Cultura Scicli

Uno scenario architettonico futuribile per il colle San Matteo

Da Dante a Batman, via Verne

Scicli - Partiamo da un paio di date molto diverse tra loro che, scendendo dal generale al particolare, riteniamo importanti per il discorso che vogliamo farvi.

   La prima. Nel 1989 l’architetto austriaco Hans Hollein, teorico di un approccio assolutamente eclettico e radicale dove l'architettura è, oltre e prima che tecnica, condizione esistenziale, comportamentale, rituale, primaria e le opere sono spesso visioni paradossali, partecipando ad un concorso bandito dal Sindaco di Salisburgo per un museo nella Mönchsberg - un’imponente formazione rocciosa che può considerarsi una delle principali caratteristiche geologiche della città di Salisburgo -, sviluppa per l’occasione un progetto che desta meraviglia e una moltitudine di commenti interessati. Portando in qualche modo a compimento alcune intuizioni precedenti del padre dell’underground architecture Malcom Wells, Hollein immagina un museo sotterraneo in buona parte scavato all’interno della formazione rocciosa e illuminato in maniera naturale da un grande tetto vetrato al livello della superficie.

   Per la cronaca, Hollein vince il concorso: l’immaginifico disegno è sul punto di vedere la luce come nuova sede di una Fondazione Guggenheim in quegli anni alla ricerca di sedi internazionali per placare la sua fame di espansione, prima di venire surclassato dalle blandizie della concorrenza di Bilbao e di Frank Gehry.

   La seconda. Nel 1998 l’architetto Lino Bellia, siracusano-fiorentino molto legato a Scicli, dà alle stampe un importante e concettualmente molto utile studio sulle architetture e sulle città rupestri iniziato qualche anno prima in previsione di un convegno sull’argomento, soffermandosi diffusamente – come sembra ovvio – sul caso locale di Chiafura e ospitando nella parte finale la tesi di laurea di Carolina Militello, con oggetto un’ipotesi di riutilizzo del quartiere rupestre e di una parte del Colle di S. Matteo.

   Nel testo la dimensione concettuale della città vista come «un organismo vivente la cui vitalità presuppone da sempre il “consumo di sè”, ovvero l’uso motivato ed adeguato – e quindi perennemente instabile e mutevole, in quanto evento temporale – della propria struttura»[1] è ampiamente sviluppata, così come lo sono le evidenti valenze filosofico-antropologiche del concetto di caverna e di scavo.

   È superfluo dire che il colle di S. Matteo e il suo totem, in virtù del viscerale e “patriarcale” legame storico-antropologico-simbolico che ancora oggi mantiene quasi inalterato con l’immaginario collettivo di gran parte della città “figliola prodiga” sfuggitale di mano nei secoli scorsi ma in via di riscoperta e riavvicinamento al “padre”, sono stati oggetto negli anni di una serie eterogenea e ininterrotta di esercizi di tesi e di progetti pubblici.

  In ordine alle sue inclinazioni personali e alle caratteristiche di spettacolarità tipiche dell’epoca che viviamo, riecheggiando nella mente l’apodittico motto sessantottino di Hans Hollein (e di una generazione) “Alles ist Architektur”, Tutto è architettura, Giuseppe Garofalo, qualche settimana fa licenziato dottore con il massimo dei voti e la lode dal Corso di Laurea in Costruzione e gestione dell’architettura dell’Università degli studi di Reggio Calabria (relatrice la prof.ssa Marina Rosa Tornatora, correlatore il prof. Massimo Lauria), ha immaginato per parte del colle e della chiesa uno scenario diverso dal solito approccio puramente conservativo, con una tesi dal titolo inequivocabile: “Lo scavo e la risalita. Intervento attorno alla chiesa di S. Matteo”.

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   Un titolo esplicativo per uno scenario certamente futuribile ma in parte deliberatamente trattenuto nella sue conseguenze potenziali, nell’esigenza neanche troppo celata di non essere percepito come puro esercizio di stile.

