Cultura Scicli

Montalbani siamo!

E Lo sceneggiatore Luciano Ricceri ci sembrò Dario Fo

Scicli - L’11 Maggio sono state inaugurate a Scicli, a distanza di 50 metri, due belle mostre fotografiche: quella di Alessio Drago (presso “L’Isola”) e quella di Gianni Mania (presso il “Brancati”): sarebbe stato utile che le due associazioni ci fossimo raccordate per promuovere insieme le due esposizioni, ma non l’abbiamo fatto: perché? Questo articolo cercherà di dare una risposta.   

Svolgimento

Unesco e Montalbano: due grandi occasioni

            Nella Primavera del 1998 una casa di produzione televisiva inviò fax ai Comuni della provincia di Ragusa per avere collaborazione per una nuova fiction da uno scrittore (allora) poco conosciuto: nessuno rispose. Mario Papa ha poi candidamente confessato che faceva parte dell’Azienda per il Turismo di Ragusa quando (il ragusano location manager) Pasquale Spadola chiese la collaborazione dell’ente per lo sceneggiato: però l’AAPIT si tirò indietro, ritenendo che la fiction fosse una storia di mafia e coppole.

            Nel Giugno del 1998 ero appena diventato assessore al Comune di Scicli quando il funzionario dell’Ufficio Cultura, dott. Savarino, sottopose alla mia attenzione un fax arrivato ormai da alcune settimane: in esso la casa di produzione Palomar cercava la collaborazione del Comune per girare a Scicli alcuni episodi televisivi tratti dai romanzi di Camilleri, da me amato ma a quei tempi non ancora popolarissimo. Naturalmente rispondemmo affermativamente al fax, concordando un sopralluogo col regista Sironi e lo scenografo Ricceri.

            L’appuntamento, pochi giorni dopo, era di fronte al Municipio, in una via Mormina Penna non ancora dichiarata “Bene dell’Umanità UNESCO”.

            Grande fu lo stupore mio e di Peppe Savà quando vedemmo arrivare due signori, uno per noi in quel momento sconosciuto (Sironi), ma l’altro fin troppo conosciuto…: infatti stava avanzando verso di noi… Dario Fo! ma bastò poco per scoprire che il presunto Nobel era invece Luciano Ricceri, sosia di Fo ma – soprattutto – grande scenografo che ha lavorato con Scola, i Taviani, Dino, Cavani, Montaldo, etc… Peppe ed io facemmo fare ai due una prima conoscenza di Scicli che li entusiasmò, confermandoli nell’idea di girare nella nostra città “Il Commissario Montalbano”.

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            Il resto è noto: le riprese nell’Autunno del 1998 dei due primi episodi; la messa in onda nel Maggio 1999, con grandissimo successo; il crescente successo degli altri episodi, giunti ormai a 26! E ricordiamo che non solo ciascuna delle puntate recenti è stata vista da più di 10 milioni di spettatori, ma anche la (quarta? quinta?) replica de “La gita a Tindari” è stata ri-vista da più di 9 milioni di persone!  

            Non è questa la sede per fare un’analisi degli ultimi quattro episodi (“Il sorriso di Angelica”, “Il gioco degli specchi”, “Una voce di notte”,Una lama di luce”): qui basti dire che Scicli e il nostro territorio - Sampieri, Donnalucata, etc… - ne sono stati gli assoluti, se non esclusivi, protagonisti.

            Voglio piuttosto ricordare come la nostra città, che fino agli anni Novanta era bella ma in pratica sconosciuta, con Montalbano e l’UNESCO ha iniziato ad avere la giusta rinomanza.            

            Tempo fa con Paolo Nifosì siamo andati in gita a Trapani: il Direttore del Museo Pepoli ci ha raccontato che negli scantinati del museo languiva, ignorato, un quadro del futurista Giacomo Balla,Il ritratto di Nunzio Nasi” (1902): il Direttore ha avuto il merito di aver scoperto l’importantissima tela, che già esisteva, e di averla esposta nella sala principale del museo. 

            Ecco, Scicli, la provincia di Ragusa, il Sud-Est erano il bel quadro “seppellito” nello scantinato: la fiction “Montalbano” l’ha scoperto, messo in una bella cornice e illuminato con la luce migliore.

            La critica televisiva della “Stampa”, Alessandra Comazzi, sottolineava proprio cosa colpisce di “Montalbano”: “La Sicilia, la sua luce, le sue case bellissime, i suoi protagonisti non soltanto mafiosi”: una provincia linda, barocca, varia, splendente di luce e colori, sospesa fra carrubi e spiagge: una provincia bella!

