Cultura Scicli

Vittorio Sgarbi: Gli 80 anni di Franco Sarnari

Un pezzo edito da Il Giornale di Scicli

Roma - E’ inevitabile l’accostamento di Franco Sarnari a Piero Guccione. Non potrebbe essere altrimenti per il destino che li unisce e la scelta di vivere e dipingere in Sicilia.  Sono i due principali esponenti della cosiddetta «Scuola di Scicli», ed entrambi hanno deciso che il loro mondo, la loro luce, la loro natura è in questo punto estremo d’Italia che guarda verso il mare infinito e verso un altro continente.

 

Ma al di là di questi dati esterni nulla, nella ispirazione e nella pittura, li unisce. Sono amici, affini e opposti. 

La luce e la natura sono una pura essenza nella visione di Guccione, mentre l’orizzonte di Sarnari è tutto mentale, introspettivo. Guccione guarda davanti a sé; Sarnari guarda dentro di sé.

 

Diversa è anche la sensibilità per la materia. Sempre rarefatta, aerea, trasparente quella di Guccione. Densa, vibrante e animata quella di Sarnari.

 

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La pittura di Sarnari discende direttamente dal pensiero, e la sua è una materia che pensa. l’uno cerca l’infinito, l’altro delimita il finito. 

 

Sarnari scrive: «Può capitare, mentre dipingo, di scoprire una parte a volte minuta del quadro, già “raggiunta”…al di là di me». Ciò a cui pensa Sarnari è la descrizione della “Veduta di Delft” di Vermeer ne  “La Prigioniera” di Proust: «Bergotte davanti al capolavoro cercava una piccola ala di muro giallo…dipinta così bene da sembrare, se la si guardava isolatamente, una preziosa opera d’arte cinese, di una bellezza che sarebbe bastata a se stessa». 

 

Bergotte è talmente risucchiato da quel frammento di pittura da mettere in gioco il proprio destino: «In una bilancia celeste gli appariva, su uno dei piatti, la sua stessa vita, mentre l’altro conteneva la piccola ala di muro dipinta così bene di giallo. Sentiva di aver dato incautamente la prima per la seconda». 

 

La celebre pagina di uno scrittore che avrebbe influenzato la lettura delle opere d’arte, da Vermeer a Sarnari, più di qualunque critico, indica uno stato d’animo che impone la pittura non descrittiva ma di pensiero, ma più facilmente quella astratta o astratto-figurativa, da Mondrian a Morandi. Un interprete dev’essere così un sensitivo, un veggente, un viaggiatore al termine della notte. Per questo l’opera di Sarnari, moltiplicazione all’infinito del muro giallo di Vermeer, non poteva essere compresa da chi concepisce l’arte come tendenza, moda, risposta allo spirito di un’epoca.

 

Sarnari è doppiamente metafisico. E’ fuori del tempo. E non obbedisce a regole e a necessità.  Analogamente a Morandi, pensa in una stanza e ne perlustra i dettagli. Così, per capirlo, occorrono anime sensibili, più ancora che per Guccione, e che mostrino, con lui, affinità elettive: penso a Lorenza Trucchi, a Guido Giuffrè, a Dino Buzzati, a Luigi Carluccio, a Roberto Tassi, a Marco Vallora. 

 

Ognuno di loro è come Bergotte davanti all’ultimo quadro. Perché oltre Sarnari la pittura non può andare. Oltre quel muro c’è il nulla, e i nostri occhi possono guardare, cercare e perlustrare, ma dopo la pittura di Sarnari non possono più amare.

 

 

 

 

Ph. Luigi Nifosì

 

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