   Nel tentativo di disinnescare sicure accuse di astrattezza e, addirittura, di megalomania che nella nostra realtà cittadina possono piovere da ogni direzione (accompagnandosi a inopportuni ma quasi automatici paragoni con eccentrici personaggi/studiosi del recente passato della città, che invece avrebbero meritato e meriterebbero ancora oggi più rispetto), Giuseppe rinuncia preventivamente ai più radicali tra gli sviluppi che l’idea dello scavo della montagna porta con sé, entrando comunque in maniera intelligente nell'affascinante mondo “all'incontrario” della cosiddetta architettura della sottrazione, che nasce scolpendo e modellando il paesaggio e non aggiungendo e costruendo. Nella classificazione tradizionale delle architetture scavate, quella che Giuseppe propone sembra appartenere in primo luogo alla categoria delle strutture “rupestri” in quanto al suo svolgersi non nel senso della profondità ma in quello dell’altezza e del “terrazzamento” (come noi sciclitani sappiamo bene con Chiafura, a meno di duecento metri dal luogo di cui parliamo), e sembra però appartenere anche alla categoria delle strutture “miste” in quanto alle modifiche e aggiunte della materia rocciosa interna ed esterna operate in alcuni punti.

  Sotto questo aspetto, che è quello determinante, le argomentazioni così diverse di Bellia in Città rupestri e di Hollein in Tutto è architettura rappresentano il sostrato concettuale su cui l'intero impianto progettuale si regge.

 Affascinato dall’esperienza dello spazio scavato nella roccia, l’architetto incontra in questo caso un sito perfetto per un edificio composto per sottrazione, che gli permette di modellare l’elemento naturale in maniera tridimensionale. Il museo mantiene l’usuale impianto centralizzato, penetra nella montagna, collegandosi direttamente con il livello inferiore della città vecchia […]. L’involucro esterno nasconde totalmente l’essenza di ciò che racchiude, l’esplorazione avviene attraverso la successione di molteplici livelli di scoperta interrelati, non senza contraddizioni e momenti di crisi e di dubbio […] (H. Hollein, Alles ist architektur, Bau, 1968)

   Intendiamoci: non è la prima volta che a qualcuno sfugge di bocca l’idea di ascensori che colleghino la parte bassa delle città alle cime dei due colli principali (S. Matteo e Croce). Per la verità qualcuno è arrivato a spingersi anche oltre, immaginando una sorta di funivia che colleghi le due cime attraverso la cava di S. Bartolomeo. Come pure e semplici boutade elettorali pronunciate da personaggi politici improbabili, hanno avuto il destino che meritavano.

   Mentre con le tavole di Giuseppe ci troviamo di fronte, per la prima volta - che io sappia -, oltre che ad un corretto progetto di massima valutato da una commissione di laurea, ad una interpretazione audace ma sicuramente sensata, solida, potenzialmente attuabile. Lo scopo ultimo del progettista non è semplicemente quello di installare un ascensore all'interno della montagna come ausilio meccanico alla salita, ma quello di non vedere sprecato un simile sforzo tecnico senza che la stesso serva anche ad aprire un nuovo fronte di rapporto simbolico con la “grande madre” (o il “grande padre”), che ravvivi o rinnovi quelli già esistenti e senza che la funzione dell'opera si affranchi dallo stigma del “locale di servizio”, del sotterraneo non vissuto, del non luogo per fungere invece da ulteriore nuova attrattiva e avere una destinazione d'uso utile alla fame di luoghi di socialità della città. Come? Da un lato con l'idea, rivolta all'esterno, di spezzare il percorso della risalita (che parte dalla parete rocciosa adiacente al percorso tra piazzetta Ficili e la chiesa di S. Vito) in ben cinque stadi intermedi, offrendo al visitatore, grazie ad altri autonomi bracci di gallerie creati ad ognuno dei cinque livelli della risalita, di godere di vedute uniche a strapiombo sulle cave della città da angolazioni strategiche sempre diverse. Ognuna di queste “finestre” sulla città ha la particolarità di essere definita e ben visibile dall'esterno grazie a una incorniciatura e a una sagomatura aggettante in acciaio corten. Dall'altro uno scavo interno alla montagna sicuramente più grande di quello minimo tecnicamente necessario: un surplus di spazi da destinare sia alla creazione di una superficie di contatto comune tra tutti i livelli intermedi della salita, pavimentata in vetro in modo da offrire una visione unitaria dello spazio in altezza per almeno quattro livelli, sia al ricavo di sale destinate a usi diversi tipici della post-contemporaneità e relativi all'uso complessivo come una sorta di centro documentazione sulla storia locale, i cui locali “diffusi” tra i diversi livelli comprendono: direzione, segreteria-prestito, scaffali aperti, due sale di lettura e consultazione, reception e deposito oggetti per la visita della chiesa e del colle, servizi, caffetteria, oltre ad almeno una parete di nuda roccia ad ogni livello da usare come spazio per esposizioni temporanee.

