Cultura Scicli

Il viaggio di Nisveta al Brancati

La mostra si inaugura la sera di sabato 20 luglio in via Mormina Penna

Scicli - E’ molto strano, e sembra inverosimile, di scrivere di Nisveta senza la sua presenza fisica, senza la sua prorompente vitalità, senza confrontarsi col suo entusiasmo, col suo amore per la vita, per tutto quello che faceva; per i suoi programmi, i suoi progetti di viaggi futuri, alla scoperta di civiltà lontane, diverse da quelle europee, di civiltà spesso non toccate dalla totale modernità. Avrebbe potuto approdare altrove, in centri metropolitani europei, data la sua versatilità, la sua capacità di stabilire immediate relazioni. La sua formazione le avrebbe consentito traguardi professionali in qualsiasi contesto europeo. Quando dovette andar via da Sarajevo per i disastri della guerra, insieme al marito, insieme alle figlie arriva a Modica e qui tutti insieme piantano le tende.

    Nisveta affronta la dura realtà siciliana; le è congeniale la scommessa di vincere le difficoltà, e diventerà protagonista iblea nel suo specifico  di artista, di architetto, di donna impegnata in più fronti, sempre col sorriso sulle labbra, sempre misurata nel modo di relazionarsi, sempre dando agli altri energia, vitalismo, voglia di fare.

   Si era formata con studi classici, con studi di architettura, con esperienze inglesi e fiorentine per ricomporre il tutto in un suo linguaggio, in un alfabeto che traeva origini in parte dalla natura, in parte dal lavoro umano  recuperato in diversi continenti, in primo luogo dalla sua terra d’origine, la Bosnia, per poi confrontarsi e apprendere da luoghi e culture lontane, dall’Africa all’Estremo Oriente, dall’India a all’America latina. Se un filo rosso lega questi suoi percorsi è quello di captare il lavoro artigianale di un mondo popolare, di una natura incontaminata, o talvolta di una natura modificata dall’uomo per costruire equilibri, armonie. Bogumili, un luogo croato simbolo di un popolo che nei secoli ha difeso la sua libertà, la sua etnia, letto nelle stele dei cimiteri con raffigurazioni stilizzate, con una grafia popolare. Quel mondo, quella cultura non saranno mai dimenticati; ritornerà più e più volte nelle forme di archi, di cupole, di campanili, di pinnacoli, di mezzelune, elementi architettonici e scultorei che convivono con le altre culture presenti in quella regione multietnica, crocevia di musulmani, cristiani ortodossi, cristiani cattolici, ebrei. L’affascinavano le cupole, ancor meglio se sovrapposte a spazi cubici. Il cerchio, il quadrato, il cubo le forme elementari in cui la semplicità coincide con la razionalità e col mistero. Quando due anni orsono il Brancati le chiese un’opera per la mostra natalizia assegnandole il tema della Natività la sua opera mi sorprese per aver scelto Betlem, la forma stellare posta nella basilica della Natività. In quel modo aveva colto la centralità simbolica di quel luogo traducendo il tutto in una forma astratta di grande efficacia. La forma centrica conduce alle mandale simbolo induista e buddista, espressione del processo mediante il quale il cosmo si è formato dal suo centro, simbolo astratto che porta alla sublimazione della natura, punto d’incontro tra culture molto lontane tra loro, che coincidono nelle forme primarie, comprensibili ai filosofi come ai più umili dei vari continenti. Dal suo ultimo viaggio in Perù sono scaturite griglie geometriche policrome, essenze delle forme geometriche delle stoffe peruviane, coincidenti con alcuni acquerelli di Klee. I variopinti abiti delle donne africane coincidono con le eleganti stoffe di Klimt; la sua Modica è reinventata nelle geometrie luminose e policrome dei colori delle vesti indiane.

 Il viaggio ha fatto parte integrante del suo essere artista. Le povere case di fango africane sono diventate geometrie essenziali, come i giardini giapponesi, il tutto ricondotto alla bidimensionalità della linea e del colore piatto e delimitato dentro griglie quadrangolari, rettangolari, circolari triangolari. Alla base di tutto il disegno, la matita, la china e conseguentemente il bulino. I mesi trascorsi al Bisonte, a Firenze, le sono stati utili proprio per questo processo verso il linguaggio del segno. Nella prima fase i suoi lavori erano fatti con la china. E’ passata quindi all’incisione e successivamente al colore. I viaggi nel mondo musulmano, le moschee la confermavano nella sua ricerca dell’equilibrio, della formulazione di una forma ripetuta all’infinito a determinare la varietà nell’ordine complesso di una volta sia essa di maiolica o di legno, di oro o di argento, di mosaici di pasta vitrea o di filigrana. Negli ultimi anni in diversi lavori di Nisveta è comparsa la foglia d’oro, sono comparse materie preziose rese a fasce in composizioni geometriche, come a voler ricomporre e saldare la traiettoria razionalistica di molta arte del Novecento ( mi piace ricordare tangenze col neoplasticismo olandese) con la traiettoria popolare del minuzioso lavoro artigianale risolto in calligrafici segni frutto di un paziente lavoro. Può sembrare strano che alla base di tutto ciò vi sia l’amore per la natura, per i fiori, le foglie, gli steli; l’amore per le donne conosciute in tutti i continenti, raccontato con i variopinti colori dei tessuti. Nisveta a tradotto ciò in un linguaggio stilizzato. E’ andata alle essenze:  tutto è ridotto alla linea al colore piatto, alla bidimensionalità in cui conta il ritmo e la simmetria. Contano molto i principi orientali. Nella cultura mediterranea molto spesso questo linguaggio fatto di punti, linee a zig zag, di cerchi, di rombi, di spirali ha avuto un carattere prettamente decorativo. Per Nisveta, invece , ha sempre acquisito connotazioni simboliche, e ne fanno fede i titoli delle sue opere, in un sincretismo che ha combinato oriente ed occidente, sentendosi cittadina di un mondo senza barriere, considerando ricchezza quanto poteva cogliere in culture tanto diverse e lontane. Il suo narrare fondamentalmente aniconico la indicava figlia di un luogo, di una terra che per sopravvivere aveva dovuto tradurre e ridurre a segni criptici la rappresentazione del reale e l’essenziale linguaggio del razionalismo e dell’astrattismo occidentale aveva fatto da sponda, saldando i puri spazi architettonici da lei progettati con il lenticolare lavoro di arabeschi e di trame policrome per armonie sempre rarefatte e di rara eleganza per le quali è possibile parlare di grazia in uno stile molto personale unico ed inconfondibile.

   Non pensavamo di dover definire la sua esperienza ancora in atto, ancora capace di sorprenderci ogni volta che ritornava da un viaggio. Ora che questo viaggio è concluso la leggibilità del suo percorso comunque ci è chiara, la sua poetica ha un senso coerente e lineare nella leggerezza dei suoi spazi inventati e dei suoi fogli ricchi di passione per la vita.

Foto Freetime