Cultura Scicli

Respice stellam, adora Mariam. La Madonna a cavallo di Scicli

La leggenda della Vergine guerriera

Scicli - Mille passi prima di arrivare all’”eremo delli Milici”, c’informa il Carioti (1683-1780), il noto e attendibile scrittore settecentesco di storia patria sciclitana, una volta s’incontrava una piccola cappella con dentro una lapide sulla quale erano scolpite appunto queste parole.

Un po’ più avanti, proprio sulla porta d’ingresso dell’eremo, un’altra iscrizione esortava il pellegrino e il viandante a venerare la Regina del Cielo perché proprio là, in quel luogo, “Essa, la Beata Vergine, si era opposta ai saraceni che infestavano la Sicilia con la guerra…Da qui aveva preso il nome Colei alla quale ogni anno gli sciclitani sciolgono i voti”.

La Madonna delle Milizie è tra le feste più importanti dell’antica Contea di Modica. Una Madonna “guerriera”, nell’anno del Signore 1091, scende dal cielo in aiuto delle esigue truppe di Ruggero d’Altavilla, il normanno, per ricacciare gli invasori barbareschi al di là del mare, verso la vicina Africa.

Una pia tradizione ma anche una straordinaria leggenda, elaborata da una pietà popolare intrisa di spiritualità mariana, preoccupata di esorcizzare le frequenti incursioni di pirati nelle coste del Sudest siciliano, utilizza una figura forte e di sicura presa: la Madonna.

La Vergine appare, secondo l’antichissima tradizione, come novella Giuditta, sulla spiaggia di Donnalucata (frazione balneare a circa 6 km da Scicli) cavalcando un bianco destriero, spada in mano, circondata da una nube che semina terrore e sgomento fra le fila dell’esercito musulmano e lo sconfigge.

E’ il “deus ex machina” della tragedia greca che irrompe nella realtà dell’immanenza storica per orientare e decidere ancora una volta i destini degli uomini.

Il culto alla Madonna delle Milizie è antichissimo e radicato nel popolo di Scicli e non solo di Scicli ma dell’intero Val di Noto.

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“Il popolo sciclitano, l’anno 1708 circa a 2 giugno”- c’informa sempre l’arciprete Carioti nelle sue “Memorie” - “implorò l’aiuto dell’antica liberatrice e, dalla chiesa che n’è due miglia lontana, condusse in processione la statua della Madonna dilli Milici, gridando intanto tutti in abito di penitenza: Viva Maria e ci liberi dalle locuste!” “Gran fatto. “ -Aggiunge, poi, il pio arciprete. -“ Tra il passare di quella statua e il morire e fuggire delle locuste fu tutto a un tempo.”

Lo stesso Carioti, in altra parte del suo manoscritto fa memoria ancora di una precedente invasione di cavallette subita dalla città nel 1619, durante la visita pastorale del vescovo di Siracusa, Mons. Giovanni Orosio, alla cui diocesi Scicli apparteneva in quel tempo.

“Il vescovo, in cenere e cilizio, insieme con i chiesastici, i regolari e tutto il popolo in penitenza si condussero alla chiesa della Madonna delle Milizie detta delli Milici, tre miglia lontana (dalla città di Scicli ndr) e in quel tempo aperto sciolse lo esorcismo contro que’ cavalletti a cui fece fine la pastorale benedizione alle campagne.”

Non sappiamo se questo episodio sia lo stesso di quello in precedenza narrato e lo storico abbia solo indicato male la data. Il racconto, però, diverge parecchio nei particolari.

Nel 1622 la città di Scicli fu teatro di una spaventosa alluvione che in soli quattro giorni mieté circa milletrecento vittime.

Nel 1626 la peste decimò la sua popolazione da diciassettemila abitanti a soli millequattrocento, per questo motivo fu necessario ripopolarla favorendo un’immigrazione dai centri vicini e da paesi dell’interno dell’isola.

Nel 1693, infine, il terribile terremoto che sconvolse tutta la Sicilia Orientale la rase al suolo.

La fede nella Vergine non solo è rimasta nonostante molta storia sia stata travolta e cancellata dagli eventi ma è sopravvissuta e si è, anzi, fortificata.

L’attuale simulacro di cartapesta è sicuramente databile alla prima metà del secolo XVIII. Non si hanno, comunque, al riguardo notizie certe. Il Cataudella nel suo libro “Scicli” riporta un articolo del Santiapichi, apparso su un settimanale locale del 1912, secondo il quale, in un mandato del 1709, la contabilità comunale destina delle somme per “la rinnovazione della memoria che si fa ogni anno quando nostra Signora comparve, visibilmente a cavallo, e conculcò Belcane con tutti li saracini”.

