Cultura Un Uomo Libero racconta

La luna di Pisciotto

Sogno di una notte di mezza estate

Scicli - Un rumore insolito insospettì Maria e le fece aguzzare la vista. Laggiù, nella vecchia fornace abbandonata, qualcosa si muoveva tra i rami dei fichi selvatici e il verde intenso dei pampini delle viti che ora crescevano rigogliose e sfrenate fra le pietre calcinate da un fuoco intenso e antico.

Il sole tramontava sull’orizzonte a Pisciotto seminando un codazzo di stelle in un mare calmo che già sentiva l’estate.

Maria si avvicinò guardinga ma anche curiosa.

Da alcune settimane, lei e la sua famiglia erano sfollate in quel posto, dove il nonno aveva ricevuto in enfiteusi dal barone una vigna e, su un terreno non suo, aveva costruito una piccola casa con tetto incannucciato e muri a secco intonacati a calcina.

Chi poteva, fuggiva da un paese che aspettava da un momento all’altro di essere invaso.

Su un carretto sgangherato, il padre aveva caricato farina olio e vino, la moglie, lei e un fratellino più piccolo. Il grande, che tuttavia non aveva ancora l’età per arruolarsi volontario nella milizia, li aveva, invece, raggiunti con la bicicletta dello zio, richiamato e Dio solo sa dove fosse in quel preciso momento.

Maria era la più grande dei fratelli. Se non fosse stato così incerto quel tempo, avrebbe potuto pensare a un marito e, in effetti, un amore la aveva sfiorata. Un’idea, seppur vaga, dell’uomo se l’era fatta. Un bacio appena, scambiato di nascosto in una di quelle feste di paese che spesso sono l’unica vera occasione d’incontro. Salvatore, un giovane suo coetaneo, la aveva notata da un pezzo, inseguita per vicoli, stretta finalmente in un ballo tra le sue braccia forti di contadino. Lei non aveva saputo dirgli di no perché non aveva altra alternativa possibile e poi Salvatore non era un “partito” cattivo. Il padre, quando la notizia gli giunse, tacque come un buon genitore del sud ma il suo silenzio era, difatti, un’implicita benedizione.

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Maria veniva a raccogliere i fichi quando la sera già stemperava le afe del giorno e le foglie grandi, palmari, imbevute di brezza, non irritavano più la pelle e gli occhi.

Non aveva mai immaginato la vita fiorita in quella vecchia fabbrica prima che il fuoco la riducesse un monumento spettrale di sassi. Ne aveva sentito parlare, però. Il padre e, prima ancora, il nonno erano stati operai là, la avevano vista trasformarsi in un grande falò, una notte d’inverno. Un fuoco infame e assurdo che aveva bruciato anche le loro speranze e con esse le vite.

- Psst, psst!-

Un sibilo strano e insistente attirò la sua attenzione. Ogni sera veniva a raccogliere fichi, da quando erano arrivati dal paese, ma nessuno mai si era nascosto là.

-Nun t’ascantàri! (1)- La supplicò per non farla fuggire una voce d’uomo con un accento strano.

La ragazza, che aveva avuto paura e aveva volto le spalle per darsela a gambe levate, all’udire quella voce si bloccò.

Un uomo, sui quarant’anni, apparve da dentro le rovine, si districò abilmente dai tralci delle viti infestanti e dai rovi. La sua pelle era chiara, due occhi azzurri che nella sera sembravano ancora più azzurri, due gocce di mare. I capelli erano biondicci tendenti al rosso, arruffati e impolverati. Una barba incolta non folta. Il suo corpo era massiccio e imponente ma non incuteva timore, sprigionava invece una tenerezza infantile, complice il suo accattivante sorriso. Le tese le mani vuote perché lo credesse sincero, nonostante la sua tuta mimetica. Era sporco però, forse era anche ferito.

-Nun t’ascantàri! (1) –Le ripeté.

-Ma tu nun sì re nuóstri!(2)- Gli disse Maria.

-Unni simu accà? Chi puostu è chistu? (3)- Domandò lo sconosciuto.

-Pisciuòttu, Sampieri, Scicli…- Rispose titubante la ragazza.

L’uomo s’inginocchiò e baciò la terra.

-Me nannu era ri Scicli, ra cava ri Sammartulumìu…(4)- L’uomo pronunciò le ultime parole con difficoltà ma anche con commozione.

Maria non ebbe più paura. Depose la cesta con i fichi e si avvicinò per guardarlo meglio.

-Ma si firùtu?(5)- Gli chiese.

-No, no…- L’altro esplose in una forte risata. –Mangiatu frutta russa, bona, black mulberry...(6)- E indicò uno dei tanti alberi di gelsi neri cresciuti selvaticamente in quello che era stato il piazzale dove un tempo si stoccavano i manufatti.

-Cièusi…(7)- Ripeté la ragazza.

-Sì, sì, sete, molta sete ora no…-

-Tu miricano?- Gli domandò Maria in un italiano approssimato.

-Sì, sì. – Le rispose. –Paracadute.-

Con la mano l’uomo le indicò il cielo ma anche portò un dito alla bocca per implorare il suo silenzio.

-Sì. –Lo rassicurò lei, abbassando e sollevando più volte il capo. Prese dei fichi dalla cesta e glieli offerse. Lui li accettò e li mangiò avidamente.

- Grazzi. (8)- Disse riconoscente.

