso ospedale da campo.

Nell’ultima del 10 ottobre del 1942 Franco si rammarica di non ricevere con assiduità notizie da Scicli. Perché la compagnia fa fatica a recapitare le lettere, spiega poi.

“Fino ad oggi non ho visto arrivare niente, soltanto una cartolina del Capitano Palazzolo. Il nostro paesano ha saputo che ero stato ferito e mi ha scritto. Cosa si dice a Scicli? Di qua posso dirvi monotonia di cuori.......anzi vi dico che qui l’estate è già finita e l’inverno si avvicina veloce e minaccioso: è quello che fa più paura. Ma è una cosa che passerà come tante altre cose dolenti...”

E poi in un post scriptum:

“Vi sogno tutte le notti, il mio pensiero vaga lontano ..........la sera mi metto nel mio lettuccio e il mio pensiero sprofonda in un mondo di riflessioni vaghe, variopinte.............vedo la nostra casetta, la mia mammina, insomma tutti quanti e mi chiedo: chissà che cosa penseranno del loro soldatino così tanto distante dai loro sguardi pieni di cura e senza fine d’orizzonte?”

Non arriveranno più lettere dal fronte russo perché il “soldatino” Franco non poté, in effetti, più spedirle.

Arrivò invece a casa, a Scicli, dopo un lunghissimo e triste periodo di silenzio, un diploma con uno strano ordine del giorno del Corpo Di Spedizione Italiano in Russia che terminava così:

“Miei valorosi!

Il Vostro Comandante che vi ha guidato nella titanica impresa, che ha diviso con voi le alternative di tante prove supreme, con voi vissuto le ansie e i tormenti delle vigilie e l’esultanza dei vostri successi; che è stato testimone del vostro coraggio fedele, della vostra abnegazione umile, costante, silenziosa, della virile volontà con cui avete soggiogato un nemico esperto, pertinace, selvaggio e difficoltà estreme, il vostro Comandante vi dice il “bravo” che si deve ai forti e vi dà atto che avete ben meritato la consacrazione dei prodi.

                                                               IL GENERALE DI CORPO D’ARMATA
                                                                                     COMANDANTE

                                                                                           G. MESSE

Fronte Russo, 9 maggio 1942-XX

Troppo poco per risarcire una giovane vita!

In memoria del caporale Franco De Caro 3a Divisione Celere “Principe Amedeo Duca D’Aosta” 3° Reggimento Bersaglieri.

Ringrazio la famiglia De Caro per avermi dato la possibilità di studiare l’interessante carteggio.

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