Volendo ragionare per analogia e conoscendo lo spirito di campanile che da tempi lontani agita le due città vicine di Modica e Scicli, si può anche pensare che l’invenzione della Madonna a cavallo risalga allo stesso periodo (metà sec. XVIII)nel quale appare, nel duomo di Modica dedicato a San Giorgio, il simulacro del santo patrono su un cavallo bianco che calpesta il drago. Un gruppo statuario realizzato impiegando materiali poveri e di risulta in parte simili a quelli utilizzati per l’altro della Madonna a cavallo di Scicli. La statua equestre del San Giorgio del duomo di Ragusa non è da prendere, invece, in considerazione perché di epoca molto più tarda (metà XIX secolo).

Un’importante indicazione ci viene, comunque, dal sonetto VIII del Carioti (1683-1780) composto (in occasione?) “nel portarsi fuori la città di Scicli la statua equestre della Vergine delle Milizie”:

“Questa, che sul destriero alta Signora,

dentro i suoi muri e fuori Scicli aggira,

amore e maestate a un tempo ispira

e che s’avviva insiem, bella e guerriera,”

Di sicuro la rappresentazione del fatto miracoloso, quella che volgarmente è chiamata “battaglia”, ha sì origini molto antiche.

S’inquadra nella tipologia delle spagnole “embajadas” molto diffuse nella Comunità Valenzana (Alcoy, Ontinyent). Con molta probabilità tale rappresentazione fu importata da noi da mercanti spagnoli come avvenne per altri posti del Mediterraneo.

Il canto dell’angelo e, quindi, la moresca trovano anch’essi menzione nelle “Memorie” del Carioti. Bartolo Cataudella, nel suo libro di memorie “Scicli”, insinua addirittura il sospetto che l’arciprete stesso possa aver avuto un ruolo importante nella stesura del testo.

Alla fine della rappresentazione, infatti, un ragazzo canta ancora oggi a cappella un testo di ringraziamento alla Madonna, modulandolo sui toni di una nenia araba. Fino alla metà del secolo XX il canto dell’angelo era accompagnato da una macchina teatrale di legno al braccio della quale, terminante a forma di “T”, erano appesi non più trovatelli in carne e ossa, come avveniva nel passato, ma bambinelli di cera in forma di angeli. Il braccio s’innalzava e si abbassava ogni qual volta le parole del canto volevano esprimere fede e riconoscenza alla Vergine.

Nell’Ottocento la Sacra Rappresentazione si svolgeva nel piano dell’Oliveto. La Vergine era trasportata dall’eremo delli Milici fino alle porte della città da devoti che si avvicendavano adagiando il pesante fercolo su grosse e resistenti forche.

I modicani venivano a frotte a Scicli per assistere all’evento.

In occasione della festa della Madonna delle Milizie si svolgeva a Scicli anche una tra le più importanti fiere della Sicilia. Accorreva gente da tutte le parti dell’Isola e la devozione alla Vergine era davvero molto sentita.

Durante la “battaglia”, il popolino accompagnava abitualmente olive cotte alla brace con pane.

Nelle mense più ricche trionfava, invece, il dolce devozionale, rappresentato dalla “testa di turco”: un grosso bignè, che ricorda un turbante, farcito di ricotta.

Famosi erano “i friscalietti” di Caltagirone. Fischietti di terracotta che riproducevano la Madonna a cavallo per la gioia dei bambini.

La fede semplice e genuina del popolo invocava la “sua” Madonna con appellativi che ancora oggi inteneriscono e fanno pensare: “A bedda Matri dilli Mulici” o “ A bedda Signura”. Retaggio di una cultura dotta che si sviluppò in città soprattutto tra Seicento e Settecento con le celebri Accademie e mise radici nel cuore e nella mente della gente comune.

Così la venera, miscelando felicemente mitologia e fede, uno dei più celebrati poeti della Scicli letteraria del Seicento, il Mazara, nella raccolta di liriche “Sudori al meriggio”:

“Stringe Maria de’ tuoi trionfi a zelo

Brando di fuoco a custodirti in guerra,

delle barbare lune eclissa il velo

la tua gloria d’Alcide i vanti atterra,

se il suo leon sorti di stella ha in Cielo,

calca più lune il tuo leon qui in terra.”


 

CREDITI:

Notizie Storiche della Città di Scicli, Arciprete Antonino Carioti, Edizione a cura di Michele Cataudella.

Scicli, storia e tradizioni, Bartolo Cataudella.

 

 

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