Cultura Canzone d'autore

Quel giorno che Guccini cantò la locomotiva

Una storia vera

Il 20 luglio di centoventi anni fa si consumava un dramma. Che sarebbe rimasto tale per il tempo necessario a commentarlo sui giornali (all’epoca pochi e mal distribuiti tra una popolazione, comunque, per oltre l’80 per cento costituita da analfabeti) e per parlarne tra i diretti interessati di una città, al massimo di una provincia dell’Italia del 1893.

E invece quella tragedia è stata perpetuata, ricordata, eternata da uno dei grandissimi della canzone italiana. Francesco Guccini, nel suo celeberrimo album “Radici” pubblicato nel 1972, inseriva – tra le altre tutte famosissime canzoni – quella sua forse più famosa: “la locomotiva”.

Guccini racconta – con opportuni adattamenti poetici - una vicenda realmente accaduta, esattamente il 20 luglio del 1893, quando il ferroviere Pietro Rigosi, 28 anni, sposato e padre di due bambine di tre anni e dieci mesi, decide di passare alla storia. Poco prima delle 5 pomeridiane del 20 luglio  Rigosi si impadronì di una locomotiva sganciata da un treno merci nei pressi della stazione di Poggio Renatico e si diresse alla velocità di 50 km/h, che per quei tempi era notevole, verso la stazione di Bologna. Il personale tecnico della stazione deviò la corsa della locomotiva su un binario morto, dove si schiantò contro sei carri merci in sosta. L’impatto fu tremendo ma l’uomo fu sbalzato via durante l’urto e sopravvisse. Gli venne amputata una gamba e rimase sfigurato in viso, ma dopo due mesi venne dimesso dall’ospedale ed esonerato dal servizio in ferrovia per motivi di salute. Non svelò mai il motivo di quel gesto che fu interpretato dai giornali dell’epoca come atto di pazzia. Certe sono due cose. La prima, che Rigosi fosse un anarchico. La seconda, che Guccini da oltre quaranta anni conclude tutti i suoi concerti sempre con quella canzone.