   Leggere e decodificare le tavole della tesi, così come in parte passeggiare per i diversi livelli delle grotte di Chiafura, è per il progettista voler attivare un percorso  nell'immaginario della specie umana a proposito del concetto del sotterraneo. Un viaggio a ritroso che parte dalle caverne come primi unici rifugi di fortuna per gli sparuti uomini che calpestavano il pianeta (e l'interpretazione psicanalitica che la identifica come metafora del ventre materno dell'eterno ritorno), passando per il valore allegorico dei gironi dell'inferno dantesco (più volte richiamato anche da Hollein) e quello innato dell'esplorazione del labirinto per arrivare, saltando di palo in frasca, alle suggestioni delle incisioni delle “Carceri d’invenzione” di Giovan Battista Piranesi e al Viaggio al centro della terra di Jules Verne e, se vogliamo allargare lo sguardo, anche al viaggio inquieto che migliaia di persone al giorno, nei più remoti posti del mondo compiono, senza sicurezza di tornare indietro, per guadagnarsi di che sopravvivere nelle miniere che alimentano il nostro livello di benessere. Ma la similitudine che in maniera pop, come si addice forse ai nostri giorni, più plasticamente è capace di far cogliere al lettore all’Idea di progetto e l'immagine mentale di cosa stiamo parlando sembra essere quella della caverna di Batman, che abbiamo imparato a conoscere negli albi cartacei e nei superbi cinefumetti degli ultimi anni, con quella suggestione che mescola allo stesso tempo il concetto primordiale della roccia e del rifugio primario con quello post-contemporaneo della più avanzata tecnologia, innervati insieme nello stesso luogo. L’esperienza quindi di mediazione, transizione e percezione della doppia natura del luogo, sospeso sull’aspra naturalità della roccia e l’estrema artificializzazione degli spazi.

  Una artificializzazione che l'autore del progetto ha inteso ottenere ed enfatizzare spingendo sulla scelta di alcuni elementi architettonici ben visibili come le “finestre” aggettanti sulle cave, il locale di uscita sulla superficie del sagrato della chiesa di S. Matteo o alcune strutture interne sospese, e soprattutto su materiali (acciaio, acciaio corten e vetro per esempio) e utilities.

P.S. augurale: Hollein ebbe modo qualche anno più tardi di rifarsi dalla delusione di Salisburgo e di portare a maturazione quello che ormai era un vero desiderio per il concetto dell’architettura sotterranea e della sottrazione, con la progettazione e la costruzione del complesso di Vulcania, un centro museale e di documentazione sulla vulcanologia nella regione dell’Alvernia, in Francia. 


[1]           P. Bellia, Città rupestri. Il caso Chiafura, Contemporanea, 1998, p. 12.

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