Scuola Ragusa

Esame di maturità: forse fin troppo maturi?

L’esamone

Ragusa - Ho finito il liceo quasi un decennio fa eppure ricordo quasi tutto di quel periodo, complesso, difficile ed entusiasmante. Ne ricordo, ovviamente, anche la fine, il temutissimo esame di maturità, incubo ricorrente per molti studenti, pre e post la fatidica data dell’orale. Non è affatto mia intenzione scrivere di quel periodo, che appartiene alle pietre miliari e personali di molti di noi, ma mi si è recentemente riproposto davanti durante un tirocinio al liceo classico, la mia scuola superiore. Ho trovato molte cose immutate rispetto ad allora ma anche tantissime nuove: tra queste un corpo docente nettamente più giovane ed entusiasta ma, soprattutto un ‘corpo studente’ completamente diverso. Sebbene fare un discorso del genere mi faccia nicchiare per il conto degli anni trascorsi, d’altro canto non posso non registrare un cambiamento a mio avviso epocale, proprio nel senso di ‘caratteristico della nostra epoca’. Mi riferisco soprattutto ai ragazzi dell’ultimo anno, i neomaggiorenni. Tralasciando quegli aspetti (purtroppo spesso veri) che alcuni docenti lamentano, come l’arroganza crescente, il carente rispetto per l’istituzione della scuola e chi ci lavora, la scarsa osservanza delle regole e tutti gli altri ritornelli sulla decadenza delle nuove generazioni, a me ne è apparso uno assolutamente nuovo: questi ragazzi sono molto preparati e soprattutto molto consapevoli. Sanno molto di più di quanto sapevamo noi alla loro età, sono sicuri di loro stessi (nel bene e nel male), sanno perfettamente quanto valgano ma soprattutto (e la loro è una certezza granitica) sanno che tutto ciò non li porterà da nessuna parte. Sono consapevoli e rassegnati, a diciotto anni. Terribile.

Se noi di allora, paragonati a loro di oggi, sembreremmo ‘tonti’, ingenui e sognatori, con la testa tra le nuvole (soprattutto i crociati delle facoltà umanistiche), loro sono ben piantati a terra, con una pesantezza che stona non poco con la loro età. “Sono i figli della crisi”, pensavo, attonita, tra me e me. Se alla frequente frase “ci hanno rubato il futuro” ho sempre associato la mia generazione (quella dei laureati dopo il 2007, farciti di titoli e senza lavoro fisso e/o retribuito) tuttavia la loro si candida ancor meglio a farne da didascalia.

Noi ci illuminavamo quando ci veniva chiesto cosa avremmo fatto dopo l’esamone (nonostante lo zio, cugino, amico di famiglia, che la sapeva lunga e amava dire ‘e dopo che ci fai con la laurea?’),  loro si rabbuiano e, biascicando, rispondono che non lo sanno, che tanto non ha alcuna importanza perché ‘lavoro-non-ce-n’è’ oppure che, fosse per loro, avrebbero scelto filosofia e invece faranno economia aziendale perché lo zio, cugino, amico di famiglia, ha una piccola impresa ed è già tutto deciso.

Noi abbiamo seguito, quasi tutti, le nostre inclinazioni personali (e ammetto che molti oggi si maledicono per questo), abbiamo scelto strade difficili, senza alcun eroismo o voglia di martirio quanto piuttosto per ingenuità e sogni, credendo in un sistema meritocratico in cui ci veniva promesso che se fossimo riusciti a brillare saremmo stati ricompensati  con il lavoro tanto sperato. Non è andata così, almeno finora: molti sono scappati all’estero e gli altri continuano a collezionare titoli ed esperienze. Non so quale delle due generazioni possa uscirne vincente, forse dovremmo aspettare dieci anni per dirlo, ma di certo questi ragazzi sono stati derubati di qualcosa che dovrebbe esserci alla loro età, a un bivio così importanti, ed è l’unico aspetto di cui non possono essere consapevoli.

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