Un intervento su La Sicilia
di Pietro Barcellona
Sono sinceramente turbato dal modo in cui la maggior parte di quanti partecipano alle trasmissioni televisive di dibattiti politici pronunciano sentenze inappellabili sulla crisi italiana rivolgendosi all’intero pubblico degli ascoltatori. Voglio essere più preciso nell’esprimere questo mio sconcerto: perché Franco Battiato e Massimo Cacciari hanno partecipato alla trasmissione di Santoro per ripetere uno stereotipo ormai presente sulla bocca di tutti? Gli ultimi vent’anni della nostra storia sono un groviglio spaventoso di corruzione e inefficienza; siamo governati da bande di ladri e ignoranti; le assemblee elettive sono piene di personaggi senza arte né parte che guadagnano ruoli pubblici in cambio di prestazioni sessuali.
C’è stata una parte della trasmissione dedicata alla determinazione contenutistica dell’espressione di Battiato – «le istituzioni parlamentari sono un troiaio» -, sostanzialmente accettata da Cacciari, che avrebbe indotto qualsiasi giovane ascoltatore ad organizzarsi subito per lasciare il Paese senza alcuna speranza di una possibile via d’uscita dal degrado totale. Il mio turbamento deriva anzitutto dal fatto che questa affermazione non solo è falsa ma non può essere condivisa veramente neppure da chi la pronuncia. Si tratta come nel caso specifico di due personalità che giustamente hanno avuto un grandissimo rilievo pubblico e un grandissimo potere politico e sembra davvero strano che prendano le distanze dall’attuale establishment di cui hanno fanno parte.
Si tratta di due casi per certi versi emblematici, ma il discorso può estendersi a moltissimi opinion leader che hanno la possibilità di emettere giudizi senza replica su tutto il resto del Paese, tirandosi sempre fuori da ogni tipo di responsabilità. Questo atteggiamento puramente negativo a mio parere va sicuramente valutato nelle sue implicazioni profonde perché ciò che in questo momento in Italia appare veramente deficitario è proprio il mondo della cultura che dovrebbe chiedersi come mai siamo diventati un popolo volgare, immorale, banalmente edonista, dedito principalmente a creare correnti di opinione pubblica contro tutto senza proporre mai nulla di costruttivo. Questo Paese, infatti, proprio già dalla fine della prima Repubblica, non ha una propria identità culturale e non riesce neppure a trovare forme di coesione nell’apprezzamento del proprio patrimonio artistico.
L’aspetto più grave di questo disimpegno sostanziale è che questo tipo di giudizio sullo sfascio italiano non può non alimentare la diffusione del “negativismo populista” che il M5S diffonde in ogni angolo del Paese. Non è un caso che intellettuali come Barbara Spinelli e Remo Bodei si siano fatti suggestionare dalla demagogia paranoica che ispira il M5S cogliendovi la spontaneità di una vera e propria rivolta contro la degenerazione delle istituzioni politiche. È vero che Cacciari si è lasciato sfuggire qualche espressione critica verso le posizioni di Grillo, ma sostanzialmente le ha considerate giustificate dall’indecenza complessiva del ceto politico attuale. Tutti i maggiori intellettuali italiani che scrivono sui giornali e compaiono in televisione hanno sottolineato per lo più che nel nostro Paese c’è una gravissima crisi di rappresentanza di grandi parti della società e che il ceto politico si è chiuso nella propria autoreferenzialità trasformando i vecchi partiti in associazioni di vere e proprie bande di interessi.
Come ciascuno può costatare, è paradossale che si parli di grave crisi di rappresentanza e poi si proponga di cancellare i partiti per sostituirli con una nebulosa idea di democrazia diretta e telematica. La domanda vera da porre a tutti noi è perché gli attuali partiti sono diventati delle carcasse piene di “morti viventi”, come si può leggere nei messaggi della rete. Già nei tempi tra gli anni ‘70 e ‘80 del Centro per la Riforma dello Stato del Pci, Danilo Zolo svolse una relazione sulla necessità della riforma legislativa dei partiti, che non possono restare associazioni private usufruendo di finanziamenti pubblici ed esercitando una funzione politica decisiva. I partiti attuali sono stati descritti come oligarchia già da Achille Occhetto ai tempi della svolta e da allora in poi sono diventati cerchie più ristrette, controllate attraverso una selezione di personale sempre più mediocre e servile. Personalmente non saprei come partecipare attivamente alla vita politica di nessuna delle cosiddette forze in campo.
Ci siamo tutti baloccati con interventi fittizi di apparente autoriforma come le cosiddette primarie nell’esperienza del Pd che, se hanno realizzato una certa partecipazione dei cittadini, appaiono tuttavia sempre più uno strumento aleatorio e disponibile ai giochi degli apparati ristretti e diventati sempre più potenti, come è accaduto con l’esclusione di Renzi dal collegio elettorale per l’elezione del presidente della Repubblica.
In che modo i partiti attuali dovrebbero essere radicalmente riformati se si mantiene sempre più l’impostazione personale e leaderistica della loro direzione? Ci sono mille ragioni per considerare Berlusconi impresentabile, e non solo quelle relative alle sue attività orgiastiche, ma nessuno ha mai sollevato il problema delle regole che consentono di considerare il partito del cavaliere una vera forza democratica. Hanno ragione quanti affermano che nell’organizzazione dei vertici dello Stato non si può considerare fuori legge l’intero popolo di centrodestra, ma tutti costoro dimenticano che il centrodestra è in realtà Berlusconi stesso e i suoi osannanti fedeli che ripetono in ogni circostanza il verbo del Capo. È inevitabile – e andrebbe detto con molta franchezza – che l’obiettiva impresentabilità di Berlusconi (che davvero non mi pare il caso di argomentare) e il carattere di simbolo unico del centrodestra impediscono di prospettare alleanze con questa forza politica, raccogliticcia e male organizzata. Non mi risulta però che tutti quelli che si stracciano le vesti abbiano poi posto come condizione di ogni possibile confronto la democrazia interna del movimento politico di centrodestra.
