Cultura Scicli

I mascheroni negli Iblei

La lezione di Paolo Nifosì

Scicli - Scrive James Hillman: “L’anima del luogo deve essere scoperta allo stesso modo dell’anima di una persona. E’ possibile che non venga rivelata subito. La scoperta dell’anima, ed il suo diventare familiare, richiedono molto tempo e ripetuti incontri”.  

Aggirarsi per delle città iblee può divenire dunque un modo per scoprire l’anima di un territorio e insieme ad essa della sua gente. Scoprirne così quell’ intimo  genius loci che Eugenio Turri sentiva palpitare in quello che lui definiva  paesaggio come: “luogo, un tempo impregnato di usi e di memorie che esprimevano per intero la società. Spirito del luogo, genius loci, come una divinità impersonale che si limitava ad incarnare il senso del luogo”.

È quella divinità che si percepisce aggirandosi in alcune vie di cittadine iblee. Ragusa, Modica, Scicli per la provincia di Ragusa. Noto, Palazzolo Acreide, Francofonte, Siracusa per il siracusano e poi Acireale, e Catania, città degli iblei che condividono, tra le altre molteplici caratteristiche, il gusto della decorazione dei palazzi signorili grazie all’utilizzo di mascheroni, mensole, e cornici. Questo in sintesi il tema dibattutolo scorso gennaio nelle sale del palazzo dell’Opera Pia Carpinteri di Scicli dove gli amici del Museo del Costume in collaborazione con l’Opera Pia Carpinteri hanno ospitato un folto pubblico di appassionati intrattenuti magistralmente dallo studioso Paolo Nifosì in una conferenza dal titolo “I mascheroni negli iblei”.

I mascheroni e le mensole appartenenti alla cultura settecentesca e tardobarocca degli iblei, dunque, oggetto dell’incontro. Punto di partenza dello studioso il palazzo che più significativamente rappresenta questo tema: Palazzo Beneventano a Scicli. Emblematica la parte scultorea del palazzo che si può collocare nel decennio 1760 e il 1770 circa nella fase tarda della ricostruzione settecentesca lo scultore tutt’oggi rimane ignoto, tuttavia  si può azzardare l’ipotesi che uno degli scultori che ha lavorato al palazzo potesse essere individuato in Pietro Cultraro, scultore tra i più valenti capimastri attivi a Scicli. Il palazzo si caratterizza per i balconi e per i mascheroni che in esso insistono.

Tra le sculture più rappresentative anche quelle rare nell’ambito dell’iconografia siciliana, per esempio, che rappresentano due neri  dell’Africa centrale, tema unico  rispetto a quello più noto, che rappresenta saraceni, africani anch’essi ma abitanti della fascia mediterranea. Queste sculture  unitamente ad altri splendidi esempi di sculture barocche a firma incerta ma di altrettanti competenti maestranze presenti ed operanti negli iblei confuta la tesi sostenuta da Sciascia per il quale il Barocco ibleo può considerarsi come “barocco dei poveri” perché, a suo dire, opera di anonimi scalpellini ed artigiani locali.

Nifosì ha poi proposto una folta  carrellata, interessantissima, di immagini di mascheroni, mensole, balconi delle città più rappresentative del barocco Ibleo, che va da Palazzo Zacco a Palazzo Cosentini, a Ragusa, a Palazzo Tommasi Rosso, a Modica o Palazzo Nicolaci a Noto e ancora Palazzo Biscari a Catania non dimenticando Siracusa, e le sue cittadine. Ciò che si evince nei mascheroni e nelle mensole è una vastissima gamma di elementi che hanno in comune la dimensione del mostruoso che si mescola con quella del fantastico, caratteristiche che insieme conferiscono alle sculture dei palazzi delle città iblee una forte connotazione ammaliante. Elementi architettonici la cui potenza fascinatrice sembra concretizzarsi in un universo costellato da personaggi eterogenei, irreali, a volte  appartenenti al mondo dell’oscuro che attrae l’osservatore il quale alla loro vista ne rimane ammaliato. Sintesi delle umane paure, costituita da figure mitologiche, a metà tra donne, bambini, vecchi, animali, attorcigliati ad elementi floreali, abbelliti da pendagli, con turbanti, e le barbe incolte, vestiti sontuosamente o colti nelle nudità, tutti elementi che hanno il grande pregio di comunicare un messaggio universale poiché raccontano qualcosa che riguarda tutti: la paura dell’ignoto, la lotta contro il male. Si tratta di un insieme complesso e molteplice che lascia scoperto il senso di incertezza nei confronti della vita. Un senso di impotenza che si concretizza nella scultura sempre fantasiosa le cui figure, trattate con grande perizia, in modo da apparire morbide e quasi vive trasmettono il  grande senso di sfida all’ignoto. Quel senso di impotenza nei riguardi delle atrocità della vita che al contrario trova pace e ristoro all’interno delle chiese iblee. Nifosì suggerisce un ipotetico viaggio che pone a confronto le sculture barocche custodite nelle pareti delle chiese iblee in cui dominano volti  angelici, putti e volti femminili di rara fattura ed eleganza. Stucchi che per il loro candore contrastano nettamente con i colori della terra sui balconi e nelle mensole dei palazzi signorili. 

“Basta dare una fugace occhiata per rendersi conto che nei luoghi di culto domina una visione della vita paradisiaca –aggiunge Nifosì -  che fortemente contrasta con la visione laica della vita in cui il tema del doppio, la paura dell’ignoto, la lotta contro il male rappresenta il lato umano delle comunità iblee”. Comunità che a ben vedere, si proiettano all’esterno. Ben lontane dalle comunità, per esempio dell’Italia settentrionale che abitano i portici delle città costruiti per favorire ripari, le comunità iblee si volgono all’esterno nella progettazione di balconi ampi e accoglienti il cui scopo è quello di mostrare e di attirare l’attenzione del passante. Quella che propone  Paolo Nifosì, è una visione del palazzo signorile che pone l’uomo urbano al centro del dibattito, con le sue paure, e le sue speranze e lancia una riflessione: l’arte barocca che si identifica prevalentemente nelle cattedrali maestose come arte dei sentimenti e delle emozioni si esprime anche attraverso la scultura nei palazzi della città e mette in relazione l’uomo e la città mostrandone il suo carattere senza dubbio a metà tra l’eterno e il terreno.

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La Sicilia

Foto di Giuseppe Leone