            Grazie a “Montalbano” in questi anni sono arrivati 800.000 turisti in più in Sicilia, e la maggior parte nel Sud-Est (dati Osservatorio Turistico UOB): qualora la fiction fosse stata girata nella Sicilia dell’abusivismo, devastata, brutta, chi sarebbe andato in quei (brutti) luoghi? Nessuno.

            Se cercate su Google “dove è girato…” il motore di ricerca completa automaticamente in “dove è girato Montalbano?”: vuol dire che tantissime persone hanno visto la fiction “Montalbano”, si sono innamorati degli stupendi luoghi iblei (per loro fino a qual momento sconosciuti) e sono venuti a visitarli; così come tanti sono andati in Piemonte a visitare la splendida Stupinigi dopo averla ammirata in “Elisa di Rivombrosa”, o nell’incantevole Gubbio location di “Don Matteo”: tutti questi affascinanti luoghi hanno finalmente trovato la giusta valorizzazione delle loro bellezze, che già c’erano ma erano ignote. Non risultano bus di turisti alla Garbatella per conoscere gli anonimi luoghi dei Cesaroni…      

            Montalbano inoltre ci ha ricordato che Scicli Modica Ragusa Noto sono città cugine (se non sorelle) e che fra loro è evidente l’aria di famiglia: il riconoscimento UNESCO (2002) non è stato ottenuto da una singola città ma dalle 8 città unite: l’unione ha fatto la forza per ottenere il riconoscimento, ma ora la divisione può fare la debolezza: “Bella, barocca e inconcludente”: così “Il Sole 24 Ore” (28.04.2013) definiva l’area del val di Noto, potenziale distretto culturale che “è l’esempio di come un territorio ad altissimo potenziale si disperda tra inefficienze burocratiche e politiche”. Ho conosciuto il 23 Marzo a Noto l’autore dell’inchiesta, Massimo Maugeri, perplesso dallo sconclusionato caos pirandelliano di cento iniziative, Comuni, comitati, associazioni, consigli d’amministrazione etc… privi di regia e vision. Eppure i nostri antenati dopo il disastroso terremoto del 1693 seppero volgere “il caos in logos” (Consolo): impariamo da loro per creare un vero distretto, agile, operativo, efficiente, produttivo.   

            Ma cosa sono i distretti? Con “distretto industriale” s’intende “un'agglomerazione di imprese, in generale di piccola e media dimensione, ubicate in un ambito territoriale circoscritto e storicamente determinato, specializzate in una o più fasi di un processo produttivo e integrate mediante una rete complessa di interrelazioni di carattere economico e sociale”: famosi il distretto orafo vicentino, quello bellunese dell'occhiale, quello tessile di Prato, quello del mobile di Matera,…

            I distretti sono connotati da:

-        processi produttivi ad alta intensità di lavoro umano e scarsa automazione;

-        limitato fabbisogno di capitale fisso (investimenti e attrezzature);

-        scarse economie di scala.

                  L'organizzazione del processo produttivo registra un'elevata scomposizione tra imprese differenti, ciascuna delle quali può conseguire i vantaggi della specializzazione. Contestualmente, la fitta rete di relazioni interimpresa garantisce al processo l'adattabilità necessaria per adeguare rapidamente l'offerta alle variazioni della domanda.

            I rapporti tra imprese sono improntati alla cooperazione tra soggetti che operano a livelli differenti del sistema produttivo e alla concorrenza fra quelli che svolgono la medesima attività. Ciò da un lato favorisce il coordinamento, dall'altro conferisce al sistema un elevato dinamismo.

            “Il successo del modello produttivo dei distretti industriali è concordemente ascritto a due principali fattori di sviluppo.

            Anzitutto, il forte ancoraggio socio-culturale ad un territorio circoscritto favorisce una rapida circolazione delle idee e una facile interazione tra gli individui, che condividono una ‘cultura distrettuale’. Questa non si basa solo sulla condivisione delle conoscenze tecnico-produttive, ma include anche la cultura imprenditoriale e l'identificazione nei valori e negli interessi del distretto.

            Un secondo fattore di sviluppo è l'esistenza di un approccio sistemico nelle relazioni interimpresa secondo la logica della specializzazione flessibile. La natura reticolare delle strutture organizzative distrettuali deriva spesso non da precisi schemi progettuali guidati da un'impresa leader, ma come risposta spontanea al contesto competitivo. Contestualmente, si registra una notevole stabilità dei rapporti, spesso basati su relazioni di mutua fiducia, in grado di favorire la ricerca di forme di coordinamento che possano accrescere l'efficienza complessiva del distretto”.

            Per quanto riguarda “l’ancoraggio socio-culturale” magari qui nel Sud-Est ci siamo, ma sull’ “approccio sistemico”, la cooperazione e il coordinamento abbiamo ancora tantissimi passi da fare.    

