Cultura Crociate

Odifreddi, Newton e Sant’Agostino

Contro Gesù Cristo e la Chiesa Cattolica

Ho ascoltato l’incontro del prof. Odifreddi con i carcerati, un video molto cliccato in Internet, e ho provato pena per alcune cose dette in quell’occasione dal matematico che, prima di essere un razionalista convinto, è, in ogni caso, un uomo di cultura e come tale io l’ho sempre immaginato e letto.

Cose banali e ovvie, pronunciate in un contesto apparentemente poco informato (ma da qualche osservazione sicuramente non privo di molto buon senso).

Odifreddi da tempo ha intrapreso una vera e propria crociata contro Gesù Cristo e la Chiesa Cattolica con risultati frustranti ed effetti tipo boomerang.

In forza di una sbandierata laicità, il professore ridicolizza spesso le figure più sacre del Cristianesimo per affermare che cosa? Che la religione (la cattolica nel nostro caso) è un insieme di regole e di precetti morali aventi lo scopo di orientare parte dei comportamenti umani. Per una captatio benevolentiae, spiega ai detenuti il senso del loro rifiuto e dell’intima ribellione al sistema.

Odifreddi scopre l’acqua calda quando afferma che la religione “è l’oppio dei popoli”. Qualcuno, molto più credibile di lui, l’ha già detto, mi pare.

E sfonda ancora una porta spalancata quando informa i detenuti che il “Gesù storico” non esiste e potrebbe anche essere un’invenzione dei Vangeli, apocrifi e canonici.

Semina ancora il dubbio su uno dei dogmi più dibattuti e controversi della Chiesa Cattolica: l’assunzione al cielo di Maria. E anche l’ascensione al cielo di Gesù la considera degna di una delle più divertenti trovate dell’inventore di Batman.

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Anche Maometto, narra la leggenda, salì al cielo in groppa al suo cavallo dalla pietra custodita nel Santuario della Rocca sulla spianata del tempio di Gerusalemme. E della vita del Budda si conoscono le “quattro nobili verità”, le vie che liberano dalla sofferenza individuale e attraverso l’illuminazione, cioè il risveglio, muovono alla predicazione.

Odifreddi ha solo un obiettivo, purtroppo: stupire un uditorio che invece chiede risposte.

Le sue parole non possiedono la misericordia del cuore, conservano l’aridità dei numeri che fa ancora più triste e malinconico il ricordo.

Perché solo la fede può dare quella trasparenza allo sguardo che scruta senza indagare e ama senza esprimere un giudizio.

Lo sguardo di un Nazareno che, confuso a tanti nazareni in giro per Gerusalemme, ama annunciare “beatitudini” rivoluzionarie in un mondo nel quale la schiavitù, il sopruso e la violenza, suffragati dalla legge, cancellavano ogni speranza di riscatto in chi non aveva avuto la fortuna d’illustri natali.

Prima ancora di Odifreddi, in tanti, teologi, scienziati e atei, si sono posti il dilemma del “Gesù Storico”. I Vangeli, che sono delle semplici catechesi della Chiesa dei primi secoli, non sono attendibili come fonti storiche. Nessuno storico, infatti, lo sosterrebbe mai. Ma anche nessun teologo. Paolo di Tarso non conobbe Maria, la ”madre del Signore”. La sua predicazione fu respinta addirittura dalle nascenti comunità cristiane come dannosa ed eretica. In seguito fu sprezzantemente chiamata “paolinismo”.

Eppure Paolo predica il “Cristo” e il “Cristo crocifisso”. Si fa incatenare per questo straordinario fantasma che solo le donne del mattino di Pasqua ebbero la fortuna d’incontrare per prime “risorto”. Le donne che a quel tempo non solo non erano credute ma erano considerate meno di niente. Perché lo fa? Perché a Paolo ma anche a me e ai detenuti, figli del nostro tempo, non interessa una religione, frutto di precetti e di regole, ma un esempio che vada diritto al cuore. Il “Gesù” dei Vangeli potrà essere certamente una splendida favola però qualcuno l’ha pensata e l’ha tramandata. Un qualcuno che sicuramente è esistito. Questo a me basta.

La sua vicenda corre su un binario parallelo della Storia. Non la nega ma neppure la conferma. A volte la sfiora.

È chiaro che Gesù e i Vangeli per Odifreddi sono un pretesto. A lui interessa affermare l’egemonia dei numeri sulle inspiegabili contraddizioni della fede. Ma sono proprio queste contraddizioni che caratterizzano il senso più intimo e profondo della Natura umana.

Se fossimo davvero soltanto un pugno di equazioni, non ci saremmo mai posti, dal primo apparire sulle strade del pianeta Terra, le domande fatidiche alle quali la scienza mai potrà rispondere: “Chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo?” Per le quali, invece, la fede una risposta l’ha trovata da millenni utilizzando un segno convenzionale che in qualche religione è anche proibito rappresentare. Dio e la sua creatura più perfetta l’Uomo. Lo stesso Dio che molti, negandolo, implicitamente riconoscono.

Odifreddi racconta di Newton che prima di morire disse:”Io mi vedo come un bambino che, giocando sulla spiaggia, ha trovato qualche bella conchiglia e dei bei sassolini, mentre il mare infinito della verità giaceva inesplorato davanti a me.” Newton non fu mai messo all’indice dal Sant’Uffizio per le cose che scrisse. Anzi! Proprio il De Luca, un grande scienziato di Bronte, poi eletto cardinale, fece delle sue lettere un vero e proprio capolavoro di traduzione.

Ebbene il Newton delle lettere inviate a Richard Bentley in una strana corrispondenza epistolare è un uomo profondamente consapevole del mistero che agita l’universo e la storia. “Una mente raziocinante, dotata di straordinarie conoscenze matematiche, che era intervenuta nella creazione, fissando leggi che regolano il moto delle stelle e dei pianeti e facendole, poi, osservare” scrive, infatti, di Dio.

Narra una pia leggenda medievale che, un giorno, su una spiaggia Agostino d’Ippona incontrò un angelo, forse il Bambin Gesù. Con un secchiello il piccolo attingeva acqua per porla in una cavità nella sabbia. Interrogato, il bambino risponde che vuole travasare proprio in quella buca il mare. E il santo sorride a quella pretesa. Il bambino di rimando osserva che non è una pretesa impossibile giacché anche lui avrebbe desiderato fare altrettanto volendo comprendere Dio e il mistero della Trinità che sono delle verità infinite con la sua piccola testa di uomo.

È questa “grazia” che manca a Odifreddi e che, invece, ha soccorso tanti santi e uomini di grande spiritualità in tutti i tempi e in tutti gli angoli del mondo. Uno per tutti Francesco d’Assisi. L’umiltà, cioè, di dichiararsi “finito” e “creatura”.