Cultura Scicli

La poesia dei barbieri di Sicilia negli scatti di Armando Rotoletti

La mostra a palazzo Spadaro

Scicli - Correva la voce del popolo, la sua anima collettiva in parole, in quegli specialissimi salotti che un tempo furono le barberie siciliane. Molto più che peritissimo artigiano, al quale abbisognava peraltro una sapienza di mestiere fine, che lo imparentava quasi col medico, il barbiere era pure una sorta di giornalista locale, che sapeva ascoltare le storie piccole e grandi della comunità, metabolizzarle, lasciare loro prendere voli sempre nuovi, arricchiti dal contributo attivo degli avventori della sala. A questa figura antica della società ha dedicato una collezione pregiata di quaranta scatti Armando Rotoletti, noto fotoreporter, attivo come free-lance e come collaboratore di rilevanti magazine d’informazione.

I risultati della ricerca lucida antropologica e storica di Rotoletti, confluiti in uno splendido volume, sono visibili nelle sale di Palazzo Spadaro, a Scicli, in una mostra che ha degnamente inaugurato la kermesse Basole di Luce Festival, disegnata dall’assessorato alla cultura del Comune di Scicli. “Barbieri di Sicilia”, questo il titolo della silloge di Rotoletti, che spinge l’obiettivo in un mondo oramai dissolto, indagandone strutture e sovrastrutture, inquadrando ambienti e volti, ora con verità neorealistica, ora con libertà grandi espressive, col colore gustoso che associa il calendario osé al volto pio del Papa, in quei “luoghi di esposizione di una variegata iconografia di miti e idoli contemporanei, in cui si mescolavano indifferentemente alto e basso, sacro e profano”, dice Rotoletti, che denota una capacità davvero notevole di raccontare la gestualità di un mestiere che ha segnato un’epoca, la ritualità solenne e disinvolta di questo artigiano così prossimo agli uomini, solo qualche lustro fa.

A chiarire il valore di questo suggestivo itinerario a rèbours, interviene lo stesso Rotoletti: “in Sicilia la barberia era una sorta di ‘piazza coperta’. Luogo d’incontro tra le classi sociali, vi si commentavano collettivamente i fatti politici e sportivi, i pettegolezzi e i drammi della comunità. In questi locali si combinavano matrimoni, ci si accordava per la vendita di immobili e terreni, si componevano controversie, sostituendo talvolta il giudice di pace. Figura socialmente rispettata, ‘u mastru era quasi sempre un personaggio mite e paziente, che godeva dell’amicizia e della confidenza di tutti”.

Il lavoro di Rotoletti, intrapreso negli anni 90, nasce quasi per caso: “ero in Sicilia, inviato dal Venerdì di Repubblica, per un reportage sui paesi che erano stati culla della mafia. Trovandomi a Corleone, entrai in una barberia. Fu una vera rivelazione, sul luogo più autentico della socialità siciliana”. Questo l’incipit di un viaggio profondo dentro la cultura siciliana, condotto nei paesi dell’entroterra isolano come nelle aree costiere, da parte di Rotoletti, che segue due linee direttrici essenziali, la ricerca di “quell’impalpabile impronta culturale, quel distillato di ‘sicilianità”, ben noto al fotografo, siciliano di Patti, espatriato già ai tempi della sua formazione inglese, ma, come accade a tanti, tornato all’Isola idealmente, tramite spirituale la propria arte. Quindi la volontà di documentare, alla vigilia dalla sua scomparsa, un universo che coniugava potentemente oralità, comunicazione visiva e anche cultura musicale popolare, con l’intento trasversale di serbare illesa la dignità di tanti uomini che hanno contribuito alla memoria collettiva e che la memoria della collettività ha oggi il dovere di proteggere dall’oblio.

La Sicilia