           

Ci vuole l’amalgama

            Tutti ricordiamo Angelo Massimino, il presidente del Catania famoso per certe frasi clamorose: “c’è chi può e chi non può: io può!”; “Ma perché bisogna comprare guanti solo al portiere? Qui sono tutti uguali. Li devono avere pure gli altri”; “Sto partendo per un Paese che non vi posso svelare per comprare due campioni brasiliani”.

            Bene, una volta l’allenatore gli disse che la squadra disponeva sì di buone individualità, ma mancava ancora l’amalgama, al che Massimino rispose: “E compriamo pure Lamalgama!”…

Ecco, per il distretto culturale del Sud-Est “Ci vuole l’amalgama” (o Lamalgama, se preferite): ci sono troppe città nel distretto, afflitte da siculo individualismo, ma se vogliamo che tutto cambi, allora dobbiamo cambiare pure noi: dobbiamo fare sistema. Nella Prima Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi (quella, meravigliosa, de “la carità è benigna…”) leggiamo: “quand’ero bambino, parlavo da bambino, da bambino pensavo, da bambino ragionavo. Ma quando sono diventato adulto, i comportamenti da bambino li ho spazzati via”. Difatti ora siamo “diventati adulti”: perciò non dobbiamo essere conservatori. Ma dobbiamo cogliere le opportunità di cambiamento e sviluppo offerteci da “Montalbano” e dall’UNESCO.

            Siccome il meglio è nemico del bene, iniziamo dai piccoli passi concretamente attuabili:

-       Impariamo da chi è più bravo di noi e/o ha iniziato prima di noi: ad esempio dal distretto culturale della Val Camonica (primo sito UNESCO italiano, nel 1979), che coi fondi della Fondazione Cariplo e una governance che verifica l’efficacia delle azioni economiche ha valorizzato la bellezza unica delle incisioni rupestri: la fondazione della Banca Agricola o quella della Confeserfidi potrebbero avere il ruolo della Cariplo? Impariamo dal distretto culturale della Val Cornia; da Fabriano; da Biella, con la fondazione Pistoletto.    

-       Se gli altri Comuni preferiscono rimanere isole, partiamo anche in due (“partirono in due, ed erano già abbastanza”, Venditti): Scicli e Noto, ad esempio, o Scicli e Ragusa, per delle iniziative comuni: dagli spettacoli ai piani particolareggiati, dai piani del colore alle BIT.

-       Analizziamo, divulghiamo e applichiamo il Piano di gestione del Sud-Est (vedi sito del Comune di Noto).

-       Valorizziamo the best practice, le migliori pratiche: vedi il festival interprovinciale “Note di Notte” di Mariolina Marino e Stefania Pilato; Sabir”, che mise insieme Modica Ragusa Scicli; i festival “Costaiblea” e di Marzamemi; “L’Isola” e la Rete Museale; “Barocco Slow Coast”; “Albergo Diffuso” (non a caso lodato da Maugeri); il Consorzio degli operatori turistici di Modica; la Carta dei servizi turistici di Modica,…

-     Coinvolgiamo le diocesi: sono titolari dell’80 % dei Beni UNESCO: potrebbero farsi parte attiva - coi Comuni, le Sovrintendenze, il Distretto di Sud-Est, le Camere di Commercio, le associazioni di categoria e di volontariato, l’imprenditoria – di un progetto di sviluppo culturale e turistico.

-       Facciamo funzionare la Film commission, per agevolare le riprese di altri film nel nostro territorio.  

-       Valorizziamo l’eno-gastronomia del nostro territorio, ricca, biologica, a km 0 e naturalmente slow: Montalbano ama il pesce e le arancine, ma che dire delle scacce e delle teste di turco?

-       Inventiamoci “La Primavera del Sud-Est”, mettendo semplicemente in rete ciò che già esiste ma che, attualmente, è slegato: le Settimane Sante, le tragedie classiche, l’Infiorata, le Milizie, “Il Festival della Bellezza” di Noto, “Piovono Libri” di Ragusa, “Modica miete culture”, etc…  

           

In fondo, l’abbiamo già fatto…

            E’ insita nel DNA di noi sciclitani la tendenza alla divisione, alla separazione. Siamo la città delle due confraternite, delle due Immacolate, delle associazioni da cui – dopo qualche anno - inevitabilmente nasce per partogenesi un’altra associazione.

            Ebbene, un paio di anni fa, per ricordare Mimmo Puzzo, cinque spazi espositivi si sono riuniti e coordinati: in questo modo la ricca produzione di Mimmo si potette vedere nella sua varia articolazione presso le gallerie Brancati, Koinè, L’Androne, Tecnica Mista, Gianni Mania.

      Un modello di collaborazione (culturale) che ha funzionato e che dovremo replicare.

      Perché… Montalbani siamo!