- Io ora andare via…-

- Ok. Domani io aspettare te…- Le rispose il soldato. – Io non amo la guerra…-

Maria lo guardò alla luce della luna. Il sole era andato via e da dietro la vecchia fabbrica era apparsa una luna enorme, bianca, straordinariamente complice e ruffiana.

Non era un ragazzo, lo sconosciuto, ma un vero uomo. Di Salvatore non aveva nulla. La ragazza lo guardò ancora, voltandosi mentre si allontanava, e sentì dentro di sé una sensazione strana, mai provata, che le impediva ogni delazione, che le suggeriva la necessità di proteggerlo.

A casa la aspettavano. Lei seppe giustificare con astuzia il suo ritardo.

La notte fu infernale. L’orizzonte fu illuminato a giorno dai razzi prima che lo facesse l’alba. Nel mare apparvero decine e decine d’imbarcazioni che non smisero di bombardare la costa. Maria e i suoi rimasero tappati dentro casa.

Al buio, stretti gli uni agli altri, Maria pensava a quell’uomo che non amava la guerra e che tuttavia gliel’aveva portata. A mezzogiorno gli spari diminuirono e tutti pensarono a un’improbabile tregua.

Nel pomeriggio, improvvisamente, qualcuno diede un calcio alla fragile porta che li proteggeva.

Apparvero uomini della milizia, chiesero loro se avessero visto da quelle parti soldati nemici.

Il padre li rassicurò. Maria tacque. Una paura e un tremore la invasero però.

Mise da parte delle fette di pane che nascose sotto un telo nel cesto che portava con sé quando andava per fichi e, appena si fece sera, si allontanò con passo lento ma sicuro verso la vecchia fornace. Lo cercò stavolta con un’ansia e un desiderio a lei sconosciuti.

Il soldato americano comparve da dietro un folto cespuglio di rovi.

-Ti davano la caccia.- Lo avvisò la ragazza.

- Sì. – Confermò lui. – Ma nun mi truvarru. (9) – E sorrise facendo spallucce.

Lei alzò la tovaglia dal cesto e gli porse le fette di pane.

-Grazzi. (10)- Rispose il soldato.

Si avventò su quella cena con una fame di giorni.

-Ultimo rancio Algeria.- Aggiunse per giustificarsi.

Maria non disse nulla.

L’uomo guardò il cielo e vide che stava sorgendo la luna.

-No buona per me. – Commentò indicando l’astro con il dito.

Lei raccolse in fretta dei fichi e fece per andare via.

-Acqua. Domani acqua. – Le  chiese il soldato.

I bombardamenti si acquietarono. Dalla spiaggia perlustrarono la costa e l’entroterra decine e decine di soldati con carri armati sbarcati dal mare. La resistenza fascista si era quasi liquefatta e gli Alleati ora risalivano lentamente l’isola fino a Messina incalzando le truppe dell’Asse in fuga. Uomini stanchi che inseguivano altri uomini stanchi senza un perché o una vera ragione.

Maria nascose il suo prigioniero per giorni. Gli portò a più riprese dell’acqua, dei viveri. Gli lavò il corpo, una sera, con un po’ di sapone che era riuscita a racimolare per casa. Si accucciò accanto a lui là, in fondo al forno di cottura dei laterizi, dove nessuno sarebbe arrivato mai. E fu più forte di lei la mano dell’altro che la teneva ora stretta stretta al petto come neppure aveva fatto col suo fucile. Entrambi prede di una sensualità istintiva e rara che forse il momento e la casualità avevano contribuito a esasperare.

La ragazza guardava il corpo nudo dell’americano senza vergogna e lo accarezzò tante volte come alienata fino a quando il soldato la prese.

Soffocò in un rantolo di piacere il grido di dolore per il suo ventre squarciato e svenne ma solo per qualche attimo perché subito si riprese.

L’inesorabile luna, che segnava il tempo dell’addio con una costanza crudele, cattiva e gelosa di quell’amore improvviso, la illuminò tutta mentre guardinga sbucava come lepre dalle vecchie rovine.

Si riaggiustò le vesti e si allontanò col suo cesto di fichi non prima di aver teso l’orecchio a strani rumori che giungevano dal fitto cespuglio di rovi. Non fece, questa volta, a tempo ad arrivare a casa che degli spari le squarciarono il cuore.

Corse ansimante verso la vecchia fornace. Riconobbe in lontananza le sagome del padre e del fratello maggiore. I due si davano da fare con una vanga sotto il grande gelso. Lei si acquattò a distanza singhiozzando piano ma avrebbe voluto gridare. Vide trascinare, da dentro la fornace, il corpo esanime dell’americano verso la fossa capiente per seppellirvelo.

Ritornò a casa col cuore spezzato. Anche il padre e il fratello dopo un po’ di tempo rincasarono.

Quella sera cenarono tutti in silenzio evitando gli sguardi. Nessuno seppe mai, nessuno domandò. Solo il gelso vide e la luna, la luna di Pisciotto. Che continuò, insensibile e perfida, attraverso la notte stellata la sua eterna e pazza corsa intenta a inseguire, ostinata, il sole fuggitivo dell’ultimo tramonto.

(1) Non avere paura.

(2) Ma tu non sei dei nostri.

(3) Dove siamo qua? Che posto è questo?

(4) Mio nonno era di Scicli. Abitava nella cava di San Bartolomeo.

(5)  Sei ferito?

(6)  Mangiato frutta rossa buona, gelsi neri.

(7)  Gelsi.

(8)  Grazie.

(9)  Non mi hanno trovato.

(10) Grazie.    

Foto Fabio Saccone 

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