Cultura Scicli

L’incomprensibile reale: la mostra di Candiano al Brancati

I colori della natura

Scicli - “Aprile è il mese più crudele” sosteneva Eliot (“April is the cruellest month”), ma Eliot non era mai venuto in Sicilia a Primavera inoltrata: infatti Aprile è qui da noi, semmai, il mese “più dolce” (“sweetest”), quello in cui è più bello passeggiare in campagna. E magari anche andare a trovare Carmelo Candiano nel suo studio, che si trova proprio in mezzo alla natura, in campagna (di cui comunque Candiano, di famiglia di agricoltori, conosce bene gli operosi sforzi): Carmelo si è intriso gli occhi dei colori della campagna, conosce le pietre di cui sono fatti i muri a secco: ha riversato la fatica (fisica) del lavoro agricolo nella (felice) fatica dello scolpire (“sguttàri” vuol dire “faticare goccia di sudore dopo goccia di sudore”: il latino “gutta cavat lapidem” vuol dire “la goccia perfora la pietra”): “da un rapporto diretto con la natura trae origine la scultura di Candiano” (Paolo Nifosì), e anche la pittura.

         Lo studio di Carmelo si trova “in un’aperta campagna degli Iblei, su una collina che digrada verso il mare”, colmo di “pietre di varia forma, conchiglie, tronchi o rami, piatti di terracotta, melagrane secche e girasoli”. E difatti “le sue nature morte nascono da un’esperienza profondamente vera a contatto con la natura, una scelta incredibile oggi in un momento di omologazione ideologica all’insegna di una vita tecnologica, una scelta francescana” (P. Nifosì).

         Per Candiano l’arte è ricerca, rigore, serietà: è “laboriosa conquista della forma” (Gianni Longo) in un percorso lungo ormai più di tre decenni: del 1981 è la prima collettiva, alla Tavolozza di Palermo (con Alvarez Guccione Polizzi Sarnari: la guttusiana nascita de “Il Gruppo di Scicli”); del 1982 la prima personale, alla biblioteca civica di Scicli (ma le sue prime opere sono degli anni Settanta).

         In tutti questi anni Carmelo ha saputo essere coerente e vario, scultore e pittore: “è un artista che sperimenta materiali di origini e caratteristiche diverse, e si esprime con altrettanto vigore, nella terracotta e nel bronzo, nella pietra [iblea] pece e nei cementi colorati, [nell’arenaria] così pure sulla carta” (Longo).

         Dipinge  da scultore, esaltando la precisione e la scioltezza delle linee, del disegno. Nei suoi d’après (da Antonello Michelangelo Raffaello Caravaggio) non c’è “un gesto di troppo sul portato della fisiognomica d’origine (…) Poi, d’improvviso, un’eccedenza segnica e cromatica conferisce una sferzata nuova al suo enclave di figure, intridendole di ridondanze pop” (Aldo Gerbino).  

         E sono tipici di Candiano i d’après delle sculture che si possono ammirare al “Brancati” alla mostra “L’incomprensibile reale”.

         Nei quadri di Carmelo si notano chiarezza, precisione, mutamenti di tonalità; i colori grumosi, terragni, tanto amati da Candiano (l’ocra, i marroni, l’arancio) danno uniformità, “sobrietà tonale” (Guido Giuffrè), creano un “effetto flou” (Gerbino); c’è un “velo che avvolge i suoi disegni, facendoli scivolare nel regno dell’ombra. Così, da un massimo di luce ad un massimo d’ombra, hanno già scritto tutto il senso del loro esistere nel mondo (…) E’ una nostalgia perenne, che si scuote nell’identità di una nebbia fatta colore ambrato, colore dell’ombra attutita, dell’ombra resa cenere, dell’ombra mielata” (Marco Goldin).

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         Emerge una “sensualità attonita, silente” (Gerbino), resa da forme serene, plastiche, essenziali, armoniose: Candiano rappresenta “l’assenza, il non detto, il non dicibile” (Goldin), “rende visibile l’incomprensibile reale” (Longo); in lui c’è “una dialettica di compensazione fra ombre informali e rigore loico del disegno” (Gerbino).

         Carmelo è “possente e schietto” (Giuffrè), nei suoi dipinti troviamo la solidità, i volumi, l’energia delle sue sculture, che si caratterizzano “per un richiamo all’antico, per il ritorno a forme arcaiche, pure, assolute” (Longo).

         Troviamo i temi classici, archetipici, della grande pittura occidentale: la figura umana, i ritratti (e intensissimi sono qui quelli dei familiari), la maternità, le nature morte: in particolare i melograni, i girasoli, gli iris, i gigli, gli ibischi, i fiori di campo, le carrube, l’uva: “testimonianze di una cultura rurale [iblea] che tende a sparire sopraffatta dall’omologazione” (Lino Bellia).

         Alla prima personale, nella biblioteca civica di Scicli, Candiano metteva in sottofondo musica di Vivaldi (“La Primavera”?...), felice, serena, gioiosa. E “le sue opere degli ultimi anni scoppiano di felicità, di serenità, di gioia” (Nifosì); se negli anni scorsi Goldin parlava de “la perfezione prima del lutto, la calma prima dell’uragano”, in queste opere diremmo che la perfezione ha fatto elaborare il lutto. La calma ha placato l’uragano.