A questo riguardo bisogna proprio rammentare che i due grandi partiti della prima Repubblica (Dc e Pci) non hanno mai dato l’impressione di una proprietà privata di un solo padrone ma, al contrario, c’era una prassi in cui i diversi ruoli erano distribuiti nei vari organismi in modo da evitare ogni concentrazione assoluta di potere. Era per esempio una regola non scritta, ma applicata, che il ruolo di segretario del partito e il ruolo di presidente del Consiglio non potessero coincidere nella stessa persona nel quadro della dialettica interna della democrazia cristiana. Così come, nonostante il centralismo democratico del Pci vietasse di organizzare il dissenso in un vero sottopartito, tuttavia negli organismi a cui tutti gli eletti potevano partecipare era possibile manifestare le proprie opinioni anche quelle che contrastavano la cosiddetta linea del partito.
Questo punto della democratizzazione delle forme di partecipazione alla politica è oggi completamente assente dal dibattito a cui partecipano scienziati politici e dirigenti di varia estrazione. Eppure è un punto nevralgico sul quale si misura il significato di una democrazia articolata attraverso forme plurali di partecipazione al potere decisionale. Democratizzare significa immettere dentro la vita dei partiti il principio della discussione libera al suo interno, della tutela delle minoranze e del controllo sulla gestione amministrativo-finanziaria di ogni livello organizzativo.
Assistiamo giornalmente allo spettacolo di demolizione dello stesso concetto di partito e alle accuse più gravi nei confronti di chi ne fa parte senza tuttavia preoccuparci del fatto ovvio che se non sono democratiche le forze che selezionano la classe dirigente, l’intera democrazia deperisce e appare ai cittadini un termine vacuo che al massimo fa riferimento al solo momento del voto. L’entrata in vigore del porcellum ha sanzionato in modo turpe il potere di scelta dei parlamentari da parte dei capi partito e dei colonnelli che lo circondano. Più che di antipolitica bisognerebbe infatti parlare di un serio pericolo di trasformazione plebiscitaria della nostra vita democratica che non tende ad abolire la politica ma a sottrarla alla possibile incidenza dei cittadini elettori.
Il M5S e il movimento di Berlusconi rappresentano un modo truffaldino di mobilitare i cittadini per concorrere come dice la Costituzione all’indirizzo di governo del Paese. Lo spettacolo che offrono gli aderenti al M5S e i fidelizzati di Berlusconi, come la Santanché, la Gelmini, ecc. sono una prova sconcertante di fidelizzazione passiva e servile.
Stiamo attraversando sicuramente il periodo più caotico e disgraziato della nostra storia di Stato unitario e siamo tutti in attesa che la situazione si sblocchi con le elezioni di un nuovo presidente della Repubblica. Mi auguro che ciò possa accadere ma anche questo eventuale sblocco non potrebbe avere carattere risolutivo se non venisse effettuata una grande riforma dell’intero sistema di potere, dalle banche al sistema mediatico, all’organizzazione degli studi, ecc. Solo una grande rieducazione democratica del Paese a partire dalle nuove generazioni può rompere il cerchio maledetto che trasforma ogni scadenza elettorale in una guerra senza quartiere per “delegittimare” l’avversario (o il nemico).
Quando la lotta politica diventa soltanto uno scontro senza quartiere per far valere le ragioni che delegittimano lo schieramento del partito opposto fino a chiederne l’esclusione dalla partecipazione alle scelte collettive, non ci può essere spazio per dar vita a governi che siano sì espressioni di una parte del Paese, ma che siano anche capaci di collaborare
oltre gli orizzonti di parte quando si tratta di realizzare obiettivi che riguardano l’intera società. La costruzione di una galleria dentro una grande montagna o l’insediamento di un inceneritore, la trasparenza degli appalti, il risanamento del dissesto idrogeologico sono questioni che non possono essere monopolizzate né da una commissione parlamentare, né da un gruppo di protesta combattivo e animato dalle migliori ragioni. Quando ci si trova di fronte a decisioni importanti, al muro contro muro di piccoli gruppi troppo contigui agli interessi e ai poteri, non c’è più spazio per la mediazione politica, che non è un vile scambio di dare e ricevere ma la lenta costruzione di un consenso – il più largo possibile – sulle ragioni per fare o non fare.
Sotto questo profilo non solo si impone come prioritaria la riforma elettorale, ma una vera e propria legislazione generale sulle forme di partecipazione democratica a tutti i livelli della nostra vita pubblica. Il proliferare di liste civiche, che poi sono costrette ad apparentamenti per superare i quorum, è spesso un trucco per riciclare personaggi con storie politiche assai lunghe e complesse, ed è un guaio che chiunque ottenga un successo poi si inventi una propria sigla presentandosi come alternativa ai partiti da cui proviene. Il fatto che in Sicilia il governatore Crocetta si accinga a creare una nuova formazione politica, intitolata “il megafono”, è una prova ulteriore della disgregazione sociale e della pratica di un “trasformismo civile” che appare deplorevole sotto ogni aspetto.
© Riproduzione riservata